la corsa alla casa bianca

Elezione del presidente Usa, la guida fino al 3 novembre 2020

Numeri, calendario, giorni clou del voto con cui ogni quattro anni solo una minoranza di americani sceglie tra i candidati

di Angela Manganaro

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Comizio di Donald Trump a Manchester, nel New Hampshire

Numeri, calendario, giorni clou del voto con cui ogni quattro anni solo una minoranza di americani sceglie tra i candidati


7' di lettura

L’elezione del presidente degli Stati Uniti è come un vecchio film, c’è un primo e un secondo tempo. Due parti ben distinte, un lungo prologo e uno svolgimento più breve ma con più picchi drammatici, quindi l’epilogo, il 3 novembre 2020, giorno del voto che cade sempre di martedì.

Il primo tempo inizia in inverno, quest’anno il 3 febbraio e dura fino alla fine della primavera, il 7 giugno, è il momento della semina; il secondo tempo dura tutta l’estate, è il momento della crescita; si conclude a metà autunno, il momento del raccolto.

Il primo tempo: le primarie
Le primarie si svolgono in quasi tutti gli stati americani. Nel 2016, anno della vittoria di Trump su Hillary Clinton hanno partecipato alle primarie di tutte e due i principali partiti più di 57 milioni di americani, cioè il 28,5% degli aventi diritti, calcola il Pew Research Center.

IL CALENDARIO

IL CALENDARIO

Proprio come il presidente, anche il candidato alla Casa Bianca non viene votato direttamente. Ogni quattro anni, nei mesi delle primarie, assistiamo alla costruzione di un candidato o di una candidata: chi è, che cosa ha fatto, che cosa vuole fare, di quanti soldi dispone (i finanziamenti, dote indispensabile per ogni aspirante). Gli iscritti a uno dei due maggiori partiti, repubblicani e democratici, non votano direttamente lui bensì i delegati che lo sostengono e lo incoroneranno alla Convention.

Quanti americani votano
In America c’è una grande differenza, un incolmabile iato, tra elettori e aventi diritto che sono più di 224 milioni. Metà America non vota, non ha mai votato. La famosa frase di Ralph Nader: «Se non ti interessi di politica, prima o poi la politica si interessa di te» è rivolta a questa moltitudine che tuttavia mai si è persuasa. Nader stesso è rimasto minoranza, l’eterno candidato indipendente che solo alle presidenziali del 2000 è stato rilevante.

Un dato più recente è ancora più chiaro: alle elezioni di metà mandato del novembre 2018 - voto che segue di due anni l’elezione del presidente con cui si rinnova la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato - gli elettori sono stati 115,1 milioni che equivalgono al 50% di affluenza. Un dato bassissimo agli occhi di un europeo, alto per le statistiche americane: il voto del 2018 ha infatto registrato un aumento di elettori del 45% rispetto alle analoghe elezioni del 2014. Il trend dell’affluenza in crescita è stato confermato in tutte le elezioni speciali del 2019. Ciò fa supporre che anche alle presidenziali del novembre 2020 assisteremo a «una mobilitazione» come la chiamano gli studiosi di flussi.

Ciò che scopriremo tra otto mesi è se questa mobilitazione premierà o fermerà Trump (questo voto, naturalmente, è anche un test sul suo primo mandato). L’altra grande domanda della corsa alla Casa Bianca 2020 è se dalla lunga e agguerrita battaglia dentro il Partito democratico arriverà un candidato o una candidata in grado di impensierire l’attuale presidente.

A ogni modo, gli ultimi dati a disposizione confermano che le primarie, questo lungo, dispendioso, spettacolare esercizio di democrazia, sono decise da una minoranza di aventi diritto: nel 2016 meno del 30% di americani aveva scelto Trump come candidato repubblicano e Hillary Clinton come candidata democratica.

Le primarie democratiche, incerte e combattute
In questo momento è il partito all’opposizione pur essendo maggioranza alla Camera dei Rappresentanti dopo le elezioni di metà mandato 2018. Le primarie nel Partito democratico, simbolo l’asinello, sono quest’anno particolarmente combattute. Come spesso accade dopo una sconfitta (quella di Hillary Clinton nel 2016, battuta da Trump) non c’è un candidato forte. Saranno - dovrebbero essere - le primarie a costruirne uno.

I candidati alle primarie democratiche sono dieci. Joe Biden, ex vicepresidente con Barack Obama, il senatore socialista del Vermont Bernie Sanders, la senatrice anche lei ala progressista Elizabeth Warren, la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar e il più giovane e in questo momento in crescita, il 38enne ex sindaco dell’Indiana, Pete Buttigieg. Ci sono poi i candidati zero chance che hanno poca o nulla copertura mediatica e che perderemo presto per strada: Andrew Yang, Tom Steyer, Tulsi Gabbard, Michael Bennet, Deval Patrick. A tutti loro bisogna aggiungere l’ex sindaco di New York e miliardario Michael Bloomberg che fa gara a sé. Non ha ancora affrontato direttamente i suoi avversari ma da mesi fa già campagna elettorale in giro per il Paese. Da Politico al Washington Post, da Cnn al Financial Times, molta stampa anglosassone è convinta che Bloomberg assente ai caucus dell’Iowa, finiti nel caos del riconteggio, dei ritardi e delle contestazioni, sia stato il vero vincitore.

Al contrario degli altri aspiranti, Bloomberg non chiede e non chiederà soldi a nessuno, si finanzierà da solo.

Le primarie repubblicane, un’incoronazione
Nel partito repubblicano, detto anche Gop, Gran Old Party, simbolo l’elefantino, il candidato scontato sarà l’attuale presidente Donald Trump che corre per la rielezione. Al contrario del 2016, le primarie repubblicane saranno quest’anno una pura formalità, di poco o nullo interesse sul fronte degli sfidanti. Non c’è nessuno che può impensierire o che davvero può mettere in dubbio la candidatura Trump, anche se molti nel partito non lo amano. Ecco perché una delle scommesse degli osservatori è verificare quanti repubblicani delusi voteranno un democratico qualsiasi piuttosto che votare o rivotare Trump (variabile non secondaria di questa scommessa è naturalmente l’astensione) e quanto numeroso e appassionato sarà il popolo di Trump quattro anni dopo.

In molti stati, comunque, le primarie repubblicane si terranno lo stesso, altri invece hanno deciso di cancellare l’appuntamento: in Alaska, Wisconsin, Georgia, Arizona, Carolina del Sud non ci sarà gara, proprio come scelta di sostegno a Trump. Una cancellazione che gli sfidanti del presidente, Joe Walsh e Bill Weld, hanno definito «non democratica» ma i due sono poco più che comparse e come tali hanno poche battute. In più ci sono analoghi precedenti, quando George W. Bush e Barack Obama corsero per un secondo mandato, e nessuno ha gridato alla dittatura.

Il Super Martedì (Super Tuesday)
È uno degli appuntamenti più importanti delle primarie. Quest’anno cade il 3 marzo, a un mese esatto dai caucus in Iowa che hanno aperto la stagione elettorale. È un martedì super perché votano 14 stati, e tra questi anche stati importanti, grandi e popolosi come la California e il Texas, e quindi si capirà chi ha reali chance di conquistare la nomination. Un appuntamento particolarmente importante per i democratici, perché in questo giorno si assegna il 40% dei posti dei delegati che poi eleggeranno il candidato.

Qual è la differenza tra caucus e primarie
Nessuna, nella sostanza: alla fine si eleggono dei delegati. Ma al contrario delle primarie, che sono un moderno voto che si esercita alle urne o via email, i caucus sono riunioni che durano ore con gli elettori che possono anche cambiare candidato, si continua a votare finché non emerge un vincitore.

I caucus sono gestiti dai partiti e non dagli stati locali (ecco perché il fiasco in Iowa è stato imputato direttamente ai democratici), le regole sono più flessibili anche riguardo a chi può votare. Nei caucus democratici non ci sono schede elettorali, gli elettori che scelgono un candidato piuttosto che un altro si dividono in gruppi intorno a una stanza, così si contano i voti (facilissimo il caos, a pensarci bene).

Il secondo tempo: le Convention
La Convention equivale al congresso di partito, dura quattro giorni e incorona il nominato (si parla di nomination, come agli Oscar). Colui o colei che ottiene la nomination sarà l'unico a correre per la Casa Bianca. Da questo momento sarà una corsa a due: un repubblicano e un democratico. C’è stato in passato chi si è proposto come indipendente (come Nader, vedi sopra) ma nessuno è mai arrivato in finale. C’è anche la possibilità, remota ma non esclusa, che nessuno dei candidati alle primarie ottenga la maggioranza dei delegati: in questo caso si parla di brokered Convention, la la scelta finale del candidato cadrebbe dall’alto, spetterebbe ai vertici del partito con il malumore e le contestazioni che ne seguirebbero. Nella pratica quest’anno la sciagura potrebbe accadere solo in casa democratica.

La Convention dei Democratici si terrà a luglio nel Wisconsin a Milwaukee, città di quel Midwest dove la working class delusa e arrabbiata nel 2016 premiò Trump. Qui i democratici devono assolutamente recuperare consensi: nel 2016 Hillary Clinton tenne Milwaukee ma lo stato si colorò tutto di rosso, il colore dei repubblicani: stravinse il messaggio anti-élite di Trump.

La Convention dei Repubblicani si terrà invece a Charlotte, Carolina del Nord, città scelta dai democratici nel 2012, anno della rielezione di Barack Obama. Al Consiglio municipale di Charlotte, si sono accapigliati se offrire o no la città come palcoscenico a Trump, hanno vinto i sì per 6 a 5. Nel 2016, la Carolina del Nord andò a Trump ma Charlotte, la capitale, andò a Hillary Clinton. Negli anni obamiani, a Charlotte e altrove, fu evidente che il razzismo rimaneva un grande problema irrisolto: l’uccisione di un afroamericano per mano degli agenti della polizia scatenò scontri e proteste. Il candidato Trump del 2016 si schierò con gli agenti a Charlotte, a New York, ovunque si verificarono incidenti simili. Charlotte in più è una città del sud, location perfetta per il presidente.

Perché si vota sempre martedì
Dalla terra proviene la scelta del primo martedì di novembre, giorno stabilito nel 1845 con legge federale. Nell’Ottocento, l’America era un paese agricolo, la maggioranza della popolazione viveva nelle campagne comunque lontana dai seggi, si doveva viaggiare almeno un giorno per votare: non si poteva votare nel weekend perché la domenica si doveva andare a messa, il mercoledì era il tradizionale giorno di mercato, se si esclude il lunedì, giorno di viaggio, il martedì era il primo giorno utile della settimana.

Un paese giovane con poca storia si tiene strette le poche tradizioni che ha, e di terra e è fatta anche la festa più sentita del Paese, il Giorno del Ringraziamento per il raccolto, festa dell’ultimo giovedì di novembre, l’unica che unisce tutti gli americani perché prescinde dalle religioni. Non è quindi un caso che in molti stati, martedì sia spesso anche il giorno delle primarie.

Per approfondire:
Pete Buttigieg, lo sfidante a sorpresa di Trump: 5 cose da sapere
Da Bloomberg a Trump, chi sta spendendo più soldi nella corsa alla Casa Bianca
Così i democratici corteggiano l’America rurale per battere Trump

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