L’EX AREA STRATEGICA

Elezioni 2018, la scomparsa del centro

di Riccardo Ferrazza


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Lorenzo Cesa e Raffaele Fitto, leader di “Noi con l'Italia”.(Ansa)

3' di lettura

Il centro si è ristretto, assottigliato. Praticamente evaporato. Sono 800mila i voti ai quali si arriva sommando i consensi ottenuti domenica da Noi con l’Italia-Udc (la quarta gamba del centrodestra), Civica popolare di Beatrice Lorenzin (il ministro della Salute transitata nel centrosinistra) ma anche il Popolo della famiglia, forza di ispirazione cattolica fuori dai poli guidata da Mario Adinolfi. È l’ulteriore e forse definitivo passo verso la scomparsa di un luogo politico un tempo espressione del ceto moderato dal quale è stato governato il Paese dal Dopoguerra alla Prima Repubblica. E che ha avuto un seguito ventennale anche dopo il 1994, quando l’arrivo sulla scena politica di Silvio Berlusconi aveva ridimensionato ma non cancellato il ruolo degli eredi della Democrazia cristiana nell’era del bipolarismo. Distribuiti tra schieramenti opposti ma mai scomparsi dopo la diaspora post-Tangentopoli.

Nasce "Noi con l'Italia" con scudo crociato

Le elezioni politiche del 2018 potrebbero essere ricordate anche come quelle della consegna agli archivi della storia dello scudocrociato. È il simbolo della Democrazia cristiana di cui Lorenzo Cesa, con la sua Udc, è titolare e per il quale era stato corteggiato a lungo perché aderisse alla componente centrista del centrodestra, accanto a Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Un logo con sempre minore richiamo elettorale in una competizione che ha visto esordire tra i votanti i ragazzi nati nel 2000. È così che quel lembo moderato di una coperta per gran parte “movimentista” ha finito per ottenere meno di mezzo milioni di voti: 1,3% alla Camera, 1,2 al Senato. «Credevamo fossero di più ma i nostri collegi sono prevalentemente al sud dove i Cinque stelle hanno avuto uno straordinario successo» ha provato a spiegare Cesa. Nessun eletto nei collegi plurinominali, mentre in otto passano nei collegi uninominali grazie all’ospitalità offerta dalla coalizione (Antonio Saccone e Paola Binetti nel Lazio, Antonio De Poli in Veneto, Gaetano Quagliariello in Abruzzo, Maurizio Lupi e Alessandro Colucci in Lombardia, Renzo Tondo in Friuli Venezia Giulia e Enrico Costa in Piemonte). Nell’elenco mancano proprio Cesa (che rimane europarlamentare) e l’ex ministro Raffaele Fitto.

Ben poco è rimasto anche di Ncd, la formazione centrista fondata da Angelino Alfano quando cinque anni fa decise di staccarsi da Silvio Berlusconi e dal Pdl/Fi per continuare a sostenere il governo Letta. Beatrice Lorenzin ha portato con la neonata Civica popolare parte di quel mondo nel centrosinistra: il cartello ha però raccolto meno di 200mila voti, pari allo 0,6%. Consensi che, in virtù del meccanismo della legge elettorale, andranno dispersi. La ministra, invece, è stata eletta nel collegio uninominale di Modena, sostenuta dai voti di tutta la coalizione. «Abbiamo piantato il seme di una nuova forza moderata contro estremisti e improvvisatori», è stato il suo commento. Difficilmente, però, se ne vedranno i frutti.

«Il nostro obiettivo è raggiungere il 3% che consentirà al Popolo della Famiglia i venti parlamentari determinanti per il Governo e per portare avanti le politiche che ci stanno a cuore: vita, famiglia e libertà di educazione». Così aveva detto alla vigilia Gianfranco Amato, segretario nazionale e con Mario Adinolfi (un passato nel Pd) fondatore della formazione che si propone di «rendere protagonisti dopo decenni i cattolici in politica». È finita diversamente: poco più di 200mila voti, meno di Potere al popolo! e CasaPound.

I prodromi della desertificazione dell’area centrista risalgono almeno al 2013. Alle ultime politiche l’operazione del Terzo polo guidata da Mario Monti con la sua Scelta civica aveva portato al 10,5% dei consensi: un patrimonio disperso nel corso della legislatura tra scissioni, riaggregazioni e nuove denominazioni che hanno fatto perdere le tracce di quel progetto spingendo lo stesso ex premier e senatore a vita a defilarsi.

La parabola di Monti aveva fatto capire quanto si fossero ristretti gli orizzonti per un progetto neocentrista. I risultati di domenica hanno definitivamente cancellato le aspirazioni di quanti pensano che lo spazio una volta occupato dalla Dc possa tornare decisivo. Restano in campo solo alcuni protagonisti di un’epoca, come Pier Ferdinando Casini, nato e cresciuto sotto il segno dello scudocrociato e candidato eletto nella sua Bologna ma con il Pd. Sarà parlamentare per la decima volta consecutiva, un primato nel nuovo Parlamento. Casini esordì alle politiche del 1983: la Dc prese 12.153.081 voti, 33% dei consensi. Un sogno così non torna mai più.

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