verso le politiche

Elezioni, nei collegi paracadute proporzionale per i «big»

di Barbara Fiammeri e Manuela Perrone


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(ANSA)

3' di lettura

La campagna elettorale ufficialmente non è ancora cominciata ma la corsa per aggiudicarsi gli scranni del Parlamento della XVIII legislatura è già cominciata. E prima dei nomi c’è un dato che emerge: quasi tutti i big correranno nei listini proporzionali. Vale per Renzi ma anche per Di Maio, per Grasso e forse anche per Salvini. Di collegi “blindati”, ossia certi, ce ne sono pochi, soprattutto al centro Sud. E per chi giocherà la partita contando su una coalizione, ovvero centrodestra e centrosinistra, i collegi serviranno anche a garantire la rappresentanza agli alleati minori, che altrimenti rischiano di rimanere a bocca asciutta visto che per avere seggi nel proporzionale serve superare lo sbarramento del 3%.

Centristi divisi
Tanto per chiarire. Il divorzio consensuale di Ap, ufficializzato ieri sera dalla direzione del partito, porterà Maurzio Lupi con il centrodestra e Beatrice Lorenzin con il centrosinistra. L’uno e l’altra però correranno con una loro lista. Lupi probabilmente contribuirà alla costruzione della quarta gamba del centrodestra con Fitto, Quagliariello, Romano, Parisi e forse Cesa mentre la Lorenzin darà vita a una formazione centrista con Pier Ferdinando Casini a fianco al Pd. Ma solo se verranno candidati in collegi uninominali “sicuri” avranno buone possibilità di rientrare in Parlamento. Al contrario per i big dei principali partiti , che non temono di essere tagliati fuori dallo sbarramento, i posti più sicuri sono quelli dei listini proporzionali.

Prove di coalizione nel Centrodestra
Ieri il centrodestra ha fatto una prima riunione di ricognizione con i capigruppo e i rappresentanti di Fi, Lega e FdI per mettersi d’accordo sulle regole d’ingaggio mentre in Tv Silvio Berlusconi ribadiva l’intesa per portare al governo solo 8 politici anticipando che verranno ricandidati solo il 50% degli attuali parlamentari forzisti. Ma torniamo alle regole d’ingaggio. È stato deciso che qualunque ulteriore alleato (leggasi la quarta gamba) e conseguenti candidature dovrà essere condiviso da tutta la coalizione. Questo significa che se il figlio di Clemente Mastella, come si dà per probabile, verrà candidato nel collegio uninominale di Benevento, anche la Lega dovrà essere d’accordo. Lo stesso però vale per la scelta dei candidati governatori alle regionali, che il centrodestra vuole si tengano assieme alle politiche per un election day come nel 2013 .

Gli “incastri” del Pd
Anche nel Pd il principio base è definito: schierare i big nei collegi uninominali, anche quelli rischiosi, per sfruttare l’effetto traino sui listini proporzionali. Ma appunto sarà in questi ultimi, dove la legge prevede fino a cinque pluricandidature, che si definiranno gli incastri per garantire il seggio a chi si candiderà nei collegi uninominali “ballerini”. Le necessità sono anche altre due: blindare sia gli esponenti dei partiti minori nella coalizione (da Casini a Gian Luca Galletti, che si contendono Bologna, a Emma Bonino) sia gli “esterni” voluti dal segretario Matteo Renzi (che dovrebbe correre sia nell’uninominale a Firenze sia nei listini in altre due grandi città al Nord e al Sud). Nomi come il pediatra Paolo Siani in Campania, il medico in prima linea nella battaglia contro le bufale sui vaccini Roberto Burioni (in Umbria) e l’avvocata pesarese Lucia Annibali, simbolo della lotta alla violenza contro le donne, nelle Marche. A complicare il quadro c’è la concorrenza da sinistra di Liberi e Uguali, in primis a Palermo, dove a vedersela con Pietro Grasso dovrebbe essere Davide Faraone.

I “nodi” pentastellati
Per il M5S la partita è ancora più complessa. Perché ai vincoli imposti dal Rosatellum si aggiungono i paletti interni che dovranno regolare le “parlamentarie” e che i vertici stanno ancora ultimando. Le norme saranno rese note dopo lo scioglimento delle Camere. E dovranno risolvere vari nodi: l’età (per le politiche del 2013 quella massima per candidarsi alla Camera era di 40 anni, ma questo escluderebbe da Montecitorio Danilo Toninelli e Alfonso Bonafede, fedelissimi di Luigi Di Maio); la scelta tra Camera e Senato; i filtri di qualità per selezionare i nuovi eletti; le pluricandidature, tabù del Movimento che dovrebbe essere almeno in parte infranto con il “sì” alle “bis-candidature” nel collegio uninominale e nel listino proporzionale collegato. Dulcis in fundo, c’è il vincolo di residenza, che se non allentato potrebbe aprire guerre fratricide nei territori più affollati.
Al netto della ventina di parlamentari che non si ricandideranno, in primis Alessandro Di Battista, ci sono poche sicurezze. Una su tutte: la candidatura di Di Maio alla Camera nel collegio uninominale di casa, a Pomigliano D’Arco, e nel listino territoriale collegato. Sulle aspirazioni degli altri uscenti grava l’incognita delle new entry. Un parlamentare sintetizza: «Quanto più ristretta sarà la base elettorale, tanto più rischioso sarà l’esito delle parlamentarie».

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