Interventi

Elezioni cruciali, mai così dense di incognite

di Valerio Castronovo


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3' di lettura

Da quando nel 1979 i cittadini sono stati chiamati alle urne per eleggere il Parlamento di Strasburgo, mai s’era imposta una questione cruciale come quella di fronte alla quale essi si trovano ai giorni nostri. In quanto essa ha a che fare con un interrogativo che riguarda la stessa ragion d’essere dell’Europa, il suo ruolo e il suo futuro.

Finora il lungo cammino dell’Europa è stato contraddistinto, pur fra alterne vicende, da un costante processo evolutivo attraverso il quale l’originaria Comunità del 1957 dei sei Paesi euro-occidentali, una volta riconciliatisi dopo i micidiali conflitti nazionalistici che avevano insanguinato per tanto tempo il Vecchio continente aveva scongiurato, con l’ombrello protettivo degli Stati Uniti, la minaccia di un altro sistema totalitario (dopo la disfatta del nazifascismo) come quello comunista dell’Unione Sovietica, ed era giunta negli anni Sessanta-Settanta, con l’“economia sociale di mercato”, a dar luogo a un crescente sviluppo e benessere materiale; per poi procedere, dopo la caduta nel 1989 del Muro di Berlino e l’estinzione nel 1991 dell’Urss, all’istituzione (col trattato di Maastricht del 1992) di una moneta unica, accanto a un altro pilastro come il mercato unico (varato nel 1986), e neutralizzare nel contempo il rischio di una risorgente preminenza della Germania riunificata, ponendo le basi per una maggiore integrazione politica e l’allargamento delle sue frontiere ai Paesi dell’Est.

Senonché il progetto enunciato col trattato di Nizza del 2007 di fare dell’Europa l’area più ricca e dinamica del mondo svanì presto, come sappiamo, per le devastanti conseguenze a raggiera della Grande crisi del 2008, mentre i congegni di governance della Ue cominciarono a scricchiolare per il rifiuto opposto dalla Germania e dai Paesi “più virtuosi” del Nord Europa a una mutualizzazione dei debiti sovrani di quelli più dissestati del Sud.

A sua volta, quanto è avvenuto negli ultimi anni ha segnato un drastico cambio di paradigma e di percorso, in seguito alla confluenza di tante criticità ed emergenze in parte già latenti e in parte di nuovo stampo: dalla crescente finanziarizzazione dell’economia, che non crea valore aggiunto, all’indebolimento strutturale dell’Unione europea, uscita solo nel 2014 dal tunnel della recessione; dall’impoverimento di larghi strati anche del ceto medio, alla diffusione di un’ondata di forte rancore sociale verso la classe dirigente, a cui è andata aggiungendosi un’insofferenza, istintiva o fomentata strumentalmente, nei confronti dell’immigrazione di tanta gente dalle aree più calde e derelitte del mondo; dalla cruenta irruzione del terrorismo jihadista dell’Isis, alla mancanza di una comune politica estera e della sicurezza; dal divorzio del Regno Unito dalla Ue, all’allentamento da parte dell’America di Donald Trump degli storici legami transatlantici con l’Europa; dalla reviviscenza dei nazionalismi all’avanzata dei movimenti populisti; dalla ricomparsa del protezionismo e di guerre commerciali, a un ulteriore potenziamento degli arsenali nucleari, all’acutizzarsi degli effetti del surriscaldamento del clima; dalla poderosa espansione transcontinentale del gigante cinese, al ritorno in forze della Russia di Vladimir Putin sullo scacchiere internazionale.

Si spiega perciò, di fronte al mutamento in corso dei precedenti equilibri geo-economici e geo-politici, quanto l’odierno tornante elettorale sia denso di incognite per l’identità e la sorte dell’Europa. Tanto più perché essa, da un lato, stenta a elaborare un efficace modello di sviluppo responsabile e sostenibile e, dall’altro, è priva di un progetto di riforma largamente condiviso che valga a orientare le scelte dei cittadini e a garantire la coesione delle istituzioni comunitarie.

A giudicare dalla distanza che corre fra il “Manifesto” del presidente francese Emmanuel Macron (imperniato su una strategia di forte impronta comunitaria a livello istituzionale) e le tesi della presidente della Cdu tedesca ed erede designata alla cancelleria Annegret Kramp-Karrenbauer (che punta su un sistema di sussidiarietà e autoresponsabilizzazione degli Stati nazionali) non sembra che si possa far conto neppure su quell’asse franco-tedesco che ha agito finora da motore della Ue e, insieme alla Banca centrale europea, da garante della sua stabilità.

Quanto a un eventuale successo dei partiti sovranisti rispetto alle grandi famiglie politiche tradizionali, non creerebbe alcuna alternativa concreta, ma approfondirebbe la disarticolazione di un’Europa in cui il Gruppo di Visegrad e la Nuova Lega Anseatica sono caratterizzati da spiccate tendenze autoreferenziali anche se di segno differente. Di qui il dilemma che sovrasta oggi l’Europa.

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