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Francia, Macron rieletto presidente con il 58,6%: «Risponderò alla rabbia del Paese»

Al ballottaggio delle elezioni presidenziali netto vantaggio per il presidente uscente. La rivale ammette la sconfitta. Rimane il nodo del radicalismo

di Riccardo Sorrentino (inviato a Parigi)

[Aggiornato il 25 aprile 2022 alle ore 8:20]

Presidenziali Francia, vince Macron. Festa sotto la Torre Eiffel

5' di lettura

Emmanuel Macron è il nuovo presidente della Francia. Ha ottenuto, in base ai risultati definitivi, il 58,55% dei voti espressi, contro il 41,45 di Marine Le Pen: percentuali che coincidono con le primissime proiezioni. Alle 20 di domenica, a Champ-de-Mars, sotto la Tour Eiffel, i sostenitori hanno quindi già potuto festeggiare la vittoria del presidente uscente, cantando la Marseillaise, in tripudio. Forte però, per gli standard francesi, l'astensionismo, pari al 28,01 per cento.

Consensi in calo

Macron era favorito per un secondo mandato ma mai prima d'ora l'estrema destra risultava così vicina ad una possibile elezione all'Eliseo. Era la seconda volta che i due politici si affrontavano. Nel 2017, il presidente aveva ottenuto il 66,1% dei voti, Le Pen il 33,9%. Il calo di consensi è evidente: cinque anni fa Macron ottenne 20.743.128 voti, contro gli attuali 18.779.809 (quasi due milioni in meno), mentre Marine Le Pen è passata da 10.638.475 a 13.297.728 voti (più di 2,6 milioni in più).

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I dati dalle città

Senza sorprese, il presidente è risultato molto forte nelle aggiori città del Paese. A Parigi, Macron ha ottenuto l'85,10%, contro il 14,90% di Le Pen; a Marsiglia il presidente ha ottenuto il 59,84%, a Lione il 79,80%; a Tolosa il 77,48%; a Nizza il 55,39%; a Nantes l'81,15%.

«Nessuno sarà lasciato sul ciglio della strada»

«On a gagné!». «On a vaincu!». «Macron president!». Annunciato dall'inno europeo, l'Inno alla gioia di Beethoven, e non dalla Marseillaise, il nuovo presidente ha detto ai suoi sostenitori: «Grazie», e «So quel che vi devo» sottolineando il lavoro da fare: «Un'era nuova che non sarà la continuazione del quinquennato che si chiude», trasformare la Francia «in un paese ecologico» - che dovrà però «costruire la sua forza in ogni campo» - con un progetto «umanista, ambizioso per l'indipendenza del nostro paese, per l'Europa, repubblicano nei suoi valori, un progetto sociale, ecologico e fondato sul lavoro e sulla creazione» in cui «nessuno sarà lasciato sul ciglio della strada».

Preservare il modello francese

Macron ha dunque cinque anni a disposizione per completare il suo progetto politico. Sul piano internazionale ha già ridato alla Francia – grazie anche al vuoto creato da Brexit e, per un certo periodo, dal disimpegno americano di Donald Trump – un ruolo internazionale importante, una sua grandeur - agognata ma non riconosciuta dagli avversari del presidente - dopo i passi indietro subiti con Sarkozy e Hollande. Sono le riforme interne che vanno completate, o forse anche trasformate, non tanto sul piano economico – la disoccupazione è bassa, il paese va molto meglio anche se margini di miglioramento non mancano – quanto per la compatibilità del modello sociale francese, generoso e irrinunciabile per i cittadini, con i vincoli finanziari.

Un paese radicalizzato

Il vero nodo è squisitamente politico. Dalle elezioni, dal primo turno, è emerso un dato importante, che non potrà essere ignorato: il 57,8% dei votanti si è espresso a favore di un partito radicale, estremo, di sinistra (il 25,5%) o di destra (il 32,3%). Se si aggiungono i Verts, che in Francia tendono però a essere più pragmatici che altrove, la percentuale sale al 62,5%: un votante su tre vuole non una politica nuova ma, di fatto, un sistema politico totalmente diverso. Anche Mélenchon, come Le Pen, vuole infatti una Sesta repubblica, e Zemmour intende varare comunque una vasta riforma istituzionale.

Una «tecnica» poco «politica»

Macron non ha dato risposte alla forte domanda di una politica nuova, che riconosca il disagio – non solo e non tano economico, per quanto problemi non manchino – di una vasta parte della popolazione. Ha adottato misure “tecniche”, ha puntato sull’efficienza della politica, si è mosso anche in modo relativamente spregiudicato, libero com’è da vincoli ideologici: ha per esempio sostenuto la gendarmerie anche durante momenti difficili per le forze dell’ordine, ha varato misure contro il “separatismo islamista”, opportune ma per alcuni critici un po’ al limite del rispetto della libertà di associazione (i musulmani di Francia hanno, spesso, votato Mélenchon). Ha però dimenticato i vasti territori francesi – a parte il Gran débat national con i sindaci di tutto il paese – non certo risolutivo, e ha dimenticato – malgrado un omaggio puramente formale, esteriore, agli aspetti simbolici della politica. «Risponderò alla rabbia del Paese», ha detto ieri.

I vincoli della democrazia non plebiscitaria

La sua strada ha effettivamente un vincolo. Non può passare, né incrociare la strada tracciata da Le Pen, da Zemmour, da Mélenchon e dai Gilets Jaunes. Tutti chiedono, malgrado una leadership evidentemente autoritaria, un uso massiccio dei referendum, con l’obiettivo di scardinare il sistema: per cambiare la costituzione, come nel caso di De Gaulle (che però si mosse formalmente nella legalità costituzionale della quarta repubblica, senza forzature), oppure per l’approvazione dei trattati internazionali (come Zemmour). Solo una Convention, dedicata al clima, è stata varata, con la partecipazione – non particolarmente creativa, sembra – di 150 cittadini. Non è solo un problema di ricreare la concordia tra i francesi, impegno comunque importantissimo: è qualcosa che va oltre.

La prossima sfida: le legislative di giugno

Il rischio inoltre non si manifesterà certo tra cinque anni, quando Macron peraltro non potrà più ripresentarsi, ma subito, con le elezioni legislative del 12 e 19 giugno. Il sistema a doppio turno francese impone inevitabilmente una semplificazione del quadro politico, demandata peraltro agli elettori stessi. Non è detto però che, nel partito molto verticistico, quasi personale, di Macron, i candidati possano sempre emergere come nel 2017, quando la novità-Macron fece il pieno. Marine Le Pen, non a caso, pur ammettendo la solitudine del suo partito («siamo soli») e confermando l’intenzione di «continuare il proprio impegno per la Francia e i francesi», ha lanciato la «battaglia delle legislative», per evitare che il presidente possa prendere di nuovo la maggioranza. La battaglia continua.

Gli auguri di Putin

Il presidente russo Vladimir Putin ha inviato a Macron un messaggio di congratulazioni: lo scrive Interfax citando il Cremlino. Putin ha augurato a Macron il «successo» per il suo secondo mandato. Congratulazioni sono giunte, fra gli altri, anche dal presidente Usa Joe Biden, dal premier italiano Mario Draghi e dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky: «Congratulazioni a Emmanuel Macron, vero amico dell'Ucraina, per la sua rielezione! Gli auguro ulteriori successi per il bene del popolo francese”, ha scritto su Twitter il presidente dell'Ucraina. «Apprezzo il suo sostegno e sono convinto che stiamo andando avanti insieme verso nuove vittorie comuni. Verso un'Europa forte e unita!», ha aggiunto il leader.

Anche il presidente Xi Jinping si è congratulato con Macron, sottolineando che negli ultimi anni «il partenariato strategico globale tra Cina e Francia ha mantenuto un alto livello di sviluppo che darà nuovo slancio e nuovi contributi alla pace, alla stabilità e alla prosperità globali». In una nota riportata dall'emittente televisiva statale Cctv, Xi ha dichiarato che «attualmente la situazione internazionale sta attraversando profondi e complessi cambiamenti e il significato strategico dello sviluppo sano e stabile delle relazioni tra Cina e Francia è diventato sempre più importante». Xi ha infine auspicato di continuare a lavorare con Macron per portare le relazioni tra i due Paesi «a un nuovo livello a beneficio dei popoli dei due Paesi e del mondo intero».

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