#iovotoper

Elezioni, perché la ripresa economica non sarà decisiva per il voto

di Marco Alfieri

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(Fotogramma)


5' di lettura

Da anni non si vedevano numeri macro così positivi ma, per ora, non si registrano trascinamenti sulle intenzioni di voto. Perché questo accade? Intanto, sono online i reportage #iovotoper, con i quali alcuni elettori spiegano le loro scelte.

«La speranza dei partiti più istituzionali, da Forza Italia al Pd, è che l’appello al voto utile degli ultimi giorni, insieme ai buoni dati macroeconomici di questi mesi, possa rimpolpare al fotofinish i consensi elettorali prosciugando un po’ il bacino degli scontenti e del populismo», racconta a pochi giorni dalle elezioni un sondaggista di grido. Chissà che la mitica maggioranza silenziosa, alla fine di una campagna elettorale segnata dal ritorno della violenza politica e dal “rischio” salto nel buio di una nuova ondata a Cinque Stelle, non batta un colpo nel segreto dell’urna, smentendo (un’altra volta) sondaggi e numeri della vigilia.

Erano anni che non si vedevano numeri macro così positivi. Industria in crescita con il fatturato che aumenta del 5% e ordini che salgono del 6% (miglior risultato dal 2011). Pil +1,4% nel 2017, export +7,4% (record in Europa), consumi +1,4%, investimenti +3%, pressione fiscale 2013-2018 in calo dal 45 al 40,3% e disoccupazione dal 12,9% all’11,0%. Senza contare i 488mila posti di lavoro in più nel settore privato.

Per ora i sondaggi, fermi a 15 giorni dal voto, non registrano alcun effetto trascinamento sulle intenzioni di voto, anzi. Più i trimestri positivi si consolidano più il partito di governo che in teoria dovrebbe beneficiarne (il Pd) crolla nei sondaggi. Come mai? In generale «la percezione di miglioramento economico ha una latenza rispetto alla statistiche macroeconomiche», suggerisce Lorenzo Pregliasco di Quorum/YouTrend.

«Nello specifico la domanda da fare è un’altra: gli italiani hanno smaltito gli otto anni di crisi?», ragiona Carlo Carboni, docente di Sociologia economica all’Università di Ancona e studioso dei populismi. «La ripartenza di cui parlano i numeri sta già incidendo sulla loro quotidianità? Non credo, ci vorrà del tempo...». In fondo la disoccupazione è in calo, ma calano anche i contratti a tempo indeterminato (il 23% del totale nel 2017 rispetto al 42% del 2015); la montagna del debito pubblico è sempre lì che ci marca stretta; le crisi industriali non accennano a diminuire (al Mise ne registrano circa 160) a partire dalle vertenze infinite di Ilva e Alitalia e il tasso delle persone a rischio povertà è cresciuto dal 2009 almeno fino al 2016. «E poi il populismo non nasce dalla crisi economica, ma dalla contestazione di una classe politica e di un intero establishment; al limite si alimenta dello scontento e delle incertezze prodotte dagli anni di crisi, ma le precede», continua Carboni.

L’altro tema interessante che si porta dietro il rapporto scivoloso tra crescita e voto è cosa sia diventata la mitica maggioranza silenziosa evocata dai partiti “istituzionali”. Siamo sicuri che esista ancora quel blocco moderato, lontano dagli estremismi, che si esprime(va) solo alle urne? «Credo che la frammentazione del quadro politico abbia mutato la sua composizione», prosegue Carboni. «Se analizziamo il bacino degli astensionisti, dentro ci troviamo non solo i protestatari cronici o i qualunquisti. Ci sono molte persone convinte che il proprio voto non conti più nulla. Un sentimento che sa molto di a-politicità, non di anti politicità».

Come dire: non si tratterebbe più solo di protesta o astensione per convinzione bensì di passività sfiduciata causata dall’offerta politica attuale. Oggi partiti e movimenti fanno molta fatica a far votare (anche) chi è interessato alla politica, figurarsi gli astensionisti strutturali. E questo significa, per tornare al tema di partenza, che la grande volatilità elettorale di questi anni non viene attivata da ragioni economiche. Per dovere di onestà: in Italia si è quasi mai votato per semplici ragioni economiche. Altre sono state le faglie elettorali: nella prima repubblica le sub culture politiche “bianche” e “rosse” si spartivano le masse; nella seconda repubblica il cleavage anti comunista si è reincarnato nel berlusconismo, un muro politico-ideologico che ha diviso per vent’anni l’elettorato con la Lega al Nord che ha ereditato, riattivandolo in chiave anti fiscale e anti statuale, il vecchio consenso “padano” della Dc.

Questo doppio equilibrio politico-elettorale (prima e seconda repubblica) si è poi rotto negli anni della crisi grazie al boom grillino, che ha ridisegnato la mappa del voto in Italia.

Scrive Paolo Natale, esperto di flussi elettorali dell’Università Statale di Milano: «Dal 2008 a oggi, cioè dai tempi della sfida Berlusconi-Veltroni, centro-destra e centro-sinistra sono stati abbandonati da almeno il 20% dell’elettorato, vuoi a favore dei Cinque Stelle vuoi a favore dell’astensione». E tuttavia pur aumentando la volatilità, pur perdendo di coerenza e continuità le scelte elettorali degli italiani, i motivi economici rimangono secondari. «O comunque incidono solo in piccola parte», spiega Luca Comodo, direttore del dipartimento politico-sociale di Ipsos.

«Nella zona grigia degli astensionisti (stimata intorno al 35%) gli indecisi dichiarati sono un 12-13 per cento. La domanda vera è capire quanti di questi domenica andranno a votare (forse la metà?) ma possiamo già dire – prosegue Comodo – che questo arcipelago si divide grossomodo in 3 mini blocchi: ci sono i cosiddetti ex montiani che oscillano tra Pd e Forza Italia, ceti produttivi e professionisti urbani in attesa fino all’ultimo di un’offerta politica qualificante, distante dalle promesse bombastiche di questa campagna; ci sono gli studenti universitari, colti e scolarizzati, che aspettano qualcuno e qualcosa che li convinca a non disertare le urne (in questo segmento il Pd sembra essere favorito); e ci sono gli ex orfani della coalizione Bersani che non vogliono più votare un Pd targato Renzi e sono alla finestra, incerti se votare LeU, stare a casa o tornare all’ovile democratico turandosi il naso».

In questo schema, il fattore economico probabilmente peserà (solo) sulla galassia degli ex montiani – oggi li chiameremmo “calendiani” – smuovendoli all’ultimo minuto sulla scorta dei buoni dati macro. «Però parliamo di numeri insufficienti a ribaltare i pronostici, per lo più collocati nelle grandi città del Nord Italia, mentre il Mezzogiorno rimane indietro, e non a caso è proprio al Sud che si concentra il voto per i Cinque Stelle», notano gli esperti del Cise.

Pochi giorni fa la Reuters ha pubblicato un reportage da Pomigliano d’Arco, la città campana del candidato premier pentastellato Luigi Di Maio. Quel che emerge dal racconto è la disperazione popolare per il declino della stagione dei trasferimenti di denaro pubblico che garantiva facili consensi ai partiti tradizionali. Rotto quel meccanismo politico-clientelare non resta che affidarsi al salto nel vuoto elettorale, alle promesse dei nuovi re taumaturghi e al feticcio del reddito di cittadinanza. Ancora qualche giorno, e sapremo come andrà a finire.

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