verso le regionali

Elezioni, lo spettro del governo: svegliarsi il 22 settembre con 15 regioni al centrodestra

Dopo il fallimento delle alleanze Pd-M5S aumentano nel centrosinistra i timori per Marche e Puglia. Ma rispetto ai precedenti del 2000 e del 2005 l’emergenza e la sessione di bilancio allontanano l’ipotesi di crisi

di Manuela Perrone

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(ANSA )

Dopo il fallimento delle alleanze Pd-M5S aumentano nel centrosinistra i timori per Marche e Puglia. Ma rispetto ai precedenti del 2000 e del 2005 l’emergenza e la sessione di bilancio allontanano l’ipotesi di crisi


4' di lettura

Calato il sipario sulle alleanze nelle Marche e in Puglia per il “no” del M5S, i partiti della coalizione che sostiene il governo Conte sanno qual è l’obiettivo minimo: mantenere al centrosinistra almeno 3 regioni su 4 delle 6 che andranno al voto (più la Valle d’Aosta, che fa storia a sé: il presidente non è eletto dai cittadini, ma scelto a votazione tra i membri del Consiglio). Perché se invece si verificasse una debacle - 2 a 4 - l’Italia il 21 settembre si risveglierebbe con 14 regioni più le province autonome di Trento e di Bolzano amministrate dal centrodestra. Un territorio dai colori opposti a quelli dell’esecutivo nazionale.

Il quadro delle regioni “rosse”

Dopo le sconfitte alle regionali dello scorso gennaio, il Pd è rimasto a guidare in tutto soltanto sei regioni: oltre alle Marche con Luca Ceriscioli e la Puglia con Michele Emiliano, il Lazio con il segretario dem Nicola Zingaretti, la Campania con Vincenzo De Luca, l’Emilia Romagna con Stefano Bonaccini e la Toscana con Enrico Rossi. Di quelle chiamate alle urne, i pronostici sono favorevoli soprattutto per la Campania, dove corre di nuovo De Luca, seguita dalla Toscana (che schiera Eugenio Giani contro la leghista Susanna Ceccardi). In Puglia Emiliano deve vedersela con la concorrenza di Raffaele Fitto (Fdi) e con quella “interna” di Ivan Scalfarotto (Italia Viva) e di Antonella Laricchia (M5S). Nelle Marche i sondaggi danno il candidato del centrodestra Francesco Acquaroli in testa e Maurizio Mangialardi del centrosinistra in rincorsa, secondo prima del pentastellato Gian Mario Mercorelli.

Il centrodestra “sicuro” di Zaia e Toti

Di gran lunga inferiore il pericolo che il centrodestra si veda sottrarre le sue due regioni al voto, Veneto e Liguria, dove rispettivamente Luca Zaia e Giovanni Toti cercano la riconferma. In Liguria a sfidare il governatore uscente c’è Ferruccio Sansa, sostenuto da Pd e M5S. Un’altra prova dell’asse, dopo quella non riuscita che era stata tentata in Umbria. Ma tutta in salita: gli ultimi sondaggi segnalano un distacco notevole tra Toti e Sansa.

I precedenti del 2000 e del 2005
Chi sogna la spallata al governo nazionale all’indomani dello spoglio cita due precedenti: quello di Massimo D’Alema nel 2000 e quello di Silvio Berlusconi nel 2005. Nel primo caso, l’allora presidente del Consiglio decise di dimettersi come «atto di sensibilità politica, non certo per dovere istituzionale» dopo che alle regionali di quell’aprile il centrosinistra perse quattro delle sue regioni e vide trionfare il centrodestra della Casa delle libertà in otto. Nel secondo caso, 15 anni fa sempre ad aprile, il centrosinistra si affermò nettamente in 12 regioni sulle 14 al voto lasciando al centrodestra soltanto Veneto e Lombardia. Dietro le pressioni di Alleanza nazionale di Gianfranco Fini e dopo l’uscita della delegazione dell’Udc di Marco Follini, il Cavaliere rimise il mandato, ma con in tasca già l’accordo per un nuovo governo a sua guida, che infatti si riformò dopo una settimana: stesso premier e un rimpasto dei ministri.

Le differenze

Ma è improbabile che il copione si ripeta. Per tre motivi sostanziali. Il primo è che dev’essere il presidente del Consiglio, nel caso, a scegliere le dimissioni. E Giuseppe Conte non ne ha nessuna intenzione: ha già derubricato al rango di «test locale» la consultazione di settembre. La seconda ragione è che, a differenza del 2000 e del 2005, queste regionali si tengono alla fine dell’estate, proprio alla vigilia della sessione di bilancio: un periodo che il capo dello Stato Sergio Mattarella, come ha già lasciato intendere in più di un’occasione, non è idoneo per aprire crisi senza destabilizzare il Paese. Anche perché - e questa è la terza motivazione, la principale - questo non è un anno qualsiasi, visto che siamo nel bel mezzo di una pandemia: la legge di bilancio, insieme alla Nadef e al Recovery Plan attesi a ottobre, saranno decisivi per il futuro sociale ed economico del Paese.

Dalla mappa dipenderà anche il dialogo sui fondi Ue

Ciò non vuol dire che la mappa del Paese che uscirà dalle elezioni sarà neutra, proprio in ragione del piano di ripresa che l’Italia dovrà inviare alla Commissione europa. Più distanti saranno i colori delle regioni rispetto a quelli dell’esecutivo, più complicato sarà il dialogo sui progetti che dovranno sostanziare il piano, che per l’Italia vale la cifra straordinaria di 209 miliardi. È stata questa l’arma usata dal premier quando ha tentato l’ultimo pressing sui pentastellati per le alleanze. «Le regioni saranno coinvolte in questi progetti - ha scandito Conte nell’intervista al Fatto Quotidiano del 19 agosto - e diventeranno anche dei centri di spesa. Ovviamente il governo non farà distinzioni di colore politico nei confronti dei governi regionali. Ma le forze di maggioranza dovrebbero avere tutto l’interesse a competere al meglio per essere protagoniste in questa partita anche a livello regionale». La gestione dell’emergenza coronavirus ha già mostrato la difficoltà di coordinamento tra Stato centrale e amministrazioni locali. Un’Italia al 75% di centrodestra potrebbe essere un problema serio.

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