Trump-Biden

Elezioni Usa 2020: come funziona, le regole e le schede elettorali

Tutto quel che serve sapere sulla sfida Trump-Biden del 3 novembre 2020: 150 milioni e forse più di voti attesi, 11 miliardi di spesa con in palio il futuro di Casa Bianca, Congresso e almeno 11 stati su 50

di Marco Valsania

default onloading pic
(REUTERS)

Tutto quel che serve sapere sulla sfida Trump-Biden del 3 novembre 2020: 150 milioni e forse più di voti attesi, 11 miliardi di spesa con in palio il futuro di Casa Bianca, Congresso e almeno 11 stati su 50


13' di lettura

New York – Decine di milioni di voti in un Paese grande quanto un continente, ma quelli che contano possono essere poche migliaia in una manciata di stati. Chi vince, anche nettamente, la battaglia dei consensi popolari può ugualmente perdere la Casa Bianca. E' il risultato all'apparenza paradossale di un sistema elettorale, quello americano, che è in realtà un complesso labirinto. Con un istituto oscuro, il Collegio elettorale con i suoi Grandi Elettori senza volto e senza nome, che in realtà esprimono il Presidente. E urne nazionali ma che sono governate da disparate norme, su questioni cruciali quali diritto e accesso al voto e conteggio delle schede, decise a livello locale e soggette a battaglie legali oltre che politiche prima e dopo il voto.

Questo labirinto elettorale nel 2020 è più che mai sotto i riflettori. Usi o abusi del suo funzionamento da parte dei due candidati, il Presidente in carica Donald Trump e lo sfidante Joe Biden, e dei loro due partiti dominanti, repubblicano e democratico, potrebbero rivelarsi decisivi all'esito, ancor più nel clima di straordinaria difficoltà creato dalla pandemia. Gli americani quest'anno, oltre che recandosi alle urne il 3 novembre, depositano per settimane schede in numeri record in appositi seggi destinati al voto anticipato oppure via posta, due modalità che sono state molto rafforzate per contenere i rischi da coronavirus. Una combinazione che potrebbe garantire partecipazione con rari precedenti ma anche causare ritardi nel certificare i risultati definitivi, alimentando confusione e scontri sulla validità dei voti e del loro conteggio.

Loading...

Due strategie a confronto

La formula per un successo da parte di Trump appare chiara agli analisti e alimenta lo spettro di conflitti sulla vasta “macchina” elettorale: conta su una mobilitazione senza precedenti della base su cui ha fatto presa, l'elettorato bianco e meno istruito minoritario. Assieme a restrizioni nelle procedure e nei controlli del voto che oggettivamente scoraggiano e danneggiano potenziali sostenitori dei rivali democratici, in particolare le minoranze etniche. I democratici puntano al contrario sulla facilitazione massima del voto, per assicurare la più ampia partecipazione possibile di fasce spesso meno propense e che considerano a loro favorevoli, dalle minoranze etniche ai giovani. Esaminare funzionamento e dati delle elezioni americane apre dunque una finestra essenziale per comprendere quello che sarà l'esito di una battaglia combattuta sui meccanismi del voto quanto sulle idee a confronto.

Un voto da 11 miliardi

Una prima cifra, il costo delle elezioni rivela l'elevatissima posta in gioco per entrambi i partiti. Stando al Center for Responsive Politics ha ormai tagliato il traguardo degli undici miliardi di dollari, sommando le spese di centinaia di corse congressuali e la campagna presidenziale. Un incremento superiore al 50% rispetto alle elezioni del 2016, tenuto conto dell'inflazione. Metà del costo è legato al duello per la Casa Bianca, 5,2 miliardi, più del doppio rispetto a quattro anni or sono.

Per approfondire

Trump vs Biden: i grafici per capire il voto

Lo speciale interattivo Usa 2020


La Casa Bianca a elezione indiretta

Il voto per il Presidente negli stati Uniti è in realtà indiretto. Gli elettori esprimo il cosiddetto Collegio elettorale, Electoral College, formato da 538 Grandi Elettori ed è una maggioranza di questi che decide poi ufficialmente il Presidente. Questi Grandi elettori sono ripartiti per stato e il loro numero rispecchia, per ciascuno stato, la somma di seggi alla Camera federale, al Senato più tre rappresentanti cui avrebbe diritto il District of Columbia, quello della capitale Washington Dc, se fosse considerato uno stato. I grandi elettori sono quasi sempre assegnati in blocco, l'intero pacchetto a chi vince il voto popolare nello stato – vale a dire winner takes all. Uniche eccezioni sono il Nebraska e il Maine, dove vige un metodo più proporzionale: due grandi elettori assegnati a chi vince il voto popolare mentre i restanti, due in Maine e tre in Nebraska, ai vincitori di ciascuna delle circoscrizioni elettorali nello stato. Questa formula può comportare una spartizione dei grandi elettori tra democratici e repubblicani.

Collegio elettorale, decisivo e controverso

In generale, tuttavia, l'assegnazione in blocco dei Grandi elettori comporta il potenziale contrasto tra esito del voto popolare e successo nella corsa alla Casa Bianca, ripetutamente avvenuto negli ultimi cicli elettorali. Compreso il 2016, quando la democratica Hillary Clinton ottenne quasi tre milioni di voti in più su scala nazionale ma perse contro Trump nella matematica del collegio elettorale, che richiede di accumulare almeno 270 grandi elettori grazie a successi anche di stretta misura nei singoli stati. E' questa realtà a trasformare in ago della bilancia alcuni stati cosiddetti “swing”, cioè incerti, in particolare quest'anno Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Arizona, North Carolina e Florida. La scadenza federale ultima per certificare le elezioni sulla base del Collegio elettorale, e per la soluzione di eventuali dispute, è l'8 dicembre. I nomi dei Grandi elettori sono indicati dai due partiti, tradizionalmente scelti tra fedeli funzionari o militanti locali.

Cosa dice la Costituzione e cosa no

Il controverso ruolo del Collegio elettorale – che i critici vorrebbero abolire o trasformare in una assegnazione proporzionale - ha radici nella Costituzione. Le formule per stabilire i grandi elettori sono infatti affidate ai singoli stati. La Costituzione sancisce insomma la nomina statale della delegazione per il Collegio elettorale, ma non le modalità, non richiede che rifletta il voto popolare. Il Collegio è nato vale a dire quale strumento di filtro e garanzia, che rifletteva una certa sfiducia elitaria verso i rischi di “errori” da parte della volontà popolare. A lungo ridotto a una semplice formalità, la polarizzazione del Paese lo ha riportato alla ribalta, perché gran parte degli stati vengono conquistati a man bassa da uno dei due partiti, senza che questo si traduca in un maggior numero di Grandi elettori e lasciando l'equilibrio in mano a pochi. Non basta, quando si tratta di possibili drammi.

Numerosi stati, 17 su 50, ad oggi non obbligano neppure per legge i loro grandi elettori a votare per il candidato vittorioso. Un fenomeno battezzato Faithless electors. E una legislatura statale, con la copertura della Costituzione, potrebbe decidere di ascrivere a sè la nomina della delegazione per il Collegio, ad esempio dichiarando il voto viziato da irregolarità. Un simile scenario era affiorato nelle contese elezioni presidenziali del Duemila in Florida, lo stato decisivo: il parlamento locale controllato dai repubblicani aveva pronta la scelta d'autorità di delegati mentre ancora era in corso una verifica del conteggio dei voti. Quest'anno un simile dramma è stato immaginato in Pennsylvania, dove a sua volta il Parlamento locale è controllato dai repubblicani che hanno già polemizzato sui pericoli di frodi elettorali.

La Camera dei 435

La Casa Bianca non è il solo “premio” in palio alle urne. La Camera, che detiene il maggior potere legislativo, mette in gioco tutti i 435 seggi ogni due anni, quindi anche in occasione delle quadriennali elezioni presidenziali. Il numero di seggi per stato è legato alla loro popolazione, ricalibrato sulla base del periodico censimento federale e quindi di variazioni demografiche. È la più volatile delle elezioni: spesso le maggioranze vengono ribaltate anche ogni biennio, costringendo i deputati a costanti campagne elettorali. Nel 2018 la maggioranza passò ai democratici, con un vantaggio di 36 seggi – 235 a 199 - in un parziale ripudio del dominio repubblicano dell'intero Congresso e della Casa Bianca emerso delle urne del 2016. L'attesa è che rimanga in mano ai democratici nel 2020, con una maggioranza forse rafforzata di dieci o venti seggi.

Un terzo del Senato si rinnova

Il Senato mette in gioco un terzo dei cento senatori ogni due anni. Il suo ruolo è men che secondario. Ha potere legislativo quasi alla pari della Camera. L'eccezione è la proposta di legislazioni di bilancio, che incidono su entrate e stanziamenti. Il Senato ha tuttavia un cruciale ruolo di vaglio e approvazione delle nomine proposte dalla Casa Bianca, di ministri e alti esponenti dell'amministrazione come di governatori della Fed, alti magistrati della Corte Suprema e giudici federali. Non a caso i repubblicani hanno focalizzato l'attività del Senato proprio sulla conferma di magistrati federali, la cui influenza nell'intrepretare le leggi, e il conseguente impatto sociale e politico, sono profondi negli Stati Uniti. Il mandato dei senatori è più lungo rispetto ai deputati, sei anni, con un rinnovo parziale, come detto, di un terzo dei seggi ogni biennio. Sufficiente a ribaltare maggioranze, anche se con meno frequenza. Quest'anno sono in gioco 33 seggi. La composizione della Camera Alta, con due senatori per ciascuno dei 50 stati. Nell'idea degli autori della Costituzione era il modo per garantire un equilibrio geografico e non solo demografico al sistema politico americano, evitando che regioni rurali e poco popolate fossero emarginate.

La crescente urbanizzazione e concentrazione della popolazione in alcuni stati ha tuttavia sollevato oggi dibattiti opposti alle preoccupazioni dei padri fondatori, su un potere eccessivo di regioni poco influenti. Nell'attuale legislatura, la maggioranza è repubblicana con un vantaggio di 53 seggi contro 47 democratici. Ma la sfida per il futuro controllo, nelle urne del 3 novembre, appare sul filo del rasoio. Una dozzina di duelli sono incerti e i democratici ambiscono a conquistarne tra quattro e sei e ribaltare l'attuale maggioranza repubblicana. Simbolo della tensione: in South Carolina la sfida tra il senatore in carica, il repubblicano Lindsey Graham gran sostenitore di Trump, e il democratico Jaime Harrison ha battuto ogni record di spesa, con Harrison ha raccolto e investito oltre centro milioni di dollari.

La partita dei governatori

Le elezioni mettono in palio anche numerose e influenti poltrone di governatori statali e parlamenti locali. Undici i governatori in gioco, sette al momento repubblicani e cinque democratici, dal North Dakota al North Carolina. Oltre cinquemila seggi di deputati e senatori locali verranno inoltre sottoposti al giudizio degli elettori da una costa all'altra del Paese. Complessivamente, 26 stati americani hanno governatori repubblicani e 24 democratici. Ventuno stati hanno governi interamente repubblicani e 15 interamente democratici. E' possibile che a livello locale gli spostamenti siano scarsi in questa tornata elettorale, relativamente limitata, ma i democratici sperano di avanzare, anche di poco. E' un voto facile da sottovalutare ma dalle significative implicazioni di lungo periodo: i governi locali, come detto, hanno ampio controllo sul processo elettorale nazionale. Norme che restringono o ampliano l'accesso alle urne sono loro prerogativa.

Alcuni conseguenze sono durature: la capacità di ridisegnare ad arte le stesse circoscrizioni elettorali per favorire i propri candidati – il cosiddetto “gerrymandering” dal nome del governatore che ne fu il pioniere. E' stata una strategia utilizzata con successo soprattutto dai repubblicani nel sud e nell'interno del Paese, seguita per anni e battezzata Redmap, dal tradizionale colore rosso del partito.

Procedure alla prova di 300 battaglie legali

L'alta tensione fra repubblicani e democratici ha fatto sì che mai come oggi l'organizzazione stessa del voto sia sotto i riflettori in molti stati cruciali, in particolare nel Sud con un lungo retaggio di razzismo e governato da repubblicani. A oggi sono già scattati oltre 300 ricorsi in una quarantina di stati, sulle opzioni di voto come sulla raccolta e conteggio delle schede, con i repubblicani che chiedono restrizioni citando possibili irregolarità e i democratici che denunciano manovre di soppressione del diritto di voto. Questi riscorsi sono anche il potenziale preavviso di duelli in tribunale e fino alla Corte Suprema sul conteggio e la validità delle schede, che potrebbero decollare dopo la chiusura delle urne sul risultato. Le casseforti dei due partiti hanno raccolto almeno 67 milioni di dollari soltanto per lanciare e gestire denunce. Alcuni esempi saliti alla ribalta chiariscono la portata dei casi.

La Florida e il “balzello” sugli ex detenuti

Lo stato, con una legislatura e un governatore repubblicano, ha limitato i diritti degli ex carcerati. Un referendum aveva sancito il ripristino del diritto di voto per chi ha scontato pene anche per reati significativi, purchè non violenti. Ma una successiva legge ha imposto quale condizione obblighi per gli ex detenuti di pagare anche tutte le eventuali multe e costi legali pendenti, un provvedimento che penalizza le minoranze etniche e afroamericane in particolare. Giudicata inizialmente incostituzionale, paragonata all'imposta per il voto dell'era della segregazione, una corte d'Appello dominata da magistrati repubblicani l'ha riconfermata. In Florida ci sono 1,5 milioni di ex detenuti che potrebbe recarsi a votare, ma più di tre quarti ha multe non pagate. Il problema è inoltre nazionale: almeno 5,1 milioni di elettori sono oggi privati del diritto di voto per simili ostacoli.

Le poche urne del Texas

Il governatore repubblicano dello stato, quest'anno particolarmente competitivo nonostante la tradizione conservatrice, ha ridotto a solo una per contea le urne destinate a raccogliere i voti anticipati. Greg Abbott ha citato spettri di truffe, penalizzando però anzitutto vaste e affollate contee democratiche quali quella di Houston, Harris County con 4,7 milioni di residenti, 2,7 milioni di elettori e appunto una sola sede per consegnare il proprio voto in anticipo. Un tentativo del partito democratico di ribaltare la decisione è fallito in tribunale.

L'Alabama vieta il voto pandemico

Qui è stato vietato il cosiddetto “curbside voting”, il voto assistito appena fuori dal seggio con uno membro dello staff del seggio, volto ad aiutare disabili e elettori a maggior rischio di Covid. Una simile pratica era stata in realtà utilizzata in passato senza problemi, ma questa volta i repubblicani l'hanno messa al bando sbandierando il pericolo di frodi. Il divieto è stato confermato dalla Corte Suprema a maggioranza conservatrice.Midwest e Pennsylvania, duello sui tempi Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, gli stati forse più contesi e decisivi, hanno visto corti d'Appello decidere, salvo interventi in extremis della Corte Suprema federale, di consentire un conteggio dei voti via posta anche quando le schede via posta arriveranno nei giorni immediatamente successivi alla chiusura delle urne, purchè spedite prima.

Ma i tempi variano, rischiando tenere in forse l'esito. In Pennsylvania possono arrivare entro tre giorni (e devono essere in doppia busta di sicurezza), in Michigan entro 14 giorni, in Wisconsin entro sei giorni. L'estensione del conteggio è considerato un successo democratico ma i repubblicani non si arrendono. In Pennsylvania il partito di Trump ha presentato altri ricorsi, ad esempio per impedire che un elettore possa imbucare più di una scheda, la propria, negli appositi punti di raccolta del voto anticipato, pratica invece in passato consentita almeno per aiutare familiari in pracarie condizioni di salute.

Purghe, code e notai

Un'altra pesante variabile sul voto è introdotta dalla mancata uniformità nei criteri per esercitarne. Cosiddette “purghe” degli elenchi degli aventi diritto sono condotte a livello locale: periodicamente, e sistematicamente da parte dei repubblicani negli ultimi anni, decine e migliaia di elettori sono stati cancellati mettendo in dubbio la loro residenza. Viene inviata loro una lettera per confermare l'indirizzo e se non c'è risposta entro alcune settimane l'elettore viene cancellato d'autorità. Questo costringe a una nuova registrazione per poter votare, ma spesso l'elettore in questione, in massima parte minoranze etniche peggio servite dalle poste e in condizioni abitative più precarie, lo scopre tardi, quando arriva al seggio.

La quantità e presenza di seggi nei quartieri è a sua volta a discrezione locale: studi dell'MIT hanno mostrato che quattro anni fa un elettore di colore ha dovuto attendere in coda in media 16 minuti contro i 10 minuti di un bianco, oltre a doversi recare spesso più lontano, con impatto anzitutto per lavoratori meno abbienti e pagati a ore, che non ricevono paga per il tempo speso a votare, oppure privi di facile accesso a mezzi di trasporto. Casi in Georgia e Texas nel voto di persona anticipato quest'anno hanno già visto attese anche di otto o dieci ore. Ancora: i criteri per il voto postale sono stati allentanti in numerosi stati in risposta all'emergenza coronavirus ma non in tutti: alcuni richiedono tuttora motivazioni specifiche (non solo il virus) e schede controfirmate da testimoni e autenticate da notai.

Carte d'identità

In 35 stati occorre inoltre, nel voto di persona, esibire alle urne una forma accettata dal singolo stato di documento di identità. Tra questi stati ci sono Wisconsin, Texas, Kansas, Indiana, Tennessee, Missouri e Georgia. In Texas ad esempio è valida la tessera per il porto d'armi ma non quella studentesca. A volte, ma non sempre, è possibile produrre altra documentazione originale che dimostra la residenza e a volte esprimere un voto provvisorio. Senza contare le polemiche su una intimidazione informale degli elettori oggi emerse: Trump ha promesso una “armata” di osservatori davanti alle urne, oltre 50.000, condannata come forma di indebita pressione per scoraggiare il voto dai democratici. In Pennsylvania funzionari repubblicani hanno filmato elettori che si recano alle urne anticipate ricevendo una diffida della procura statale.

Lo spettro di frodi elettorali

L'ipotesi di schede false e finti elettori viene denunciata spesso dai repubblicani ma, al contrario del pericolo di interferenze nelle campagne elettorali di potenze straniere come la Russia, mancano prove che abbia un impatto. Tutti gli studi credibili mostrano rarissimi casi di voti irregolari e quasi sempre involontari. Una commissione anti-truffa creata da Trump dopo le elezioni del 2016 – quando sostenne che i democratici avevano ricevuto milioni di voti fraudolenti di immigrati illegali - si è sciolta senza neppure pubblicare un rapporto conclusivo e senza aver trovato nulla. Il think tank Brennan Center ha concluso che sia più probabile che “un americano venga colpito da un fulmine piuttosto che cerchi di impersonare un altro elettore alle urne”.

Anche recenti studi del voto via posta, già diffuso in passato in stati occidentali, hanno mostrato pochissimi casi di irregolarità, nel giro di dieci o vent'anni 14 schede in Colorado, 15 in Oregon e 12 a Washington State. Studi oltretutto condotti da un istituto conservatore quale la Heritage Foundation. La Heritage afferma di aver tabulato in tutto 1.285 irregolarità, una cifra men che allarmante e che non tiene conto del fatto che molto raramente questi casi hanno fatto scattare indagini o incriminazioni. Uno studio della Arizona state University ha trovato solo dieci casi provati per 150 milioni di aventi diritto. L'Fbi ha a sua volta smentito che esistano coordinate operazioni di truffa elettorale nel Paese.

Un'eredità di soppressione del voto

Gli sforzi per limitare e ostacolare il voto sollevano dibattito anche perché sullo sfondo è viva la memoria di una lunga discriminazione a sfondo razziale. La Guerra Civile non la eliminò: dopo il breve periodo della Ricostruzione che vide gli afroamericani liberati dalla schiavitù svolgere un ruolo centrale in politica, compromessi portarono il nord a cedere nei fatti il sud del Paese alle forze del razzismo, con decenni di dominio del Ku Klux Klan e delle cosiddette legislazioni Jim Crow. I neri vennero nei fatti esclusi dal voto, oltre che con la violenza, con strumenti quali test di alfabetizzazione e tasse per il voto. Bisogna attendere le leggi sui diritti civili del 1965 per una vera svolta, che impose maggiori controlli federali sugli stati meridionali.

Questi controlli sono stati in gran parte eliminati tuttavia nel 2013 da una sentenza della Corte Suprema: ha tolto la supervisione federale, giudicandola obsoleta, di nove stati concentrati nel sud quando si tratta di modificare legislazioni elettorali, da spostamenti o chiusure di seggi a riconfigurazioni di circoscrizioni. Tra questi stati Alabama, Georgia, Mississippi, South Carolina, Texas e Louisiana, con una lunga storia di negazione del voto delle minoranze.

L'inedito ruolo del voto postale

Se discriminazione e ostacoli al voto sono vecchi spettri, il voto postale nel 2020 avrà un impatto particolarmente significativo a causa della pandemia, ponendo inedite sfide allo scrutinio. E' ancora in dubbio quale percentuale rappresenterà a conti fatti, ma sarà significativa e forse decisiva: inizialmente stimato tra il 50% e il 70% del totale, più di recente le previsioni (un sondaggio Marist/Npr) si sono ridimensionate a circa il 35%, in ogni caso superiore al 25% del 2016. Il voto postale dovrebbe avvantaggiare i democratici che l'hanno attivamente promosso mentre i repubblicani l'hanno attaccato come presunto nido di truffe, con i sondaggi che mostrano i voti spediti finora appannaggio per il 52% di democratici e per il 26% dei repubblicani. Sono però attese dure polemiche su schede valide e nulle nei voti postali. Se sarà alla fine inferiore alle attese, potrebbe oltretutto creare altri problemi: sovraffollamenti delle urne fisiche nel giorno formale del voto, il 3 novembre, che creino ingestibili code e mettano in difficoltà lo staff elettorale.

Una partecipazione record?

Sono 240 milioni gli americani aventi diritto al voto. E nonostante le difficoltà 50 milioni di loro hanno già votato, un record nelle schede depositate in anticipo o via posta. Entro il 3 novembre, secondo alcuni esperti, potrebbero aver già votato di persona o via posta 85 milioni di americani. Il totale finale dei votanti potrebbe superare i 150 milioni, pari a una partecipazione complessiva almeno del 62 per cento. Potrebbe cioè essere la più elevata dal 1908, quando raggiunse il 65,7% in un elettorato assai più ristretto, senza allora il voto alle donne e di gran parte degli afroamericani apertamente discriminati al sud. Negli ultimi vent'anni il tasso dei votanti è stato attorno al 60 per cento. La fotografia dei bacini elettorali vede oggi i bianchi senza laurea al 39% del totale, i bianchi con laurea al 34% e le minoranze etniche al 27 per cento. In stati incerti quali Michigan e Wisconsin i bianchi senza laurea sono il 50% e il 53 per cento. La relativa mobilitazione di queste diverse fasce di potenziali elettori, in un'atmosfera polarizzata come l'attuale, probabilmente deciderà il prossimo presidente americano.

Per approfondire

L’America al voto

Dossier


Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti