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Elezioni Usa, fine corsa per Bernie il socialista

Sanders si arrende a Biden nella corsa alla nomination democratica per sfidare Trump a novembre. Ma le sue idee resistono

di Marco Valsania

Usa 2020, Sanders si ritira dalle primarie democratiche

Sanders si arrende a Biden nella corsa alla nomination democratica per sfidare Trump a novembre. Ma le sue idee resistono


7' di lettura

New York – Gli Stati Uniti non avranno un presidente socialista, neppure socialista democratico. I giochi della storia alternativa regalano di questi tempi, sui teleschermi degli americani prigionieri della pandemia e cortesia dell'adattamento di Netflix del romanzo di Philip Roth The Plot Against America, l'esempio d'un Paese dove sono immaginabili drammatiche sorprese almeno a destra ben al di là di Donald Trump – nel libro e nello sceneggiato nel 1940 viene eletto un presidente autoritario e con simpatie naziste, l'aviatore Charles Lindbergh che sconfigge a sorpresa Franklin Delano Roosevelt. La storia quella vera, invece, non riserva nulla di simile a sinistra: Bernie Sanders ha ripiegato le bandiere della sua rivoluzione politica, riponendo nel cassetto il sogno d'una nomination del partito democratico sotto gli slogan espliciti del democratic socialism.

Bernie “il rosso”
Sanders ha archiviato una campagna nella quale aveva invocato profonde trasformazioni, nelle sue parole una rivoluzione politica per spezzare il potere delle grandi lobby a Washington e foriera di riforme quali un sistema sanitario nazionale (Medicare for all, dal nome dell'esistente programma pubblico per gli anziani), università statali gratuite e lotta alla diseguaglianza, rilanciare il sindacato, i salari minimi, la tassazione di grandi imprese e patrimoni. Nel farsi da parte ha lasciato spazio al più moderato ex vicepresidente di Barack Obama, che in preparazione alla rinuncia di Sanders era già parso strizzare l'occhio a posizioni più progressiste rivelatesi capaci di mobilitare gli elettori più giovani, minoranze etniche sotto-rappresentante quali gli ispanici, registrare record di piccole donazioni.

Il tributo di Biden, del Times... e di Trump
“Vi vedo, vi ascolto e siete necessari”, ha affermato Biden rivolgendosi ai sostenitori del rivale, un tempo apostrofati dall'establishment come sanderisti. Sanders, ha continuato Biden, “e' una potente voce per un'America più giusta e equa”. Il New York Times da parte sua ha commentato che Sanders “quasi da solo ha spostato il partito a sinistra”. Paradossalmente, un tributo all’impatto di Sanders è arrivato anche dalla nemesi dei democratici, Donald Trump: ha espresso apprezzamento per i sostenitori di Bernie, invitandoli a unirsi a lui e citando una simile avversione agli eccessi del libero commercio.

La conta dei delegati
Le ragioni della resa sono state messe nero su bianco da Sanders stesso e hanno a che fare, in realtà, tanto con la consapevolezza degli esiti delle primarie e quanto con l’imperativo di cacciare Trump. “Siamo circa 300 delegati alle spalle del vicepresidente Biden e una strada verso un successo è virtualmente impossibile”. Al momento della rinuncia di Sanders, Biden ha altre 1.200 delegati e Sanders circa 900. La nomination del partito viene assicurata con almeno 1991 delegati. Nei restanti stati che ancora devono svolgere primarie Biden appariva favorito. “Vedo la crisi che scuote la nazione, esacerbata da un Presidente incapace o che non vuole offrire alcuna leadership credibile, e vedo il lavoro che deve essere svolto per proteggere la gente nel momento piu' disperato; non posso in tutta coscienza continuare una campagna che non posso vincere e che interferirebbe con l'importante lavoro che ci viene richiesto a tutti noi in questo momento”. La macchina di raccolta fondi della campagna, la più grande operazione di base nella storia politica statunitense, è stata al momento messa al servizio della raccolta di aiuti sanitari.

Una battaglia di idee
Sanders ha tuttavia rivendicato un successo di idee, per l’anima del partito: “Il nostro movimento ha vinto la battaglia ideologica”, ha affermato con qualche esagerazione sostenendo che idee un tempo emarginate oggi vengono discusse all’aperto. Ancora: “Se la campagna sta terminando, il nostro movimento non finisce qui”.

In particolare ha rilanciato l'obiettivo di trasformare la sanità su modelli europei: “L'attuale terribile crisi ha messo a nudo l'attuale assurdo sistema di assicurazioni sanitarie basate sull'avere un impiego. Il collasso economico ha portato non solo a enormi perdite di occupazione ma anche alla perdita di assistenza sanitaria da parte di milioni di americani”.

Slancio perduto
Ma la sua campagna elettorale, ormai all'ombra di una pandemia che ha costretto numerosi a rinviare il voto e a cancellare comizi e manifestazioni, aveva già perso slancio prima del coronavirus. Sanders, diventato favorito a inizio anno grazie a iniziali vittorie in New Hampshire e Nevada e a un pareggio in Iowa, era rimasto scottato in South Carolina, perdendo malamente contro Biden nella cruciale comunità afroamericana. Successivamente aveva arrancato nel Super Martedì, dove numeri grandi stati avevano contemporaneamente visto emergere vittorioso il rivale. I vertici del partito e gli elettori democratici, in quell'occasione, avevano mostrato un rapido consolidamento alle spalle dell'ex vicepresidente, considerato più eleggibile in un duello con Trump. Sanders aveva infine perso Florida e Michigan, considerata la sua ultima speranza di rilancio in un elettorato popolare. All'uscita da quegli scontri, tutti gli altri aspiranti democratici alla nomination si erano ormai fatti da parte.

Il colpo finale del Wisconsin
Segni del tramonto del 78enne Sanders, grande sconfitto anche nel 2016 a favore di Hillary Clinton, sono emersi anche negli ultimi giorni. In un raro appuntamento con le urne, martedì ha votato il Wisconsin tra sondaggi che davano però avvantaggiato Biden e con esiti attesi il 13 aprile. Sanders stesso aveva indicato che non avrebbe mobilitato nessuno nello stato per il rischio alla salute di chi si recava alla urne. Una decisione del governatore democratico dello stato di spostare l'appuntamento era stata bocciata dalla Corte Suprema statale e federale a maggioranza conservatrice.

Barometro degli scontri a venire
Il voto in Wisconsin è diventato anche un esempio della dura battaglia che aspetta i democratici per cercare di sconfiggere Trump e delle ragioni dietro allo sforzo di unire ora il partito senza ulteriori ritardi. I repubblicani hanno insistito sul voto a ogni costo, senza estendere la possibilità del voto per posta, ottenendo il ribaltamento della scelta del governatore locale. Assieme alle primarie era in palio l'elezione per un seggio alla Corte Suprema locale che, se perso a vantaggio di un candidato liberal, potrebbe indebolire la loro egemonia sulla magistratura statale. Una bassa partecipazione al voto, nelle condizioni di pandemia nella principale città di Milwaukee hanno aperto solo cinque seggi contro gli abituali 180, dovrebbe favorire i conservatori. Trump ha dichiarato apertamente in un tweet che il voto via poste “non funziona bene per i repubblicani”, che in generale fanno meglio in presenza di una bassa partecipazione generale combinata con la mobilitazione della propria base militante. Da anni i repubblicani, accusa l'opposizione, sposano esplicite strategie per limitare la partecipazione, soprattutto tra minoranze etniche, sollevando sospetti di truffe ai seggi mai provate.

La scelta del vice-presidente
Parte delle speranze democratiche di sconfiggere un agguerrito Trump a novembre fanno così leva proprio sulla capacità di coinvolgere appieno Sanders e i suoi sostenitori. Un test significativo sarà la scelta da parte di Biden di un candidato alla vicepresidenza, che potrebbe essere una donna e che Sanders spera sia un esponente quantomeno sensibile all'ala più progressista del partito. In gara oggi sarebbero una decina di nomi, dalla moderata Amy Klobuchar alla più liberal Kamala Harris alla progressista Elizabeth Warren - fino a stelle locali quali Stacey Armas della Georgia e il governatore del Michigan Gretchen Whitmer. Potrebbe spettare a una di loro, e alla piattaforma programmatica del partito, tener conto di quell'impronta indelebile lasciata da Sanders a Washington e che si spiega con una lunga epopea. Con la storia di un 78enne che ha fatto carriera ai margini del partito democratico, da indipendente e coltivando un'immagine di outsider burbero e anti-establishment; di un sindaco diventato deputato e poi senatore in rappresentanza d'un minuscolo stato all'apparenza ininfluente quale il Vermont; di un politico che negli anni, nonostante questo, ha catturato istanze di fondo che turbano l'intera societa' e la democrazia americana.

Il lungo cammino cominciato a Brooklyn
Questo cammino comincia a Brooklyn, dove nasce e frequenta il liceo pubblico. Sanders si iscrive poi a scienze politiche all'Universita' di Chicago dove per sua ammissione è studente mediocre perché il suo impegno è tutto in politica: organizzazioni di giovani socialisti e campagne per i diritti civili, desegregazione degli pensionati studenteschi e marcia su Washington di Martin Luther King. Trasferitosi in Vermont dopo la laurea, lavora da aiuto infermiere ed è tra i fondatori di una cooperativa di “falegnami creativi”. Presto e' candidato di un piccolo partito nato dal movimento contro la guerra in Vietnam.

Primo cittadino
Il momento della verità giunge quando corre per la poltrona di sindaco di Burlington, principale città dello stato, sfruttando l'insoddisfazione per il primo cittadino uscente. Vince per 12 voti, il battesimo di quella che negli anni di Reagan viene soprannominata la Repubblica Popolare di Burlington. Sarà sindaco per tre mandati mettendo alla prova una “dottrina” di idealismo pragmatico: tesse gemellaggi con città del Nicaragua sandinista che fanno appunto chiamare i suoi seguaci “Sanderisti”. Ma si guadagna anche la distinzione di uno dei più efficienti primi cittadini del Paese. Risana i conti municipali e rivitalizza il centro urbano con progetti a uso misto coinvolgendo numerose aziende. La sua politica retail include rispondere al telefono ai cittadini nel cuore della notte.

Deputato e senatore
Quando decide di non ricandidarsi a sindaco guarda a un seggio alla Camera: nel 1990 è il primo dichiarato socialista in Congresso. Nel 2006 viene eletto al Senato. Da parlamentare, come indipendente che vota assieme ai democratici, ha fama battagliera, anche troppo. Insorge contro il rinnovo degli sgravi fiscali voluti da George W. Bush con un discorso ostruzionista di otto ore e mezza che sarà pubblicato sotto forma di libro. Duella per riforme del sistema giudiziario che non penalizzino le minoranze, per i diritti degli omosessuali e contro la guerra in Iraq. Negli anni dimostra tuttavia di saper lavorare anche con colleghi e avversari, proponendo puntuali emendamenti - e strappando il titolo di Mr. Amendment - e co-sponsorizzando leggi sui veterani di guerra. Non mancano posizioni controverse a sinistra e non solo: conscio di rappresentare uno stato che ama il porto d'armi è poco incline a strette nei controlli - una posizione modificata solo negli ultimi anni.

Il 2016
Nel 2016 arriva il debutto sul palcoscenico nazionale, come sfidante del candidato favorito alla nomination, Hillary Clinton, sostenendodi essere lui e non la Clinton a poter spingere più a fondo il cambiamento del Yes We Can di Barack Obama. Ottiene successi del tutto inattesi, grazie a un mix di voti di giovani, lavoratori e ceti popolari. Ma il più vasto sostegno della Clinton ha alla fine la meglio, seppur tra polemiche su strategie scorrette del partito nei suoi confronti. Una schiacciante sconfitta sofferta già allora in South Carolina, con solo il 26% dei voti contro il 74% della Clinton, mostro' tutta la sua difficolta' di far breccia in fasce essenziali dell'elettorato. Arrivato alla Convention del partito, fa pace con la Clinton e la sostiene ma strascichi polemici rimangono e la Clinton non ne fa mistero neppure quattro anni dopo. E quattro anni dopo è stato ancora lui, Sanders, a dimostrasi lo sfidante più determinato del candidato indicato come probabile portabandiera del partito, Joe Biden. Che ora spera di potere contare sull'appoggio di questo insolito, burbero socialista democratico del piccolo Vermont tra gli assi nella manica per battere Trump.

Riproduzione riservata ©
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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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