Interventi

Elezioni Usa, quando i candidati alla Casa Bianca parlano di clima

di Simone Tagliapietra


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Uno dei tanti incendi divampati in Alaska questa estate a causa del cambiamento climatico (Epa)

4' di lettura

Mentre la corsa alle primarie del Partito democratico americano entra nel vivo con i dibattiti televisivi tra i candidati, gli Usa si preparano al lungo anno elettorale che culminerà nella notte del 3 novembre 2020.

Fra i temi al centro dell’attenzione, quello del cambiamento climatico è destinato a divenire sempre più centrale, ovviamente su spinta dei Democratici. Il riscaldamento globale può rivelarsi un tema per loro vincente, considerando che - secondo un sondaggio del Washington Post-Abc News - solo il 29% degli americani approva le posizioni scettiche del presidente Donald Trump sul cambiamento climatico, mentre il 62% è contrario.

Una campagna presidenziale incentrata sul cambiamento climatico avrebbe implicazioni positive al di là degli Usa, e oltre la notte elettorale del novembre 2020. I mesi della corsa presidenziale corrispondono ai mesi di una corsa molto più ampia: quella per salvare il pianeta dal cambiamento climatico.

La scienza è chiara: limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi è l’unico modo per proteggere il pianeta dagli impatti più devastanti dei cambiamenti climatici. Per rimanere entro questo limite, le emissioni globali di CO2 devono raggiungere il loro picco nel 2020 e poi diminuire rapidamente, per raggiungere la neutralità climatica al 2050. Tale urgenza è dettata da un fatto: a causa delle attività umane, la temperatura media globale è già aumentata di circa 1°C rispetto ai livelli preindustriali.

Raggiungere la neutralità climatica al 2050 sta diventando tecnicamente ed economicamente possibile, in quanto la maggior parte delle tecnologie necessarie per raggiungere tale obiettivo sono ora disponibili, e a costi sempre più bassi. Ciò che occorre, dato che il cambiamento climatico è un problema globale comune, è un solido quadro politico internazionale in grado di accelerare questa trasformazione. E, in tale cornice, si deve inserire anche l’Italia, prossima a una lunga campagna elettorale in cui il clima auspicabilmente sia al centro del dibattito.

Tra settembre 2019 e fine 2020 avranno luogo alcuni appuntamenti internazionali cruciali per la governance ambientale, trasformando questo periodo in un momento decisivo per la risposta globale alla crisi climatica. E tutto ciò avverrà mentre l’opinione pubblica americana discuterà su chi debba essere il prossimo inquilino della Casa Bianca.

Un vertice sul clima convocato il prossimo settembre a New York dal Segretario generale dell’Onu sarà fondamentale per dare impulso alle ambizioni climatiche globali e accelerare le azioni per l’attuazione dell’accordo di Parigi. Questo è visto come il luogo in cui i Paesi più volenterosi potrebbero iniziare a presentare impegni forti sulla riduzione delle emissioni, in vista della più importante conferenza internazionale sul clima dopo quella che ha visto il raggiungimento dell’accordo di Parigi nel 2015: la Cop26 che prevista a dicembre 2020, con ogni probabilità a Londra.

I Paesi che hanno sottoscritto l’accordo di Parigi devono presentare ogni cinque anni nuovi, e più ambiziosi, impegni di riduzione delle loro emissioni di CO2. Ciò è fondamentale perché l’accordo di Parigi è un ibrido giuridico, che combina elementi vincolanti di responsabilità con obiettivi di emissione non vincolanti. Cioè scommette sulla forza del progressivo aumento delle ambizioni, piuttosto che su norme giuridicamente vincolanti, per raggiungere gli obiettivi. I nuovi impegni che saranno presentati alla Cop26 saranno fondamentali per guidare l’azione globale contro il cambiamento climatico al 2025, ovvero nel periodo in cui il mondo dovrà ridurre con decisione le emissioni per rimanere nella traiettoria 1,5°C.

Inoltre, nel 2020 avranno luogo altri due appuntamenti internazionali per la governance ambientale. Il primo sarà la conferenza delle Nazioni Unite sul diritto del mare, finalizzata a creare un trattato internazionale per conservazione e uso sostenibile della diversità biologica marina nelle zone non soggette a giurisdizione nazionale. Con questo trattato, l’Onu mira proteggere la vita marina in alto mare, oggi già colpita dal climate change.

Il secondo sarà la conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità, finalizzata a creare una sorta di Accordo di Parigi sulla biodiversità, che sappia far fronte al degrado degli habitat naturali in tutto il mondo.

Per sfruttare al meglio questi appuntamenti, il mondo ha bisogno di visione e leadership. La società civile, in particolare attraverso movimenti giovanili come il Fridays For Future, sta svolgendo un ruolo importante nel promuovere una visione sul clima e nel trasformarla in una questione mainstream. Ma i Paesi devono fare la loro parte con politiche capaci di portare a risultati concreti.

A questo proposito, la campagna presidenziale americana potrebbe servire come il forum più importante al mondo per testare la determinazione di coloro i quali - come i Democratici - professano di dare priorità alla lotta al cambiamento climatico e alla conservazione dell’ambiente. I protagonisti di questa storia avranno l’opportunità di dimostrare che i cambiamenti climatici possono anche rappresentare un’opportunità per progettare una crescita economica sostenibile e socialmente equa.

Provenendo dal più grande emettitore storico di CO2 - l’America ha ancora oggi emissioni pro capite doppie o in alcuni casi addirittura triple rispetto a quelle della Cina o dei Paesi europei - questo costituirebbe un precedente politico per il mondo intero. Perché, quando i candidati presidenziali americani discutono, non ascolta solo l’America, ascolta il mondo intero.

* Docente alla Johns Hopkins University, ricercatore presso il Bruegel e la Fondazione Eni Enrico Mattei

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