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Elio, l’«altro» gas per cui dovremo dipendere dalla Russia

Da anni l’elio scarseggia. Ed è un problema serio, perché non serve solo per far volare i palloncini: il gas è prezioso e insostituibile negli ospedali, nei laboratori di ricerca e in numerose applicazioni hi-tech. L’offerta dagli Stati Uniti, fornitore dominante da un secolo, è in declino. E nel futuro solo la Russia e il Qatar potrebbero colmare le carenze

di Sissi Bellomo


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(Adobe Stock)

4' di lettura

Per molti è solo il gas che fa volare i palloncini. Ma la scarsità di elio è un problema serio, che si trascina ormai da anni. E l’unica soluzione decisiva all’orizzonte è in mano alla Russia: è Gazprom che promette di sviluppare le maggiori risorse, compensando (insieme al Qatar) il crollo delle forniture dagli Stati Uniti.

Il passaggio del testimone rischia tuttavia di non avvenire abbastanza in fretta per alleviare le carenze. Inoltre solleva qualche inquietudine sotto il profilo geopolitico, non fosse altro che per le sanzioni che Washington da tempo minaccia contro la società russa.

Anche la crescente dipendenza dal Qatar espone a possibili interruzioni dell’offerta: è già successo, quando Doha è stata colpita dall’embargo economico saudita e ha dovuto cercare vie alternative per esportare. E potrebbe succedere ancora, in caso di attentati o altri incidenti nel Golfo Persico.

Non solo palloncini
Forniture adeguate e affidabili di elio sono cruciali in molti settori: il gas è impiegato negli ospedali, dov’è indispensabile negli apparecchi per la risonanza magnetica, serve nei superconduttori e nella fibra ottica, nei missili balistici e nelle navicelle spaziali, oltre che in un’infinità di applicazioni nei laboratori di ricerca scientifica.

I palloncini sono davvero l’ultimo dei problemi, anche se proprio la scarsità del gas usato per gonfiarli – che si è fatta sempre più acuta nell’ultimo anno – ha messo in ginocchio l’americana Party City, specializzata in articoli per le feste. La società, che controlla centinaia di negozi negli Usa, è sull’orlo della bancarotta dopo una perdita di 39,7 milioni di dollari nel terzo trimestre (il rosso era di 2 milioni un anno prima). Negli ultimi dodici mesi la Borsa ha spazzato via tre quarti della sua capitalizzazione.

Insostituibile
A rendere tanto prezioso l’elio sono una serie di caratteristiche peculiari, che in alcune applicazioni lo rendono insostituibile. L’elio è chimicamente inerte, non infiammabile e più leggero dell’aria, ha un punto di ebollizione molto basso e rimane liquido anche se raffreddato a temperature estreme.

Nell’universo è presente ovunque – solo l’idrogeno è più diffuso – ma sulla Terra è raro, o meglio: è difficile e costoso da ricavare, conservare e trasportare. Lo si trova (in basse concentrazioni, spesso inferiori allo 0,5%) nei giacimenti di gas naturale. Ma il fracking, con cui si estrae lo shale gas, impedisce di separarlo. E negli Usa i giacimenti convenzionali che oggi producono elio sono in declino.

Il crollo delle forniture dagli Stati Uniti – che per decenni hanno dominato l’offerta globale – dipende però soprattutto dall’esaurirsi delle scorte strategiche che Washington aveva accumulato per scopi militari fin dalla Prima guerra mondiale, ai tempi dei dirigibili, e che nel 1996 aveva deciso di liquidare.

La Federal Helium Reserve (Fhr) inizialmente avrebbe dovuto chiudere nel 2013, una scadenza che in seguito è stata rinviata. Oggi siamo al capolinea: nell’agosto 2018 lo US Bureau of Land Management (Blm) ha tenuto l’ultima asta di elio.

La domanda è stata così forte da far impennare il prezzo del 135% a 280 dollari per mille piedi cubi. Ma i consumatori finali è probabile che paghino dieci volte di più, afferma uno studio di Edison Investment Research.

Un settore opaco
Il settore dell’elio non brilla per trasparenza. Non ci sono fonti indipendenti che aggiornino in modo puntuale su produzione, consumi e scorte private. Ed è difficile anche tenere d’occhio i prezzi: non esiste un mercato dei futures, né listini visibili al pubblico. La distribuzione è in mano a un pugno di società – le maggiori sono Linde, che sta completando la fusione con Praxair, e Air Liquide, che ha assorbito Airgas – e i contratti di vendita sono coperti dalla massima riservatezza.

La scarsità di elio tuttavia è sotto gli occhi di tutti. Ed è la terza volta che si manifesta negli ultimi dieci anni. C’era già stata una crisi molto acuta nel 2012-2013, superata grazie alla proroga delle aste Usa e allo sviluppo di nuova produzione nel Qatar, attraverso i progetti Helium 1 ed Helium 2.

Doha l’anno scorso ha estratto 45 milioni di metri cubi di elio secondo lo US Geological Survey (Usgs), il 28% dell’offerta mondiale. Il 56% è arrivato dagli Usa e il 9% dall’Algeria, l’unico altro produttore rilevante. Con Helium 3, che inizialmente doveva partire a fine 2018, il Qatar nei prossimi mesi dovrebbe fornire gradualmente altri 11,6 milioni di metri cubi.

Il futuro è in Russia
Ma la vera svolta per il mercato – quella in grado di cancellare il deficit di elio e di raffreddarne il prezzo – arriverà con Amur, megaprogetto in Siberia di cui Gazprom punta ad avviare la prima fase (da 20 milioni di mc l’anno) nel secondo trimestre del 2021. A regime, nel 2024, la produzione dovrebbe triplicare.

«Il peggio è alle nostre spalle», afferma Phil Kornbluth, uno dei pochi consulenti specializzati nel settore, secondo cui grazie a Qatar, Russia e altri progetti minori (anche in Algeria) il deficit di elio, oggi intorno al 10%, si attenuerà nel giro di un anno e finirà nel 2021.

Gli analisti di Edison invitano però a non farsi illusioni: un ritardo di 12 mesi nell’avvio di Amur ci condannerebbe a un grave deficit di elio fino al 2026. E se la domanda crescesse in modo più vivace (del 3% l’anno invece che dell’attuale 1,5% circa) ci sarebbero deficit crescenti anche con un avvio puntuale di Helium 3 e Amur.

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