Settimana della moda, giorno 2

Elogio dell’eleganza pragmatica: da Fendi a Prada, è tempo di mani libere per rivoluzioni da salotto

di Angelo Flaccavento

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4' di lettura

Le mani in tasca e tutto nelle tasche che si moltiplicano dappertutto per portarsi dietro ogni cosa, lasciando le mani libere: la attitude di stagione, a Milano, è questa. Attitude all’inglese come impone il lessico esterofilo della moda. Ovvero modo di porgersi per scelta deliberata, non inclinazione naturale. Inizia un nuovo ciclo di insistito pragmatismo, che cancella in un sol colpo, o meglio introietta e plasma, le ossessioni sport & street che hanno da ultimo dominato la scena, applicandole per innesto alla nuova uniforme borghese.

Le felpe immense, i kway pantagruelici, le camicie affette da gigantismo sono ormai un dato di fatto assodato che sta in molti guardaroba. Adesso i dettagli pratici proliferano su pezzi di assoluto perbenismo, su silhouette che riscoprono il punto di vita, annullato nella fregola dell'oversize. È un cozzar di opposti che fa pensare: oggi anche la donna incline a porgersi come madame, pur senza rinunciare ai segni che la identificano nella scala sociale, non può e non vuole rinuciare a ciò che è pratico.

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È sulla passerella di Fendi, da sempre territorio immaginifico di ibridi sperticati nati dalla propulsiva convinzione che nulla sia impossibile, che si materializza il ladylike a prova di intemperie, o solo di giungla d'asfalto, eppure dall'aplomb impeccabile. «È una collezione pragmatica - sintetizza backstage Silvia Venturini Fendi, parlando anche per Karl Lagerfeld -. Abbiamo trattato gli accessori come abiti, e gli abiti come accessori. Viviamo vite freenetiche: il pragmatismo non è un vezzo, ma una necessità».

 Fendi, logomania, pelle e trasparenze per  la primavera-estate 2019

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Un programma che si traduce proprio in un proliferar di tasche, distribuite a iosa su copriborsa di pvc o neoprene che proteggono i preziosi articoli pellettieri della casa, applicate a contrasto su gonne di pvc indossate sopra altre gonne. Ritorna la Baguette, cavallo di battaglia della maison, in due misure, da portarsi dietro entrambe, mentre corsetti cingono la vita, evitando che tutta 'sta praticità prenda una china militare. La visione è fresca, bon ton quel tanto che basta, invero metropolitana, pur atteaverso il filtro della moda, e convince.

Per Miuccia Prada l’ondata di conservatorismo vestimentario - e non solo - che avanza è preoccupante quanto evidente, ma la risposta che oppone, consapevole del fatto che l’estetico è politico ma la moda non è un comizio, è poco chiara. Da un lato, infatti, la signora scatena il proprio lato più lisergico, libertario e psichedelico, dall’altro promuove con borghese pertinacia un modello estetico vintage al punto da far pensare alla nonna, con i gambaletti di nylon e il braccio piegato per reggere la borsetta, come è solita fare la regina Elisabetta.

È un gioco cui Prada ci ha da tempo abituati: l’amplificazione distorsiva del classico, portato a vette di sublime perversione, ma mai negato. Ed è qui il punto nodale: con il cerchietto borchiato e i maglioni bucati, le ribelli di Prada sono rivoluzionarie da camera, che il perimetro della propria classe non lo abbandonano. Come vuole l'autrice, si oppongono alla banalità e brutalità del presente, ma non si sporcano, e nemmeno vogliono farlo. Cosí agendo, ricapitolano in orgasmatica successione i capisaldi dello stile pradesco. Gli abiti sono conferme assai riuscite della formula, e alla fine basta questo, anche quando nascono da pensieri contraddittori, o nebulosi.

È potente la prova di Max Mara, dove si citano come fonte di ispirazione i miti greci, dai quali vengono tratti apologhi sempiterni sulla forza femminile, non drappeggi chilometrici. I volumi decisi e i panneggi scultorei, piuttosto, sono redolenti di power dressing anni Ottanta.

 Max Mara, esaltazione monocromatica della femminilità

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L'omaggio è evidente, e dichiarato a chiare lettere: qui si guarda in casa, al lavoro di Anne Marie Beretta, colei che proprio negli anni Ottanta ha plasmato l'identità di Max Mara. Le forme primarie, i colori solidi, la mancanza di orpelli sono puro Beretta, ma di omaggio si tratta, non di replica o operazione nostalgia: tutto è riadattato all'oggi, privato dell'aria vintage. Unico neo, lo styling a mille strati e qualche rouche di troppo che offusca la chiarezza cartesiana del discorso.

Anche la donna di Erika Cavallini è volitiva: al punto tale che viaggia - e di certo balla - da sola, portandosi dietro il guardaroba in una sacca immensa coordinata ai vestiti. Nulla più, a mani sempre libere.
È cristallino fino quasi ad un etereo monachesimo extralusso l'enunciato di Giada, marchio italiano di proprietà cinese al cui timone creativo siede Gabriele Colangelo, minimalista lirico e vibrante. Ospitata negli spazi sublimi della biblioteca braidense, tra stucchi e antichi volumi, la sfilata è una teoria di preziosissimi nonnulla di cashmere double, pelli impalpabili e sete angelicate attraversati da nuance in degradé trattate con sensibilità pittorica. Sono donne coperte quelle di Giada, che forse celano con troppo zelo la propria sensualità, ma che di eleganza, qualità rara, ne hanno molta.

Le donne di Emilio Pucci, invece, fanno festa in villa ai Caraibi, indossando chemisier e gonne plissé in colorini succosi, mentre da Moschino il ciclo assurdo della moda contemporanea, sempre presa a sputar fuori prodotti, diventa la scusa per un divertissement sul non finito che rallegra, ma lascia il tempo che trova. Sempre che poi al ciclo non ci si opponga con coscienza, come fa Tiziano Guardini con una collezione totalmente sostenibile piena di freschezza e di ottimismo.

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