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Tesla a picco nel pre-market. Elon Musk venderà il 10% delle sue azioni dopo un sondaggio Twitter

A Washington aumentano le pressioni per tassare le plusvalenze virtuali legate ai rialzi azionari e l’imprenditore spariglia le carte con un sondaggio

di Andrea Franceschi

Elon Musk: "Ho rischiato di fallire, Elkann mi ha aiutato"

4' di lettura

Il guru chiede all’oracolo se deve vendere il 10% del proprio pacchetto azionario, l’oracolo risponde di sì. Si può riassumere così l’ultima trovata di Elon Musk, fondatore di Tesla che ha chiesto ai suoi follower di Twitter se deve vendere il 10% della propria quota dell’azienda sinonimo di auto elettrica. Risultato: una maggioranza costituita da 3,5 milioni di utenti di Twitter - il 58% di quanti si sono espressi - ha detto che sosterrebbe una tale operazione. La quota sarebbe valutata a circa 21 miliardi di dollari sulla base di 170,5 milioni di azioni Tesla in possesso di Musk. «Ero pronto ad accettare entrambi i risultati», ha detto Musk in un tweet dopo la chiusura del sondaggio. Gli effetti sul titolo si stanno iniziando a vedere. Nel pre-market a Wall Street il titolo scivola del 7 per cento. Presagio di un’apertura di contrattazioni in forte calo.

La provocazione

«Il grosso delle mie plusvalenze virtuali sono una forma di elusione fiscale. Quindi vi propongo vendere il 10% delle mie azioni Tesla. Che ne pensate?». La domanda, provocatoria come nello stile del personaggio, è stata fatta da Musk in un tweet pubblicato sabato 6 novembre. Al tweet è allegato un sondaggio «sì o no».

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Effetti sul mercato

Quanto vale il 10% di azioni Tesla? Quali effetti ci potrebbero essere sul titolo a seconda del risultato del sondaggio? Stando alle rilevazioni della banca dati S&P Market Intelligence Musk, l’uomo più ricco del mondo secondo Forbes, detiene 244 milioni di azioni Tesla (il 23% del totale) il cui valore si aggira attorno ai 300 miliardi di dollari. Una parte tuttavia fa riferimento a stock option che possono essere esercitate o meno al netto delle quali la quota scende a 170 milioni di azioni, il 17% del totale per un valore di 208 miliardi. Non è chiaro se il 10% a cui fa riferimento Musk sia inteso al netto o meno di queste stock option. A spanne di tratta di un pacchetto azionario dal valore compreso tra i 20 e i 30 miliardi di dollari. Che, per dare un metro di paragone, è il valore di mercato di Unicredit, seconda banca italiana (nella forchetta alta) o di Exor, la cassaforte della famiglia Agnelli (forchetta bassa). È evidente che, seppur rapportato a un titolo che capitalizza 1227 miliardi di dollari, un simile ammontare di titoli in vendita è destinato a muovere al ribasso il titolo. L’iniziativa di Musk è destinata a influenzare il prezzo delle azioni. In che misura lo si scoprirà nei prossimi giorni.

Perchè Musk vuole vendere?

Negli Stati Uniti si parla di aumentare la tassazione sui miliardari. E c’è una proposta in questo senso fatta da proposta dal senatore democratico Ron Wyden, presidente della commissione Finanze del Senato. Nel mirino di una parte del partito democratico sono finite in particolare persone come Musk, la cui ricchezza è rappresentata soprattutto dal pacchetto di azioni Tesla in suo possesso. Un patrimonio personale di Musk cresciuto enormemente negli ultimi due anni per via della crescita vertiginosa messa a segno dal titolo: +1700 per cento. Al netto dei titoli in garanzia, il valore del pacchetto azionario del fondatore è passato da 14 a 208 miliardi di dollari, calcola S&P Market Intelligence. Una plusvalenza virtuale che per alcuni ambienti del partito democratico bisognerebbe tassare in qualche modo. Viceversa, l’unico modo in cui questa ricchezza potrebbe essere tassata sarebbe attraverso la tassa sul capital gain che verrebbe imposta nel caso in cui queste azioni fossero vendute.

Così Musk elude la tassazione

Lo stesso Musk, in un secondo tweet, ha chiarito che lui non percepisce alcun salario da Tesla e che, di fatto, l’unico modo per lui di pagare le tasse sia esattamente quello di vendere le azioni in suo possesso. Una scelta che tuttavia rischia di comportare perdite per gli azionisti della casa automobilistica. Tra cui ci sono sicuramente tanti elettori democratici che, in questa situazione, si troveranno nella condizione di dover pagare di tasca propria le scelte politiche dei rappresentanti che hanno eletto. Questo qualora il titolo registrasse un calo a seguito della liquidazione di Musk.

Il rispetto della votazione

Ma siamo sicuri che questa non sia la solita boutade a cui Musk ci ha abituato? Può essere. E i precedenti ci dicono che non sempre il vulcanico imprenditore dà seguito alle proprie dichiarazioni. È chiaro tuttavia che, anche alla luce del secondo tweet da lui pubblicato in cui assicura che rispetterà l’esito della votazione, ci sono buoni motivi per credergli.

In caso di mancato rispetto della promessa si esporrebbe all’accusa di aggiotaggio da parte della Sec, l’autorità di regolamentazione dei mercati finanziari Usa. Perché, dando informazioni false al mercato, avrebbe manipolato l’andamento del titolo. È anche vero che, in passato, Musk ha dato prova di non dare molto credito alla Sec con cui si è più volte scontrato. Ma in questo caso la manipolazione del mercato sarebbe troppo palese. D’altra parte è evidente il conflitto di interessi di chi vota. I favorevoli sono chiaramente persone che potrebbero approfittare della situazione comprando a seguito di un ribasso che potrebbe essere sostenuto (specie se amplificato dalle scommesse al ribasso sui derivati). I contrari, per contro, sono chiaramente azionisti Tesla che non hanno alcun interesse a vedere il proprio titolo svalutarsi a seguito di una mossa azzardata dell’imprenditore.

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