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Embargo petrolio russo, la Ue ostaggio delle condizioni di Orbán

Il premier magiaro fissa le condizioni per il suo ok allo stop delle importazioni da Mosca, dallo sblocco dei fondi alla sospensione della procedura di infrazione

di Alberto Magnani

Orban dice no a embargo gas e petrolio russo: è una linea rossa

4' di lettura

Con la guerra in Ucraina, Viktor Orbán si è trovato ancora più solo nella Ue: uno fra i pochi leader a osteggiare le sanzioni alla Russia, l’unico a evitare qualsiasi condanna esplicita di Vladimir Putin. La sua fragilità si è trasformata in uno strumento di pressione. In vista del Consiglio europeo del 30 e 31 maggio, Budapest sta tenendo in ostaggio il via libera dei 27 all’embargo «graduale» sull’import di petrolio russo, il cuore dell’ultimo pacchetto sanzionatorio proposto dalla Commissione di Ursula von der Leyen. Il governo magiaro è il solo ad aver posto il veto sulla misura, costringendo le delegazioni a un rush di incontri e trattative prima del vertice di lunedì.

L’Ungheria potrebbe “accontentarsi” di un’intesa che le agevoli o dispensi del tutto l’embargo, ma alcune fonti europee parlano di richieste che si spingono oltre la questione energetica. Il presidente del think tank Eurasia, Mujtaba Rahman, ha rivelato che una prima «lista dei desideri» di Orbán avrebbe incluso lo sblocco dei fondi all’Ungheria e lo stop alle procedure di infrazione a carico di Budapest, oltre a nuove linee di sostegno finanziario per far fronte ai costi dell’affrancamento da Mosca.

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Il pacchetto è ambizioso, ma il potere negoziale di Orban è rinvigorito dal suo stesso arroccamento. Il veto opposto dall’Ungheria sta intralciando l’attuazione di misure ritorsive contro Mosca, ritardando un blocco delle importazioni energetiche che dovrebbe comunque essere diluito nella seconda metà dell’anno.

Il «magnifico isolamento» di Budapest

Il conflitto ucraino ha incrinato il fronte del cosiddetto gruppo Visegrad, l’asse di paesi dell’Est Europa rappresentato dalla stessa Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca. La Polonia, storica spalla dell’Ungheria nella sua opposizione ai vertici Ue, si è - parzialmente - avvicinata a Bruxelles grazie alla sua linea di ostilità a Mosca, spendendosi in favore dell’Ucraina e sostenendo i vari pacchetti di ritorsione approvati dalla Ue. L’Ungheria è rimasta stabile nel suo no alle sanzioni all’economia russa, uno smarcamento imputato anche al suo grado di dipendenza dall’import energetico da Mosca.

La Ue deve a Mosca circa un quarto del suo import di petrolio e oltre il 40% di quello di gas, due quote che spiegano bene tutte le titubanze dei vertici comunitari rispetto a strappi troppo bruschi con le forniture russe. L’embargo sull’oro nero sarà progressivo e si dovrebbe completare entro l’anno, con tanto di deroghe per le economie più ancorate al petrolio russo (leggi sotto). Quello sul gas è un tabù rimasto intatto dall’inizio della crisi e non sembra probabile una cesura in tempi rapidi.

Nel caso di Budapest, il discorso è chiuso sul nascere. Il portavoce del governo unghese, Zoltan Kovacs, ha dichiarato che l’Ungheria importa l’85% del suo gas e il 65% del suo petrolio dalla Russia. Non meraviglia che il governo di Orban non si sia mai mostrato intenzionato ad allentare il legame con il Cremlino, adeguandosi subito al pagamento in rubli richiesto da Mosca e remando contro i vari pacchetti ritorsivi dei partner comunitari. L’ultimo niet è arrivato proprio sull’embargo al petrolio, un veto che rischia di congelare l’offensiva dei vertici Ue.

La proposta della Commissione deve passare per il via libera all’unanimità dei 27 e basta un parere discorde, come quello di Budapest, a ostacolare la procedura. I vertici Ue avevano già riservato un occhio di riguardo per i Paesi più esposti alle forniture russe, ipotizzando per Slovacchia e la stessa Ungheria un margine aggiuntivo di due anni per affrancarsi dal petrolio russo, al 2024 contro il dicembre 2022. Non è bastato.

Il condono richiesto da Orbán e la ricerca di un compromesso

Il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, ha accusato fra le righe Orbán di agire in maniera ricattatoria, barattando il via libera di Budapest con una sorta di condono sulle varie misure punitive Ue contro l’Ungheria. La prima wish list attribuita al governo ungherese sembra dargli ragione.

Nel dettaglio, Budapest avrebbe chiesto di sbloccare i fondi di Next Generation Eu, oggi negati per le violazioni dello Stato di diritto contestate a Budapest; l’interruzione dell’articolo 7, la procedura di infrazione avviata contro il governo magiaro; la rimozione dello stesso «meccanismo di condizionalità», la procedura che vincola la ricezione dei fondi al rispetto dei principi Ue; una linea di credito verso la Bce.

Anche senza la «lista» accreditata a Orbán, Budapest sta tenendo sotto scacco la discussione e potrebbe ottenere delle concessioni di peso. Una delle ipotesi sul tavolo è che l’embargo petrolifero si applichi esclusivamente alle importazioni via mare, risparmiando quelle veicolate dagli oleodotti: una misura concepita ad hoc per favorire l’afflusso energetico in Ungheria, paese che si rifornisce di greggio soprattutto con l’oleodotto Druzhba.

La proposta sta già scatenando alcuni malumori fra i 27, nel timore che finisca per vanificare il peso - anche - politico di uno stop alle esportazioni petrolifere da Mosca. Né è certo che basti a soddisfare Orbán, deciso a capitalizzare la forza negoziale del suo veto.

Gergely Gulyas, il capo dello staff di Orbán, ha alzato la posta, invocando un punto di incontro ancora più sbilanciato a favore delle esigenze di Budapest. Nel dettaglio, Gulyas ha dichiarato all’agenzia Reuters che l’Ungheria avrebbe bisogno di almeno 3-4 anni per affancarsi dal petrolio russo, un periodo pari al doppio rispetto alla deroga già immaginata da Bruxelles, oltre ad almeno 750 milioni di euro in investimenti di breve termine per aggiornare la raffinerie ed espandere gli oleodotti.

Non è un caso che fra le altre soluzioni si parli di una deroga ancora più flessibile per l’Ungheria o di rimuovere tout-court il petrolio dal pacchetto sanzionatorio, procedendo con ritorsioni contro il colosso bancario Sberbank e le altre misure incluse nel testo. Ma il rischio è di depotenziare ancora di più l’offensiva Ue, incrinando la coesione dei 27 con una vittoria troppo netta di Orbán.

Il responso finale dovrebbe comunque essere raggiunto in tempi stretti, visto che è attesa entro domenica 29 maggio una riunione degli ambasciatori Ue per concordare una posizione condivisa. Le sensazioni che filtrano da Bruxelles non sono delle migliori, con alcune agenzie che ventilano il rischio di naufragio dell’intero dibattito fra i 27.

Il pacchetto di sanzioni della Commissione, il sesto, è stato annunciato a inizio maggio e non è ancora riuscito a sbloccarsi dall’impasse creata dall’Ungheria. Lo stesso Orbán non ha concesso aperture e ribadito insieme a Marine Le Pen, leader del movimento nazionalista Raggruppamento nazionale, quanto le sanzioni contro la Russia siano «inefficaci».

Riproduzione riservata ©

  • Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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