crisi aziendali

Embraco, dagli anni d’oro di Chieri alla concorrenza low cost slovacca

di Filomena Greco


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(ANSA)

2' di lettura

Alla Embraco si producono compressori per frigoriferi ed elettrodomestici da sempre. Rispondono così gli addetti della fabbrica di Riva di Chieri, provincia di Torino, ai cancelli dell’azienda da questa mattina. A loro da Bruxelles il ministro Carlo Calenda dice: «Non si molla, lavoriamo su più fronti». Lo stabilimento fino alla fine degli anni Ottanta era nella galassia Fiat, il Lingotto aveva la maggioranza della società attiva nel settore degli elettrodomestici. A inizio degli anni Novanta sono arrivati gli americani di Whirpool, poi, pochi anni dopo, i brasiliani della Embraco.

Quelli sono stati gli anni d’oro per la fabbrica torinese. Proprio i brasiliani hanno portato investimenti, nuove linee, nuove tecnologie. «Ci sono stati periodi in cui in fabbrica assumevano fino a cento persone a settimana» raccontano i lavoratori oggi. Da 1.200 addetti alla fine degli anni Ottanta lo stabilimento era scesa alla metà per poi risalire, sotto la guida dei brasiliani, arrivando a punte di 2.200 persone. I guai, raccontano durante il presidio, sono iniziati quando Embraco ha aperto lo stabilimento in Slovacchia.

Delle possibili irregolarità nell’utilizzo degli aiuti di Stato ha parlato questa mattina il ministro con la commissaria europea per la Concorrenza Vestager. «Mi ha assicurato che la Commissione è molto intransigente nel verificare i casi
segnalati in cui c’è un problema o di uso sbagliato o non consentito degli aiuti o, ancora peggio – ha spiegato il ministro – di aiuto di Stato per attrarre produzioni da Paesi che sono parte dell’Ue». Il tema è lo spostamento delle produzioni del sito italiano verso lo stabilimento slovacco del Gruppo.

Ma a Bruxelles Calenda ha portato anche una proposta: un fondo nazionale per gestire la transizione industriale con «intensità superiore a quella prevista dalla normativa sugli aiuti di Stato», proprio nei casi di deindustrializzazione a vantaggio di Stati Ue e a sostegno della reindustrializzazione nel paese originario. Una sorta di fondo in grado di intervenire in casi di delocalizzazioni produttive.

E a Bruxelles ha parlato di una situazione inaccettabile anche il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. «Questa vicenda – ha detto – dimostra che l’Europa va profondamente cambiata e in tempi rapidi. E questo deve essere un impegno unitario di qualunque futuro governo italiano».

Si parla anche di un piano di reindustrializzazione per la Embraco. Era quanto il Governo e i sindacati hanno chiesto alla multinazionale sin dall’inizio, senza risultati. Ora il dossier è comunque sul tavolo di Invitalia.

La Embraco di Chieri il suo primo piano di reindustrializzazione lo ha fatto nel 2004, ha dimezzato i volumi produttivi, nell’area si sono insediate altre due aziende, i dipendenti sono scesi a quota 800 circa. Un ridimensionamento, ma governato, senza licenziamenti, attraverso un accordo fatto in due settimane. Dal 2003 a oggi alla Embraco di Chieri sono stati utilizzati gli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione, i contratti di solidarietà fino alla decisione del 10 gennaio scorso e l’apertura della procedura di licenziamento collettivo.

Settantacinque giorni, fino al 25 marzo, poi potrebbero arrivare le lettere di licenzamento. Nel frattempo i sindacati stanno lavorando a una mobilitazione a sostegno dei dipendenti della Embraco. Domani a Torino la conferenza stampa di Fiom e Uilm.

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