tra inflazione e svalutazione

Emergenza Argentina: nuovo crollo del peso, la Banca centrale alza i tassi al 60%

di Roberto Da Rin


Argentina: nonostante le riforme, inflazione, disavanzo e siccità pesano sull’economia

2' di lettura

Un'altra emergenza in Sud America. Alle prese con un nuovo crollo del peso, la Banca centrale argentina è tornata oggi a stringere la cinghia alzando drasticamente i tassi di interesse. Dopo la stretta di ben 500 punti base del 13 agosto scorso, la quarta fatta a sorpresa nel 2018, l'istituto ha aumentato oggi il costo del denaro del 15% al 60%. Soltanto 17 giorni fa si era impegnato a tenere i tassi fermi fino almeno ad ottobre. La mossa è legata al drammatico scivolone del 15% del peso argentino, che già ieri aveva subito un calo del 7% circa (il peggiore da quando la valuta ha iniziato ad essere scambiata liberamente nel 2015).

IN CADUTA LIBERA
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I mercati stanno reagendo in maniera disordinata alla richiesta fatta da Buenos Aires al Fondo monetario internazionale di accelerare i pagamenti previsti dal piano di 50 miliardi di dollari approvato nei mesi scorsi da Washington per allentare la crisi finanziaria nel paese.

Il presidente argentino Mauricio Macri, in un intervento televisivo, ha annunciato che «La garanzia del finanziamento del Fmi, in merito al nostro programma economico 2018-19 permetterà al Paese di tornare a crescere il più presto possibile». Poi ha aggiunto: «Da parte nostra accompagneremo questo sostegno con gli sforzi fiscali necessari». Dichiarazione che non ha dato fiducia agli analisti e agli operatori finanziari. Questi ultimi sostengono che la svalutazione del peso si spieghi con la marcata strategia di dollarizzazione dei portafogli degli investitori di fronte alla poca credibilità del governo in carica.
Inizialmente accolto con favore dai mercati e dagli operatori finanziari, oltre che dagli imprenditori, il governo di Macri ha inanellato una serie di “scommesse perdute” che si ripercuotono sulla stabilità macroeconomica del Paese. Oltre all'inflazione, vicina al 30% annuo, uno dei valori più alti del mondo, e la tendenza recessiva del Pil, il governo liberista di Macri non ha saputo infondere fiducia né dare credito alla moneta argentina.

La riduzione dell'inflazione è stato il primo obiettivo annunciato da Macri al momento della sua vittoria elettorale. Il target fissato del governo (15% annuo) non è mai stato centrato.

Né l'intervento di Macri né quello della Banca centrale argentina che ha immesso sui mercati 300 milioni di dollari hanno frenato la svalutazione del peso. Uno dei principali quotidiani finanziari argentini, Ambito financiero, descrive il quadro come “incerto a causa di una insaziabile domanda di dollari degli operatori”.
La crisi finanziaria si riverbera sul clima politico sociale del Paese. Il peronismo, ora all'opposizione guadagna credito e la campagna elettorale, in vista delle elezioni presidenziali del 2019 si sta surriscaldando.

Il principale sindacato argentino, Cgt, ha annunciato uno sciopero generale per il prossimo 25 settembre.

Un altro default sembra per ora improbabile: il quadro è diverso dal tragico 2001. Ma il tango acrobatico di questa incorreggibile Argentina rievoca gli spettri più bui. Svalutazione galoppante, recessione e disoccupazione incipiente. Anche perché il contesto regionale non è favorevole: il Brasile affronta delle elezioni presidenziali tra poco più di un mese, in un clima di grandi incertezze politico-giudiziarie. E il Messico, nei giorni scorsi ha dovuto incassare il duro colpo della cancellazione del Nafta, l'accordo di libero scambio con Stati Uniti e Canada.

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