DIRITTI NEGATI

Emergenza carceri: meno “Relitti”, più persone

Il libro “Dei relitti e delle pene” di Stefano Natoli è in libreria per i tipi di Rubbettino

di Andrea Carli

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Il libro “Dei relitti e delle pene” di Stefano Natoli è in libreria per i tipi di Rubbettino


4' di lettura

La domanda è di quelle “da un milione di dollari”, si direbbe, se non fosse che in questo caso non sono in gioco banconote ma qualcosa che vale- o dovrebbe valere – molto di più. Volti, nomi e cognomi, emozioni. E storie, quelle delle tante, troppe persone che vivono nelle carceri italiane in condizioni spesso disumane. «La galera è sempre e comunque la risposta giusta per punire chi sbaglia – ci si chiede - o questa soluzione non andrebbe considerata una sorta di extrema ratio, un qualcosa a cui ricorrere solo per i detenuti più pericolosi?».

Detta in altri termini: è proprio impossibile adottare un punto di vista diverso, e inserire nella riflessione la variabile che esistono delle alternative concrete ai 190 istituti di pena che sorgono nel nostro Paese? Sanzioni sostitutive come la libertà controllata, i lavori socialmente utili, la pena pecuniaria sostitutiva.

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Corte europea dei diritti dell'uomo

È proprio questa la domanda a cui, in un contesto che vede l'Italia Paese condannato in più occasioni dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per trattamenti “disumani e degradanti”, peraltro in una fase come quella attuale in cui l'emergenza sanitaria Covid-19 fa sì che il distanziamento sociale risulti determinante per il contenimento dei contagi e la tutela della salute delle persone (si pensi all'esplosione della protesta nelle carceri fra il 7 e il 9 marzo in decine di strutture penitenziarie), è proprio questa la domanda si diceva alla quale intende rispondere Stefano Natoli con il libro “Dei relitti e delle pene” (“Sottotitolo: Giustizia, giustizialismo, giustiziati. La questione carceraria fra indifferenza e disinformazione”).

Un libro scritto, è bene metterlo subito in evidenza, da un giornalista, ricorso alla cassetta degli attrezzi del mestiere, a cominciare dalla cara vecchia abitudine di fare delle domande per avere delle risposte, per trarre dalla sua esperienza di volontario in un istituto penitenzario milanese, impegnato ogni giorno ad aiutare chi ha sbagliato, delle chiavi di lettura che possono essere utili a una collettività che troppo spesso considera la questione carceraria come qualcosa che sì esiste ma che alla fine si può anche trascurare, essendo un problema, quello dell'umanità reclusa, che in fin dei conti c'è sempre stato, e fin quando questi ultimi rimangono ai margini della società beh, non è un grande problema.

«Chi scrive – chiarisce Natoli - è convinto di andare in carcere per ribadire a chi ha fatto scelte sbagliate – per sé e per gli altri – che esiste un modo diverso di affrontare le difficoltà che la vita ci presenta; un modo che non prevede il ricorso più o meno sistematico al crimine e alla violenza, ma un impegno costante e laborioso a sviluppare le proprie capacità, per poi metterle a disposizione dell'intera comunità, rispettando, sempre e comunque, i diritti del prossimo».

Cesare Beccaria

Di qui il titolo del libro che “rilegge” quello dell'opera del grande illuminista Milanese Cesare Beccaria «Un titolo – spiega l'autore - che vuole puntare i riflettori, più che sui delitti, sui loro autori, sui relitti appunto. Relitti, perché – rimarca Natoli - i detenuti in fondo sono come dei naufraghi: hanno navigato nel mare in tempesta della vita e a un certo punto sono andati alla deriva».

Il carcere continua a essere trascurato, a produrre sofferenza. La macchina attuale è una montagna che grava per tre miliardi di euro l'anno sulle esili spalle di un nano, ovvero le casse già in difficoltà del bilancio pubblico. Il risultato è un sistema che crea un disagio fortissimo nei relitti, li priva del loro essere persone, e li spinge nei casi più estremi e drammatici a togliersi la vita (52 suicidi nel 2017, 67 nel 2018, 53 nel 2019).

Il sovraffollamento

Attualmente nelle carceri sono stipate oltre 61mila persone (al febbraio 2020), 15mila in più rispetto alla capienza effettiva.Il sovraffollamento è il grande nemico, ma non è l'unico. Don Raffaele Grimaldi, che per 23 anni è stato cappellano del carcere di Secondigliano, è dell'opinione che il problema più grande dei detenuti sia fuori dalla cella, nell'indifferenza di un'opinione pubblica sempre più incline a giudicare (e quindi a condannare) piuttosto che a capire. «È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio» diceva il padre della teoria della Relatività Albert Einstein.

L'emergenza sanitaria Covid-19, si diceva. I detenuti positivi stanno sfiorando la soglia dei mille casi. L'epidemia sanitaria ha fatto in modo che le storture che da sempre appartengono al sistema detentivo si intrecciassero con nuove sfide. Di fronte allo spettro di una seconda ondata di epidemia, bisogna far tesoro delle lezioni ricevute. Come? Oltre a un maggior ricorso alle misure alternative alla detenzione, Natoli propone che gli spazi del carcere vengano urgentemente ridisegnati, rendendoli finalmente a misura d'uomo; la sanità penitenziaria venga completamente ripensata (oggi abbiamo un medico ogni 315 detenuti); le tecnologie introdotte a causa dell'emergenza escano più, ma siano anzi estese già nel prossimo futuro ai percorsi rieducativi e socializzanti. E poi, si legge nel libro, «il carcere non può fare a meno delle attività educative e del lavoro del volontariato».

La cruda realtà degli istituti di detenzione rimane troppo spesso confinata dietro le sbarre, lontana da occhi che non vedono perché non vogliono vedere. Nascosta. Come le storie e le esistenze dei detenuti. I Relitti, appunto. È ora di aprire la finestra, di fare entrare un po' di luce e, soprattutto, di tornare a chiamarli persone.

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