Acqua

Emergenza idrica Mezzogiorno Si amplia il Water divide

La ricerca di Rosario Mazzola (Università di Palermo) rivela: invasi e dighe del dopoguerra da ammodernare, perdite di rete superiore al 50% della portata, carenza di depuratori e fogne

di Vera Viola

Acquedotto della Campania Occidentale

3' di lettura

Le piogge degli ultimi giorni, dopo una lunga siccità, non alleviano l’emergenza idrica nelle regioni meridionali. Di fatto, cresce il water service divide tra l’Italia del Centro-Nord e quella del Sud. Il Centro Nord, nella gestione della risorsa acqua, è simile al resto d’Europa, basandosi sulla presenza di multiutility quotate in borsa di adeguate dimensioni e capacità. Il Sud, invece resta bloccato, salve poche eccezioni, ai suoi atavici problemi. Questo il quadro emerso dal Rapporto «Acqua per tutti. Investimenti nel comparto idrico e ruolo dei soggetti industriali», a cura di Mario Rosario Mazzola, docente di costruzioni idrauliche dell’Università di Palermo e consulente del Governo per la selezione dei progetti del Recovery Plan italiano. Lo studio è stato svolto per Astrid, Fondazione per le ricerche sulla riforma delle istituzioni democratiche e sulla innovazione nelle amministrazioni. Del tema si è discusso in un webinar promosso da Merita - Meridione Italia.

Perdite idriche superiori al 50%
Reti che perdono in media più del 50% dell’acqua trasportata, carenza di depuratori e di sistemi fognari, difficoltà nello smaltimento dei fanghi: sono le principali criticità del sistema idrico meridionale. Queste carenze sono anche causa delle procedure di infrazione comunitaria: l’85% di queste riguarda le regioni meridionali.

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Adduzione del dopoguerra
Andando a monte, si riscontra che in molte regioni del Mezzogiorno l’approvvigionamento idrico (civile, irriguo e industriale) si basa sulle risorse accumulate nelle centinaia di serbatoi artificiali e dei sistemi idrici costruiti a cavallo della seconda guerra mondiale. Dighe e condotte finanziati dalla fiscalità generale, con aiuti dalla Banca Mondiale e con risorse comunitarie. Principale protagonista è stata la Cassa per il Mezzogiorno. Oggi è necessario un imponente ammodernamento. Ma non è possibile poichè la maggior parte degli enti che gestiscono questi serbatoi sono le Regioni, enti regionali non economici o consorzi di bonifica, con risorse limitate.

L’80% dei gestori di rete sotto i 10 milioni di fatturato
In Italia, esclusi i primi 10-20 operatori, la taglia media è ridotta: il 50% delle aziende ha un fatturato inferiore ai 10 milioni. Percentuale che sale all’80% al Sud. Aziende di tali dimensioni non possono affrontare – secondo la ricerca di Astrid – investimenti superiori a pochi milioni all’anno. Poche le multiutility italiane presenti nel Mezzogiorno, quasi inesistenti i gruppi stranieri. Le maggiori carenze non sono quindi ascrivibili alla mancanza di fondi, quanto alla ridotta capacità organizzativa e gestionale. Ne è una prova il fatto che la maggiore capacità di spesa si sia registrata dove esistono gestori industriali di ambito regionale come AQP in Puglia, Abbanoa in Sardegna, Gori in Campania (si vedano gli articoli in pag 2 e 3). Di contro, dove le risorse sono state affidate ai Comuni – che spesso gestiscono in proprio – in Sicilia e Calabria, tale scelta si è rivelata fallimentare.

Dieci euro in meno per abitante
In Italia, l’investimento medio annuo per abitante è pari a 37 euro; nel Mezzogiorno si attesta su 27. Alcune gestioni meridionali in economia registrano investimenti pro capite di 4 euro per abitante. Pur a fronte di un apporto più elevato di contributi pubblici (13 euro per abitante a fronte dei 7 di media nazionale)

Investire 1,15 miliardi l’anno

Facendo due conti Mazzola ritiene necessari e urgenti investimenti di almeno 1,15 miliardi l'anno solo per il mantenimento e l'ammodernamento del sistema idrico integrato nel Mezzogiorno, contro una capacità dei gestori presenti non superiore al 25%. Ma sono necessari anche investimenti su strutture tra diverse regioni. Per sostenere questi impegni, secondo lo studio, servirebbe un operatore con un fatturato di 3 miliardi.

Più Stato e grandi imprese
La soluzione coerente con gli strumenti pianificatori vigenti è la riorganizzazione dell’approvvigionamento idrico all’ingrosso nel Mezzogiorno in società uniche per ciascun distretto idrografico, al massimo tre: Distretto Appennino Meridionale, Sicilia e Sardegna. Intanto sarà necessario un ruolo più incisivo dello Stato. «Quanto alla distribuzione – sottolinea Mazzola –se si vuole risolvere in tempi ragionevoli il water service divide, occorre coinvolgere soggetti industriali di adeguate capacità finanziarie e tecnologiche».

Piani allo studio
«L’Autorità Distrettuale, d'intesa con il Mit, – precisa Vera Corbelli segretario generale del Distretto dell’Appennino meridionale– per il Sud, hanno predisposto interventi già finanziati per 180 milioni e un Piano Invasi per oltre 130 milioni».

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