crisi mondiali

Emergenza incendi, la mappa e le cause

Le temperature più calde e la siccità crescente aumentano i focolai e favoriscono il dilagare delle fiamme, mettendo in moto un circolo vizioso: gli incendi contribuiscono ai cambiamenti climatici non solo perché rilasciano abbondanti gas a effetto serra nell'atmosfera, ma anche perché uccidono gli alberi, che assorbono l'anidride carbonica dall'aria.

di Elena Comelli


Luca Parmitano in collegamento dall'Iss col forum Ambrosetti

4' di lettura

In Sud America, il bacino amazzonico è in fiamme. Sull'altro lato dell'Atlantico, nell'Africa centrale, bruciano vaste distese di savana. In Indonesia vanno a fuoco le foreste torbiere. E anche la taiga delle regioni artiche, dalla Siberia all'Alaska, sta bruciando a un ritmo senza precedenti. L'aumento della gravità e della diffusione di questi roghi in luoghi dove raramente si verificavano incendi in questa stagione, mette in luce il rapporto di causa-effetto con i cambiamenti climatici. Le temperature più calde e la siccità crescente aumentano i focolai e favoriscono il dilagare delle fiamme, mettendo in moto un circolo vizioso: gli incendi contribuiscono ai cambiamenti climatici non solo perché rilasciano abbondanti gas a effetto serra nell'atmosfera, ma anche perché uccidono gli alberi, che assorbono l'anidride carbonica dall'aria.

Amazzonia e Indonesia: fuochi intenzionali
La crisi in Amazzonia è un esempio di incendi appiccati apposta per bonificare terreni boschivi e aprirli all'agricoltura o al pascolo del bestiame. Nel caso del Brasile, questo fenomeno è spinto dalla crescente domanda globale di bovini e di foraggio, in particolare dalla domanda cinese, dove la classe media è ormai in grado di permettersi una dieta a base di carne. Tra il 2004 e il 2012, il ritmo della deforestazione nella regione è calato, ma ha ripreso a crescere dal 2013. Jair Bolsonaro, che l'anno scorso è stato eletto presidente del Brasile, sostiene l'espansione del settore agricolo e respinge l'idea di proteggere gli indigeni gruppi che vivono nella foresta.

Gli incendi di quest'anno, che coincidono con la stagione secca dell'Amazzonia, secondo gli esperti sono destinati a peggiorare, anche perché la guerra commerciale degli Stati Uniti con la Cina - uno dei più grandi acquirenti di soia del mondo - ha spinto Pechino a trovare nuovi fornitori per sostituire gli Usa. Gli incendi della foresta pluviale, quindi, sono intenzionali e di norma queste aree restano definitivamente disboscate. A volte, anzi, queste terre bruciano anche quando sono già sgombrate: gli agricoltori spesso liberano un campo per un nuovo raccolto bruciando le stoppie del raccolto precedente e questo spiega molti degli incendi attuali.

Indonesia: terra bruciata
Un fenomeno analogo si sta verificando nel Sud-Est asiatico, dove il 71% delle foreste torbiere tra Sumatra, il Borneo e la Malesia peninsulare sono andate perse tra il 1990 e il 2016. In molti casi le foreste sono state sostituite da fattorie che producono olio di palma, una delle colture più diffuse della regione per il suo utilizzo in tutti i prodotti industriali, dai biscotti all'acqua di colonia.

Uno dei motivi per cui questi incendi sono particolarmente preoccupanti è che, oltre alla combustione degli alberi, brucia anche la torba, un materiale che rilascia molta più anidride carbonica per ettaro e molta più fuligine rispetto agli alberi. In passato, i fuochi di torba erano rari a causa della sua umidità perenne, che ora sta scomparendo per colpa del clima sempre più caldo e secco. Nel 2016, lo smog e la caligine degli incendi delle torbiere erano così gravi da portare alla morte prematura di 100.000 persone, secondo uno studio pubblicato l'anno scorso. Sulla scia della caligine di quell'anno, il governo ha adottato una serie di misure per ridurre il numero di incendi, ma quest'anno sono tornati.

California e Africa: cicli stagionale
A livello grlobale è vero che la maggior parte degli incendi vengono innescati da noi, sia accidentalmente attraverso una sigaretta caduta o un falò, sia intenzionalmente per adibire il territorio all'agricoltura. Tuttavia, uno dei motivi salienti per i roghi in California è che questo territorio, insieme a gran parte degli Stati occidentali e sudorientali, presenta dei tipici ecosistemi adatti al fuoco. Alcuni paesaggi si sono evoluti nel tempo, in modo da poter tollerare il fuoco e addirittura da averne bisogno. Ad esempio il pino contorto, molto diffuso negli Stati Uniti occidentali, ha bisogno del calore degli incendi per rilasciare i propri semi.

Un modello simile è all'origine di alcuni dei vasti incendi nell'Africa subsahariana, che hanno recentemente attirato l'attenzione del mondo. Gli ecosistemi della savana appena a Nord e a Sud della foresta pluviale tropicale dell'Africa bruciano abbastanza regolarmente ogni due o tre anni. Queste aree sono considerate l'ecosistema più adatto al fuoco a livello globale. È la giusta combinazione per la stagione umida che porta ad avere avere abbastanza carburante e quella secca in cui tutto brucia, anche grazie alla grande quantità di fulmini.

I cambiamenti climatici, però, possono avere un effetto drammatico sugli incendi anche in queste parti del mondo: gli incendi in Africa, secondo gli espoerti, sono ormai cinque volte più estesi di quanto sarebbero senza il riscaldamento del clima indotto dall'uomo.

Artico: calore, siccità e fulmini
Vasti incendi sono scoppiati quest'estate in tutte le regioni settentrionali del pianeta, dall'Alaska alla Groenlandia e alla Siberia, tra cui aree che in passato non andavano soggette a questo tipo di fenomeni. Gli incendi sono spinti dall'aumento delle temperature, che seccano le piante e le rendono più facilmente infiammabili.

L'Artico si sta riscaldando due volte più velocemente del resto del pianeta e alcuni studi hanno scoperto che, man mano che si riscalda, attira più fulmini. E in aree remote i fulmini sono frequente causa di incendi. Quest'estate, ad esempio, alcune parti dell'Alaska hanno battuto tutti i record: Anchorage ha superato i 32 gradi il 4 luglio, quando le temperature medie per quella data sono di 22 gradi. Da luglio, gli incendi hanno carbonizzato oltre 5 milioni di ettari di foresta siberiana. In Alaska, gli incendi hanno consumato quasi un milione di tundra e foreste, portando i ricercatori a suggerire che la combinazione di cambiamenti climatici e incendi potrebbe alterare in modo permanente le foreste della regione.

La combustione della torba ha portato a un aumento record delle emissioni di anidride carbonica, che hanno raggiunto i livelli più alti da quando è iniziata la registrazione dei dati satellitari nel 2003. Solo nei primi 18 giorni di agosto, gli incendi nell'Artico hanno emesso 42mila tonnellate di anidride carbonica. Ciò ha portato il totale di giugno, luglio e la prima parte di agosto a oltre 180mila tonnellate, più del triplo delle emissioni annuali svedesi. Le emissioni di CO2 non sono il solo elemento climalterante di questi incendi: anche la fuliggine emessa dalla combustione della torba può esacerbare il riscaldamento globale. Quando la fuliggine si deposita sui ghiacciai vicini, coprendoli di nero, il ghiaccio assorbe l'energia del sole invece di rifletterla, accelerando lo scioglimento del ghiacciaio.

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