i raccolti a rischio

Emergenza lavoratori nei campi: tutti i numeri e le soluzioni sul tavolo

All’appello mancano 250mila stagionali: dai cassaintegrati agli immigrati irregolari, ecco chi può già lavorare nei campi e chi invece deve aspettare

di Micaela Cappellini

(Ansa)

4' di lettura

La raccolta delle fragole volge al termine, così come quella degli asparagi. Ora è il momento di piantare gli ortaggi che si raccoglieranno in estate, mentre sugli alberi è quasi l’ora delle albicocche e delle ciliegie. Eppure nei campi italiani, da un paio di mesi a questa parte, si continua a raccontare la stessa storia: dove sono finiti i lavoratori stagionali?

Più di un quarto del raccolto ortofrutticolo in Italia ogni anno è fatto da lavoratori stranieri, tra comunitari, extracomunitari e irregolari. Ma il coronavirus ha reso il loro arrivo complicato, tra divieti di transito alle frontiere (prima) e obbligo di quarantena (ora). Morale: all’appello mancano 250mila stagionali. Secondo i dati della Coldiretti, un terzo di questi arrivano dalla Romania; poi ci sono i marocchini (circa 35mila presenza l’anno scorso), gli indiani (34mila), gli albanesi (32mila), i senegalesi (14mila), i polacchi (13mila), i tunisini (13mila) e i bulgari (11mila).

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Coronavirus, in Alto Adige servano lavoratori stagionali

È in corso in queste ore il confronto nella maggioranza di governo, spaccata sulle regolarizzazioni dei braccianti irregolari già oggi presenti in Italia. La ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, che della sanatoria ha ormai fatto il suo cavallo di battaglia, minaccia di lasciare il Governo senza l'ok al provvedimento. Ma i Cinque Stelle frenano, divisi al loro interno. M5s però frena.Dall’inizio dell’emergenza coronavirus a oggi, però, sono state molte le proposte messe sul tavolo per risolvere il problema, avanzate ora dal governo, ora dalle associazioni degli agricoltori, ora dai sindacati di categoria. C’è chi vuole portare nei campi i percettori del reddito di cittadinanza. Chi dice: prima gli italiani cassintegrati. E chi cerca di convincere i lavoratori romeni a ritornare in Italia.

Ma se sono un’azienda agricola, oggi, su cosa posso veramente contare?

Al momento, il decreto Cura Italia mette sul tavolo solo due possibilità. La prima è quella di impiegare nelle aziende agricole parenti e affini fino al sesto grado, a patto che ciò non costituisca un rapporto di lavoro né subordinato né autonomo e a condizione che la prestazione sia resa a titolo gratuito. La seconda è la proroga automatica fino al 31 dicembre di quest’anno dei permessi di soggiorno scaduti tra gennaio e aprile. Quanto vale la proroga, in termini di braccia? «Qualche migliaio di lavoratori», calcola dati alla mano Romano Magrini, responsabile Lavoro della Coldiretti. Su 250mila stagionali mancanti, insomma, il problema è lontano dall'essere risolto.

L’altra opzione già firmata e in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale è il cosidetto Decreto Flussi, che una volta esecutivo dovrebbe portare in Italia altri 18mila lavoratori (sempre su 250mila mancanti). Di solito, questo decreto è operativo a fine marzo: proprio quest’anno che ce n’è più bisogno siamo anche in ritardo coi tempi.

Ad oggi, infine, ci sono le piattaforme online per incrociare domanda e offerta di lavoro agricolo: sono state messe in piedi in fretta e furia dalle principali associazioni degli agricoltori, nel tentativo di aiutare come si può i loro associati. C’è Agrijob di Confagricoltura, Jobincountry di Coldiretti e la piattaforma che la Cia ha messo in piedi in partnership con l’agenzia Synergie Italia. Raccolgono i cv dei potenziali lavoratori - alcuni sono studenti, altri pensionati, altri ancora blogger o persino esperti di storia dell’arte - li dividono per provincia e li segnalano alle aziende che cercano manodopera. Un coordinamento unico nazionale? In Francia c’è, in Italia è atteso, ancora.

Le ipotesi allo studio

Così, però, siamo ben lontani dall'obiettivo di portare 250mila lavoratori nei campi e di farlo domani, che la raccolta non aspetta. Ecco perché allo studio ci sono varie ipotesi.

La prima, contenuta nella bozza del Decreto Maggio, è quella di autorizzare il lavoro nei campi - per 30 giorni rinnovabili di altri 30 - di chi possiede il reddito di cittadinanza o il sussidio di disoccupazione senza che perdano in tutto o in parte l’ammortizzatore. Già oggi, beninteso, si può impiegare nei campi chi ha il reddito di cittadinanza o è in cassa integrazione, «ma chi accetta perde in automatico il sussidio», chiarisce Magrini della Coldiretti. Ecco perché è necessaria una norma più favorevole, come quella allo studio nel Decreto Maggio.

«Peccato - dice Magrini - che così come è concepita per ora rende il reddito da lavoro agricolo cumulabile con il 100% di quello di cittadinanza ma solo con il 50% di quello di cassa integrazione». Ma soprattutto, dicono le associazioni degli agricoltori, peraltro in maniera compatta: perché non assumere questi lavoratori con un voucher, anziché con un tradizionale contratto di lavoro agricolo stagionale? «Il voucher è una semplificazione burocratica per chi assume - spiega Magrini - ma è anche un vantaggio per chi lo riceve, perché non si va a cumulare al reddito». L’dea è di consentire voucher fino a 3mila euro: a otto-dieci euro all’ora, fanno una quarantina di giornate lavorative assicurate senza dover alzare le soglie del reddito dichiarato. I sindacati sono contrari ai voucher? «Limitiamoli solo all’emergenza coronavirus - dice Magrini - fino a settembre, o anche prima». Purché siano salvi i raccolti di questa estate.

Infine, c’è la battaglia regolarizzazione sì-regolarizzazione no. La ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova ci crede e ci ha messo la faccia. La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha studiato con impegno il file. Sindacati e associazioni a sostegno dei migranti sperano che questa sia la volta buona.

E gli agricoltori, loro datori di lavoro? «Cosa vuole che le dica - sospira Magrini - queste sono scelte politiche. Io dico solo che fatto il decreto legge per la regolarizzazione ci sono tutte le procedure da mettere in campo, i pareri delle prefetture da raccogliere, le domande da fare. Ho paura che ci vogliano settimane, se non mesi. E la frutta e la verdura nei campi non possono aspettare».

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