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Emergenza a Tripoli: il destino della Libia in mano alle milizie

di Roberto Bongiorni

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4' di lettura

Tutti ci hanno provato. Chi più seriamente, chi meno. Nessuno ci è riuscito. Il disarmo delle oltre 100 milizie presenti in Libia è sempre stata la priorità per i numerosi Primi ministri che si sono via via succeduti dalla morte di Muammar Gheddafi, nell'ottobre del 2011. Tra i Paesi occidentali coinvolti nel deludente processo di stabilizzazione della Libia, ma anche tra gli stessi politici libici, l'opinione è sempre stata largamente condivisa: la condizione per avviare un paese uscito da 42 anni di regime – e sommerso dalle armi - a una credibile transizione democratica è, e deve essere, il ripristino della sicurezza.

Senza un esercito nazionale ben armato e compatto, capace di esercitare una funzione deterrente, chiunque abbia a disposizione una milizia può reclamare una fetta di potere. E qualora non fosse accontentato, potrebbe ricorrere alle armi per far deragliare l'agognato processo di transizione. Ciò che è accaduto diverse volte negli ultimi anni. Ciò che sta accadendo in questi giorni a Tripoli, teatro di un'offensiva particolarmente violenta da parte di milizie ostili al Governo. Se questa è la” nuova Libia” in cui dovrebbero svolgersi le elezioni presidenziali e politiche tra soli tre mesi, un voto fortemente voluto dal presidente francese Emmanuel Macron, c'è da augurarsi che vengano posticipate il più in là possibile.

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Il “premier dimezzato” ostaggio delle milizie
Fayez Serraj, il premier del Governo di accordo nazionale, l'Esecutivo uscito dagli accordi di Shikrat (dicembre 2015) e sostenuto dalla Comunità internazionale, è ora alle prese contro una nuova rivolta a Tripoli. Probabilmente la più violenta dall'estate del 2014 (Serraj non era ancora al potere), quando una coalizione di milizie islamiche (alba Libica) conquistò Tripoli insediando un Governo ombra (di tendenze islamiste), spaccando il Paese in due. Se finora Serraj è sempre riuscito a domare le rivolte, è innegabile che la sua autorità è sempre stata piuttosto debole. Non può far affidamento su di un esercito compatto ma su un coacervo di milizie che forgiano alleanze per poi disfarle nell'arco di pochi mesi. E che rispondono prima agli interessi dei loro capi tribù che a quelli del Governo. Non è un caso che in diverse città della Cirenaica i redditizi business del contrabbando di armi e della tratta di esseri umani siano gestiti congiuntamente da gang criminali e da milizie.

Il caos a Tripoli e l'offensiva della 7 brigata
A lanciare l'ultima offensiva contro il “Governo che non governa” è stata la Settima Brigata, una milizia di stanza nelle città di Tarhuna, a sud della capitale. La ragione ufficiale della sua rivolta contro le formazioni fedeli a Serraj sarebbe quella di porre fine al potere delle “milizie corrotte” e riportare l'ordine nella capitale”. I nemici attuali (quelli futuri chissà) della Settima Brigata sono dunque altre milizie, che tuttavia fanno parte di unità speciali dei ministeri dell'Interno e della Difesa del governo Serraj. Vale a dire le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Forza speciale di Dissuasione (Rada), la Brigata Abu Salim e la Brigata Nawassi. Alcune delle quali riceverebbero finanziamenti dall'Unione europea.

Per cercare di riportare la calma ed evitare uno scontro ancora più aperto (le vittime finora potrebbero essere anche 200) Serraj si è appellato domenica alla potente milizia di Misurata, il cui appoggio al Governo di accordo nazionale non è però mai stato così solido come si pensasse.

Il fallimento del piano di Parigi e il pragmatismo di Roma
Non è un caso se la milizia di Misurata faccia parte di quel gruppo di 13 potenti gruppi armati – tra cui Zintan, Janzour e Gharyan – che si rifiutarono di partecipare alla conferenza internazionale sulla Libia organizzata a fine maggio dall'Eliseo, firmando un documento in cui respingevano le «interferenze straniere» contro la sovranità della Libia. Allora torniamo indietro a quella conferenza – un'iniziativa unilaterale - tanto voluta dal presidente francese che aveva irritato la diplomazia italiana. Era fin troppo evidente che invitare i quattro uomini più potenti della Libia (Serraj, il generale Kalifa Haftar, suo acceso rivale e signore incontrastato della Cirenaica, il presidente del Consiglio di Stato, Khaled al-Mishri, esponente di punta dei Fratelli musulmani, anche lui nemico di Haftar, e il presidente del Parlamento di Tobruk, Aguilah Salah Issa) non significava far sedere allo stesso tavolo tutte le diverse anime della Libia. L'intesa raggiunta era molto ambiziosa: unificare le istituzioni, tra cui la strategica Banca Centrale, indire elezioni già in dicembre (accorpando le parlamentari alle presidenziali), formare un esercito nazionale. Ma il fatto che non fosse stata nemmeno firmata dai presenti – si trattava solo di un “impegno” – relegava questo “successo” all'ennesima dichiarazione di intenti in attesa della prova dei fatti. I fatti sono arrivati. Ma non come sperava Macron.

Il grande pericolo: elezioni senza istituzioni
Per quanto Parigi si ostini a far rispettare il calendario elettorale, in questo infuocato contesto lo svolgimento delle elezioni appare fuori luogo. Organizzare elezioni senza istituzioni rischia di peggiorare la situazione. Un trasferimento del potere necessita di un contesto istituzionale coerente e ordinato che garantisca possa avvenire in modo pacifico. In altre parole deve essere supportato da un sistema giudiziario efficiente, un sistema in cui sia dato spazio al dissenso e che garantisca la sicurezza ai cittadini, consentendo loro di esprimere un voto libero senza temere per la propria via. E‘ peraltro fondamentale un quadro di legalità in cui siamo delineati con precisione i poteri, le responsabilità, le regole.

Infine non si può prescindere da un genuino impegno da parte di tutti gli attori coinvolti ad accettare i risultati che usciranno dalla urne.

A tre mesi dalle elezioni di tutto ciò non c'è traccia. Non è stato nemmeno raggiunto un accordo su quale sia la base costituzionale per queste elezioni. Se si farà ricorso alla legislazione vigente o se sarà necessaria scrivere quella Nuova Costituzione, il cui referendum continua ad essere rinviato.

In questo infuocato contesto le elezioni rischiano di approfondire, e non sanare, le già profonde divisioni tribali e claniche . Allora è legittimo porsi una domanda. E se i violenti scontri di questi giorni a Tripoli fossero scaturiti anche da gruppi armati contrari alle elezioni e timorosi di venire esclusi dal processo di transizione e dalla spartizione delle ricche risorse nazionali?

Giusto, petrolio e gas. Non c'è ancora un'idea chiara su come saranno amministrate e distribuite le ricchissime risorse energetiche dell'ex regno di Gheddafi. Non è un dettaglio.

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