POLITICHE INDUSTRIALI

Emilia-Romagna benchmark internazionale di ecosistema 4.0

di Ilaria Vesentini

(Imagoeconomica)

3' di lettura

Una quindicina di economisti internazionali ha appena concluso una maratona di due giorni per visitare e studiare il modello di crescita dell’Emilia-Romagna, appena certificata da Prometeia come la regione più dinamica del Paese (+1,9% il Pil nel 2017 contro la media nazionale dell’1,4, disoccupazione al 5,9% e il più alto livello di export procapite, 12.500 euro). Nel fine settimana si sono chiusi per dieci ore consecutive a Bologna, all’Opificio Golinelli (culla di un nuovo modello rinascimentale del sapere, dove scienza e arte si contaminano in’unica scuola di imprenditorialità) per confrontarsi sul “Globalizzazione, capitale umano, crescita regionale e quarta rivoluzione industriale” (titolo della due giorni internazionale) . Dialogo insolito tra professori di Duke University, Ocse, Universidad autonoma de Mexico, Seul National University, Cambridge University, Mit di Boston, Universidad Autonoma de Barcelona, La Rochelle Tourism Management Institute, Birmingham Business School e gli atenei italiani di Bologna, Venezia, Parma, Ferrara, Modena, Ancona, Macerata, Firenze, Napoli, Bari.

Brainstorming sulle politiche industriali planetarie che hanno rimesso - tutte - la produzione (non più i servizi) al centro della catena del valore, preceduto da un’intera giornata spesa dall’inedita squadra tra le fabbriche simbolo della via Emilia per toccare con mano come è cambiato il tessuto economico tra l’Appennino e l’Adriatico rispetto al quadro restituito dai manuali ufficiali, bisognosi di aggiornamento: Marchesini Group (sinonimo di multinazionale familiare globalizzata nella filiera del packaging), Ferrari (marchio d’eccellenza della motor valley), Philip Morris (investimento a Bologna in fase di raddoppio del leader mondiale del tabacco per le sigarette a rischio ridotto); Mast, la Manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia, centro polifunzionale voluto dalla più importante imprenditrice e filantropa della meccanica (Gd-Coesia) per diffondere la cultura e la formazione industriale.

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Luoghi scelti non a caso dalla Regione Emilia-Romagna, che ha organizzato la Conferenza internazionale, per raccontare agli economisti da Durham a Seul come filiere e distretti regionali abbiano cambiato pelle: resta la coesione sociale e territoriale di cooperativa memoria, restano le reti di subfornitura di Pmi e artigiani «ma arrivano le multinazionali richiamate dalla capacità del sistema di allineare le varie componenti - fabbriche, scuole, istituzioni - che non si muovono alla stessa velocità sotto l’effetto disruptive del 4.0 ma che in Emilia-Romagna siamo riusciti a far convergere attorno al “Patto per il lavoro”, una visione di lungo termine, a cinque anni, per arrivare nel 2020 a un tasso di disoccupazione fisiologico (contro il 10,5% del 2015) centrata su innovazione territoriale e diritti delle persone», sottolinea l’economista e assessore regionale a Lavoro e formazione, Patrizio Bianchi. E aggiunge: «Qui in Emilia non facciamo più politiche regionali declinate su quelle nazionali, ma politiche locali per piantare le pietre angolari di sistemi che nascono già con una prospettiva globale».

Al superiore obiettivo del Patto per il lavoro si sacrificano gli interessi particolari trasformando anche l’istituzione da autorità locale a partner perché l’obiettivo si sposta dalle tecnologie alle persone: «Philip Morris è venuta qui a impiantare la prima fabbrica al mondo di sigarette di nuova generazione perché c’erano interlocutori pubblici affidabili, scuole, subfornitori. E Vuitton ha riportato a Ferrara la maison di calzature extralusso Berluti perché abbiamo rilanciato la formazione artigiana non perché abbiamo dato contributi», ricorda Bianchi. È la centralità del ruolo del lavoro l’antidoto al determinismo tecnologico, dunque. E la ragione che spiega – aggiunge il presidente di Confindustria Emilia-Romagna, Pietro Ferrari – la ripartenza del locomotore industriale, «perché è stata l’intervento sistemico di imprenditori, sindacati, politici sul lato dell’offerta che oggi sta trainando i vagoni della domanda. È in atto una ripresa strutturale, non congiunturale, ma abbiamo una carenza pesantissima di tecnici di medio e alto livello e su questo continuerò a battere». Resta abissale il divario con i competitor dei Laender tedeschi, che hanno un bacino di 880mila studenti delle Fachhochschule da cui pescare contro i 7mila iscritti dei nostri Its (le scuole di alta specializzazione tecnologica).

Non basta globalizzare i mercati perché il mondo sia globale. Occorre rivoluzionare produzione e lavoro

«Il punto chiave della globalizzazione non è il commercio ma la produzione di beni e servizi. Siamo tornati a parlare di produzione come Adam Smith, come gli antichi economisti - tira le somme della 48 ore l’economista Bianchi–. Pensavamo che bastasse globalizzare i mercati perché il mondo fosse globale. Non è così, la complessità storica e culturale dei Paesi non si spazza via con il commercio. La globalizzazione implica una profonda rivoluzione dell’economia e della tecnologia, e quindi anche della società, del lavoro, della politica. La conclusione è che capitale umano e crescita regionale sono strettamente legati. La tecnologia è uno strumento per crescere, ma la crescita è finalizzata al benessere delle persone». È ora di pensare a una narrazione dell’Emilia, senza scimmiottare la Silicon valley.

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