la fase 3

Emilia-Romagna, le imprese: date alle regioni la gestione del Recovery fund

L’indagine di Confindustria sul I semestre 2020, condotta su un campione di 323 imprese: -16,2% la produzione, -17,3% il fatturato. Le richieste del presidente Ferrari

di Ilaria Vesentini

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L’indagine di Confindustria sul I semestre 2020, condotta su un campione di 323 imprese: -16,2% la produzione, -17,3% il fatturato. Le richieste del presidente Ferrari


2' di lettura

Di fronte agli effetti dell'emergenza Covid-19 sul sistema industriale emiliano-romagnolo con numeri post bellici (-16,2% la produzione, -17,3% il fatturato, senza sconti né all'estero né per settori anticiclici come il food) «non bisogna lasciarsi ingannare dalla tenuta del dato sull'occupazione (-0,2%), perché un'impresa che ha perso un terzo del fatturato, e ce ne sono molte, dovrà per forza riorganizzarsi e alleggerire la struttura per reggere la sfida competitiva dei mercati, non appena sarà possibile licenziare. Mantenere in vita posti di lavoro che non esistono realmente equivale a un dumping del mercato e ne pagheremo le conseguenze».

Non usa mezzi termini, come è sua abitudine, Pietro Ferrari, il presidente di Confindustria Emilia-Romagna, presentando i risultati dell'indagine sul primo semestre del 2020 condotta su un campione di 323 imprese manifatturiere, per oltre 32mila addetti e quasi 11 miliardi di euro di fatturato.

Ciò che preoccupa è il crollo di fiducia mai registrato prima tra gli industriali della via Emilia, neppure nella crisi del 2009 – ricorda Ferrari – con uno saldo tra ottimisti e pessimisti, storicamente positivo di 10-15 punti, sceso a due punti di differenza. Così come allarma il fatto che finora i cali di attività abbiano riguardato soprattutto le grandi realtà (il 9% del campione monitorato nella survey) che manifestano però aspettative di ripresa dopo l'estate, mentre in autunno l'effetto negativo arriverà in ritardo e si propagherà alle migliaia di piccole e medie aziende delle filiere. Con effetti sull'occupazione che non possono essere affrontati sine die a suon di ammortizzatori e sussidi, «perché se il Paese continua a pensare di poter vivere in pigiama creando debito, allora è un Paese destinato a scomparire».Ecco perché una efficace e sana gestione dei 209 miliardi di Recovery Fund in arrivo dall'Europa «è un gol che non possiamo mancare di fare, perché significa perdere la partita e uscire di scena da perdenti», è la metafora cui ricorre il presidente degli industriali emiliano-romagnoli, chiedendo che siano le Regioni a gestire direttamente le risorse comunitarie.

«Servono scelte condivise con le imprese e tempi certi e celeri, come è avvenuto fino ad oggi in Emilia-Romagna con i fondi europei e su tutti i temi strategici dello sviluppo territoriale, grazie al Patto per il lavoro. E bisogna attivare in fretta anche il Mes, non possiamo lasciare che ideologie e pressioni elettorali abbiano la meglio su un'opportunità per ammodernare e migliorare la sanità, che è un grande motore di investimento per le persone, ma anche per le imprese».Ferrari non manca di ricordare che questi mesi di lockdown hanno permesso ai dipendenti del settore pubblico di restare a casa in uno pseudo smart-working a stipendio pieno e senza lavorare proporzionalmente, un trattamento iniquo rispetto al settore privato. Ma per sbloccare le opere, rimettere in moto i cantieri, avere le autorizzazioni per avviare i lavori e sfruttare i bonus edilizi in tempi certi non serve andare in piazza, come ipotizzato anche dal governatore Stefano Bonaccini: «In piazza non ci vado nemmeno a prendere il caffè, non ho tempo, ma su questi temi non molliamo la presa», conclude il presidente.

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