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Emilia-Romagna, la produzione industriale vola: +20% a metà anno

Indagine congiunturale Unioncamere, Confindustria e Intesa Sanpaolo: +24% l’export e il saldo ottimisti-pessimisti arriva a 46 punti tra le industrie

di Ilaria Vesentini

(sda - stock.adobe.com)

4' di lettura

Con una crescita della produzione industriale nel secondo trimestre 2021 del 20,1%, l’Emilia-Romagna si riavvicina spedita ai livelli pre-pandemia, pronta a chiudere l’anno con un aumento del Pil del 6%, per tornare nel 2022 mezzo punto sopra il 2019. il dinamismo e l’ottimismo superiori al resto del Paese, dopo il calo più pesante subìto nel 2020 (-9,1% il Pil) vedono protagonisti tutti i settori manifatturieri della regione, anche perché – a parte moda, profilati e componentistica auto – tutti i prodotti chiave del “Made in Emilia-Romagna” hanno già ampiamente recuperato i dati pre-Covid in termini di esportazioni, con un incremento medio del 24,4% nel primo semestre 2021 (rispetto ai primi sei mesi 2019) e record come il +72% per il tabacco, del +45% per la farmaceutica, del +28% per le macchine agricole. Sono i dati diffusi in occasione del consueto appuntamento semestrale di Unioncamere e Confindustria Emilia-Romagna con Intesa Sanpaolo per presentare l’indagine congiunturale sull’economia della regione.

Torna l’ottimismo

Complice la fiducia degli imprenditori (gli ottimisti superano i pessimisti di 20,6 punti tra le Pmi e di 46 punti tra gli associati a Confindustria, in termini di aspettative sul fatturato per i prossimi mesi) mancano ancora solo 3,2 punti per tornare ai livelli produttivi di due anni fa. E il +4,2% di Pil previsto per il 2022 permetterà di archiviare ogni segno della pandemia nel 2022.

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Il nodo del lavoro

Non mancano però gli elementi di preoccupazione: il rincaro delle materie prime e dei semilavorati (con problemi di approvvigionamento per oltre un quinto delle imprese emiliano-romagnole e più di due su tre alle prese con aumenti dei prezzi a doppia cifra) e soprattutto la difficoltà a reperire manodopera qualificata. Il 40% delle figure professionali richieste è introvabile, «una percentuale che due anni fa era del 26% - rimarca preoccupato il presidente di Unioncamere regionale, Alberto Zambianchi – occorre intervenire in modo deciso sull’orientamento professionale, non possiamo avere da un parte disoccupati e, dall’altra parte, aziende che non trovano personale».

Mercato del lavoro in ripresa nel 2022

Il mercato del lavoro tornerà a crescere nel 2022 (+1,7%), anche se solo nel 2023 si recupereranno i livelli pre-pandemici (tra 2020 e 2021 in regione si sono persi 75mila posti di lavoro), «ero convinto che non avremmo avuto grandi problemi ad assumere, invece il problema vero sarà non avere le figure adeguate», interviene il presidente di Confindustria Emilia-Romagna, Pietro Ferrari. Ad aggravare lo scenario è che nel 33% dei casi il mercato del lavoro cerca figure non ancora presenti in azienda che dovranno andare a fare nuovi mestieri. La ricetta potrebbe essere, suggerisce Ferrari, portare nuova immigrazione da sud a nord: «I laureati di Napoli, Bari e Palermo non devono andare in Inghilterra o Germania, ma devono venire qui», esorta. Tra i profili più difficili da trovare lungo la via Emilia ci sono laureati in matematica, fisica, informatica, ingegneri, chimici, ingegneri industriali, medici e paramedici. Mancano però anche tecnici in campo meccanico, tecnici informatici, esperti di impianti termo-idraulici, edili e diplomati nelle professioni legate al benessere.

I numeri della congiuntura

Non solo la produzione manifatturiera ha ripreso una velocità di marcia insperata (+20,1%) nel secondo trimestre 2021 (rispetto allo stesso periodo 2020), mettendo la parola fine sulla più intensa recessione mai sperimentata dopo il 2009, ma sono aumentate del 23,1% le vendite, gli ordini hanno messo a segno un +21%, con un periodo di produzione assicurata di 11,9 settimane (superiore al valore del 2018), il grado di utilizzo degli impianti è risalito dal 62,5 di un anno prima al 77%, al di sopra anche del dato 2019 (quando era al 76,5%). Il segno più accompagna tutti i settori – quello alimentare ha già superato i livelli pre Covid di 1,4 punti – e la dinamica dell’export è da record: il +24,4% delle vendite estere dell’Emilia-Romagna nei primi sei mesi non ha pari in Lombardia e Veneto (la cosiddetta ricca area Lover). Tra marzo e giugno si è però anche allargata la forbice tra le aziende più grandi e strutturate, ritornate ai livelli di produzione dello stesso trimestre del 2018 (il punto più alto dal crac Lehman) e le piccole realtà, che sono invece ancora lontane (-12,7%) dal recuperare la situazione pre crisi.

La spinta alle filiere

Anche il sistema creditizio sta facendo la sua parte nel sostenere la ripresa, racconta l’analisi della direzione Studi e ricerche di Intesa Sanpaolo: nel secondo trimestre 2021 è proseguito l’aumento dei prestiti alle imprese (+2,3%), anche se a passo meno spedito rispetto ai picchi eccezionali di fine 2020-inizio 2021 e la domanda di finanza delle piccole aziende, via via che la crisi molla la presa, sta allineandosi a quella delle grandi realtà. Ad aumentare a ritmi davvero inusuali sono i depositi delle imprese presso le banche, con crescite del 20,2% a giugno in Emilia-Romagna rispetto a dodici mesi prima, con una grandissima liquidità in circolo non utilizzata. «Nel 2022 ci attendiamo un recupero diffuso tra tutti i settori a livelli pre-Covid e non c’è comparto che oggi non stia investendo, in particolare in digitalizzazione», afferma Cristina Balbo, direttrice regionale Emilia-Romagna e Marche di Intesa Sanpaolo. Il nodo da affrontare ora è la capacità dell’intera catena di fornitura, inclusi i piccoli operatori, di adeguarsi agli standard tecnologici e digitali delle multinazionali tascabili capofila: «Le filiere sono state uno dei principali fattori di resilienza durante la crisi e saranno il propulsore per la ripartenza del territorio, ma le Pmi vanno supportate più e meglio. Il nostro Programma Filiere per migliorare l’accesso al credito – conclude Balbo – ha fin qui coinvolto 101 aziende capofila e circa 2.700 Pmi fornitrici»

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