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Emissioni di bond da record. Anche gli high yield sottozero

di Morya Longo


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(Marka)

3' di lettura

C’erano una volta i bond high yield. Ad «alto rendimento». Quelli con rating bassi, dunque rischiosi, costretti ad offrire agli investitori rendimenti elevati. Ma nel mondo capovolto dalle banche centrali esistono oggi 14 obbligazioni «high yield» con rendimenti negativi. Sono ancora chiamati «yigh yield», perché hanno un rating inferiore alla «BBB», ma non sono più né «high» né «yield». Certo, sono eccezioni. Ma questi 14 bond per un ammontare di 3 miliardi (tra i quali Nokia) sono l’ultimo simbolo di un mondo finanziario alla rovescia che sembra entrato in una nuova era: quella dei paradossi. Come se esistessero grattacieli senza neppure un piano, anzi solo con cantine sottoterra, e fossero considerati ugualmente grattacieli.

Questa notizia, data da Bank of America e riportata ieri dal Wall Street Journal, segnala un fenomeno che non va sottovalutato. Da quando Fed e Bce hanno fatto capire che potrebbero sfoderare nuovi bazooka monetari per far fronte all’incertezza economica globale (la Bce potrebbe far partire un nuovo quantitative easing e dunque tornare a comprare titoli sul mercato) i rendimenti in tutto il mondo sono scesi velocemente. Ormai ci sono 12.214 miliardi di titoli con rendimenti negativi secondo i dati di Bloomberg. Hanno iniziato i titoli di Stato. Poi sono arrivati alcuni bond aziendali. Ora quelli che nel nome dovrebbero avere alti rendimenti, gli «high yield» appunto.

BOOM DI BOND AZIENDALI IN EUROPA

Emissioni in euro di imprese. Per il 2019 dato da gennaio all'11 luglio, in grigio la previsione per l'intero anno. Dati in miliardi di euro

BOOM DI BOND AZIENDALI IN EUROPA

Questo fenomeno ha vari risvolti della medaglia. Alcuni positivi. Per esempio le aziende (medio grandi) hanno sempre maggiori opportunità per raccogliere fondi a basso costo. E ne stanno approfittando: da inizio anno in Europa le imprese hanno emesso 163 miliardi di obbligazioni, molto vicino ai 190 emessi nell’intero 2018. E siamo solo a luglio. Idem per le banche: in Europa hanno emesso 135 miliardi ad oggi, non lontani dai 150 miliardi dell’intero anno scorso. Gli analisti di Commerzbank hanno aggiornato al rialzo le previsioni sulle emissioni totali del 2019, portandole a 465 miliardi: cifra che rappresenterebbe il record storico. Questo fenomeno è certamente positivo. Ma potrebbe anche portare ad eccessi.

La fame di rendimenti sta infatti dirottando gli investitori verso rischi sempre più elevati, remunerati sempre meno. Senza arrivare al paradosso di obbligazioni che si definiscono «ad alto rendimento» che hanno tassi sottozero, anche altri settori del mercato stanno vivendo una crescita preoccupante. Per esempio quello dei «leveraged loans», cioè dei prestiti - negoziabili quasi come bond - concessi da fondi ad imprese già molto indebitate: a inizio 2019 questo mercato valeva 1.200 miliardi negli Usa (raddoppiando rispetto al 2010) e 267 miliardi in Europa. Qui la fame degli investitori ha ridotto i loro rendimenti, spingendo gli investitori a rischiare sempre di più comprando «loans» senza garanzie contrattuali: se una volta quasi tutti i «leveraged loans» ne avevano, oggi l’86% ne è privo. Non solo: oggi si arriva quasi sistematicamente a “truccare” (con la pratica degli «add-back» sull’Ebitda) il calcolo della leva finanziaria delle aziende che vengono finanziate, per farle apparire più solide. Di fatto quando un’impresa emette un «leveraged loan», per calcolare il rapporto tra debiti ed Ebitda non si usa l’attuale Ebitda, ma quello futuro tenendo conto delle iniziative che la società adotterà nei successivi 18 mesi. Gli investitori fanno finta di niente. E comprano altissimi rischi a sempre più bassi rendimenti. Perché hanno sempre meno alternative.

Alle opportunità per le imprese fa insomma da contraltare il crescente rischio sui mercati finanziari. Prima o poi le politiche monetarie espansive verranno meno. Prima o poi tutte queste imprese dovranno rifinanziare i debiti a tassi meno convenienti. Prima o poi le garanzie contrattuali potrebbero servire. Ma chissà: forse quel giorno le banche centrali prepareranno un nuovo giro di giostra, e tutto ripartirà.

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