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Emissioni, imprese alla prova delle nuove strategie green

Il mercato della riduzione certificata di CO2 è in evoluzione: sul tavolo soluzioni alternative per migliorare il modello. In Italia l’opportunità del carbon farming, il sequestro dell’elemento nei terreni

di Alexis Paparo

(Adobe Stock)

3' di lettura

Il percorso verso la sostenibilità di un’azienda nasce dal calcolo delle sue emissioni. Come parte della strategia per raggiungere la neutralità climatica, e solo dopo aver cercato di ridurre al minimo le proprie emissioni dirette e indirette, l’impresa potrebbe decidere di acquistare crediti di carbonio: uno strumento finanziario negoziabile che rappresenta una tonnellata di CO2 equivalente evitata, assorbita o rimossa dall’atmosfera attraverso progetti di mitigazione ambientale certificati da enti internazionali. Un sistema sancito dal protocollo di Kyoto che, secondo i dati del State and Trends of Carbon Pricing 2022 della World Bank, ha superato il miliardo di dollari nel 2021 (+190% sul 2020) e che, secondo McKinsey, potrebbe toccare i 50 miliardi nel 2030.

Una volta calcolato il carbonio da compensare, l’azienda acquista la quantità equivalente di crediti tramite broker, aziende specializzate o rivolgendosi a chi sta realizzando il progetto, e stila un contratto - l’emission reductions payment agreement (erpa) - per rendicontare lo scambio e poter dichiarare che un proprio prodotto o servizio è carbon neutral. Ma che cosa succede se si mettono in discussione – dalla recente inchiesta del Guardian, Die Zeit e Source Material – i crediti carbonici calcolati tramite i molto diffusi progetti di conservazione delle foreste tropicali (i Redd+) e certificati da uno dei leader del settore, Verra? Secondo Rete Clima, no-profit che promuove progetti di corporate social responsibility ed economia circolare, il report va letto come contributo volto a migliorare il modello in essere e non lo mette in discussione in toto. «Per perfezionare la metodologia si può ridurre il periodo di monitoraggio da dieci a sei o cinque anni, per poter meglio rappresentare i cambiamenti di contesto legati a scenari socioeconomici e politici; sperimentare modelli che possano meglio prevedere e quantificare le interazioni del progetto lato biodiversità e impatto sociale; far confluire i progetti Redd+ sotto un’unica metodologia, per ottenere coerenza e una miglior comparazione», spiega Salvatore Coco, origination & portfolio manager di Rete Clima.

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«C’è molta attenzione sul tema da parte di aziende e investitori, che valutano le società target secondo i parametri Esg prima di fare qualsiasi tipo di investimento», spiega l’avvocato Vincenzo La Malfa, partner e responsabile del sector energy in Italia dello studio legale internazionale Dla Piper – che ha già supportato alcuni clienti a livello internazionale in operazioni di scambio di carbon credits. L’avvocato sottolinea che si tratta di operazioni finanziariamente interessanti: il valore medio dei certificati va dagli otto euro ai 25 per tonnellata e si traduce nella valorizzazione di foreste e aree agricole in territori principalmente in via di sviluppo.

«Il sistema europeo di scambio di quote di emissione (l’Eu Ets, la cui riforma è alle battute finali, ndr) ha creato un mercato ben regolamentato che sta funzionando; i carbon credits su base volontaria potrebbero prestare il fianco a problemi legati al fatto di non essere riconoscibili tramite un unico registro che racchiuda i progetti sui quali poter investire ai fini dell’ottenimento dei crediti, nonostante anche in Italia siano state presentate negli anni varie richieste. In questo contesto, è interessante la posizione del certificatore Gold Standard, che sta lavorando a un progetto di tokenizzazione dei crediti di carbonio tramite blockchain». Guardando all’Italia, La Malfa sottolinea anche l’opportunità di creare “in casa” progetti da cui possono emergere crediti. Come il “carbon farming”, una pratica di sequestro del carbonio nei terreni che può tradursi in fonte di reddito per gli agricoltori, a patto di praticare agricoltura rigenerativa.

Paolo Viganò, founder ed Esg manager di Rete Clima, elenca tre ragioni per cui la maggior parte dei progetti di generazione di carbon credits sono extra Ue e propone un modello ibrido: «I Paesi europei già contabilizzano l’assorbimento di CO2 di molte loro superfici nazionali nel loro inventario ghg nazionale, ponendo problemi di double counting nel caso di scambio di carbon credits fra privati; per ragioni storiche, standard di certificazione più solidi come Verra e Gold Standard si applicano solo in Paesi in via di sviluppo; generare crediti di carbonio nei Paesi occidentali ha costi più alti. Pensiamo che oggi sia un optimum bilanciare progetti esteri, con carbon credit annullabili, e interventi nazionali, che non potranno in larga parte essere convertiti in crediti finché l’Italia non creerà un registro nazionale in cui contabilizzare quelli legati ad attività addizionali».

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