Ripresa & scelte strategiche

Emissioni indicizzate e tagli alle spese correnti per un debito sostenibile

Le previsioni di crescita sono incoraggianti, ma gli ostacoli alle riforme consigliano prudenza

di Ignazio Angeloni

(Adobe Stock)

4' di lettura

L’Italia ha oggi quello che abbiamo sempre pensato meritasse, ma raramente ha avuto: un governo che ha una strategia per il futuro del Paese, la dichiara apertamente e mette in campo le risorse necessarie per attuarla. La scommessa è, nientemeno, quella di arrestare con investimenti e riforme il declino dell’economia italiana, anzi, dell’Italia intera. Il tutto è espresso assai bene nella recente Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef), a firma del ministro dell’Economia Daniele Franco: «L’espansione dell’economia italiana nei prossimi anni sarà sospinta da favorevoli condizioni monetarie e finanziarie, dal ritrovato ottimismo delle imprese e dei consumatori e dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che rappresenta un’occasione inedita per rilanciare il nostro Paese all’insegna della sostenibilità ambientale e sociale».

La Nadef non solo scommette su questo disegno, ma rilancia rispetto al Documento di economia e finanza (Def) di aprile. Preso atto che gli andamenti attuali sono migliori di quelli prefigurati allora, e che quindi si rende disponibile per gli anni futuri un “tesoretto” (così lo si sarebbe chiamato una volta) di fondi pubblici da destinare a una combinazione di riduzioni del debito o ulteriori spese, il governo opta quasi interamente per la seconda strada. Con buona pace degli economisti che pensano che normalmente, quando l’economia cresce molto, il bilancio pubblico debba essere “anticiclico”, cioè rallentare la corsa e mettere fondi da parte per occorrenze future. Ma questi non sono tempi normali. Il boom del 2021 (aumento del Pil del 6%, quando a inizio anno si stimava appena sopra il 4%) non è crescita vera, ma riemersione dal “buco” del 2020. Più riemersione avviene oggi, meno ne avverrà domani. La scommessa si vince o si perde negli anni successivi, quando la strategia darà sperabilmente i suoi frutti.

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IL CONFRONTO
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L’ambizione della strategia si evince dai grafici, dove si mettono a confronto le previsioni della Nadef con le ultime disponibili per Francia e Germania. L’Italia prevede di superare non solo il livello del 2019, ultimo anno pre-Covid, ma dal 2024 anche il trend precedente. Francia e Germania si accontentano di ritornare a crescere, dopo la riemersione, su un livello inferiore a quello precedente, almeno temporaneamente. In altre parole: dal 2024 in poi gli italiani staranno meglio di come sarebbero stati se il Covid non ci fosse mai stato. Pare un controsenso? Non lo è, se si considera che la pandemia ha portato anche effetti benefici: il consenso europeo su un vasto programma di aiuti che guarda non solo alla crisi attuale, ma alle generazioni future (Next Generation Eu); trasferimenti europei massicci all’Italia, in parte a fondo perduto; un’espansione del bilancio pubblico senza precedenti; non da ultimo, un governo autorevole che gode della fiducia interna e internazionale. Non un controsenso quindi. Ma un programma parecchio ambizioso, che contiene notevoli rischi, questo certamente sì. Rischi che si sostanziano in un semplice fatto: ci indebitiamo oggi, ma le ricadute positive che porteranno l’Italia fuori dal declino e l’aiuteranno a sopportare quel debito, difficili da quantificare sia nell’entità sia nei tempi, si verificheranno domani. E probabilmente, non in un domani troppo vicino.

Chiarito che in questo caso l’ambizione è un pregio e non un difetto, non sembra però improprio suggerire certi accorgimenti per ridurre quei rischi.

Il primo consiste nel prevedere, mentre si pianificano massicci investimenti pubblici, anche un più attento controllo delle spese correnti. Alcune di esse sono incomprimibili, come gli interessi. Alcune non è opportuno comprimere, specialmente in questo momento, come le spese sanitarie e sociali. Ma su altre forse si potrebbe agire. L’andamento tendenziale dei conti pubblici incorpora una componente di “altre spese correnti”, pari a circa il 4% del Pil, lungo l’arco della previsione. Non risulta vi sia intenzione di apportare modifiche a queste voci, alcune delle quali potrebbero invece forse essere ridimensionate nel nuovo e più positivo piano del governo.

Il secondo fronte su cui agire è quello della gestione del debito pubblico. Ogni piano di finanza pubblica porta con sé un piano di gestione del debito, perché una nuova strategia di bilancio cambia la natura e la struttura temporale dei rischi per lo Stato e per l’intero Paese. Quindi anche la politica del debito oggi deve cambiare. Poiché la Nadef, ancor più del Def, punta sulla crescita anche per riportare il debito in equilibrio, i rischi risiedono nell’eventualità che quegli effetti ritardino, magari per ostacoli nell’attuazione delle riforme, e che il debito diventi quindi insostenibile. Andrebbero quindi riprogrammate le emissioni spostando una cospicua componente (perché no, anche la totalità di quelle implicite nel “rilancio” della Nadef) verso strumenti indicizzati alla crescita del prodotto nazionale. Negli ultimi anni, l’allungamento delle scadenze del debito pubblico è stato conseguito al costo di cospicui premi per il rischio pagati agli investitori. Oggi le prospettive di crescita economica sono non solo più probabili, ma anche più cogenti per la tenuta complessiva del quadro. È quindi su di esse che bisogna puntare per raccogliere il favore dei risparmiatori. Il Btp denominato “Futura” sperimentato recentemente dal Tesoro non risponde a questi requisiti, sia per l’ammontare del tutto marginale, sia perché a esso non possono accedere gli investitori professionali.

Un vecchio e un po’ trito proverbio inglese dice «spera nel meglio, ma preparati al peggio». Il governo italiano sta facendo più che sperare: sta lavorando per il meglio. Ma prepararsi un po’ anche al peggio non sembra una cattiva idea.

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