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Enel, Starace: «La sfida è ripensare le reti di distribuzione»

di Laura Serafini


Enel e Legambiente insieme per "Puliamo il mondo 2019"

5' di lettura

La leva per accelerare e completare la decarbonizzazione dell’Europa entro il 2050 è rappresentata dalle reti di distribuzione. «Le reti si devono digitalizzare e trasformare. In questo modo diventeranno un importante volano per la decarbonizzazione, perché una volta evolute saranno in grado di accogliere l’apporto di energia da parte di migliaia, persino milioni di impianti distribuiti. Una cosa che fino a poco tempo fa era impensabile. La generazione distribuita è la direzione verso la quale sta andando il settore dell’energia elettrica».

Il compito di sostenere la ridefinizione e la valorizzazione del ruolo dei distributori di energia elettrica nel vecchio continente è l’eredità che Francesco Starace, ad di Enel, consegna al suo successore alla presidenza di Eurelectric, l’organizzazione europea delle associazioni del settore elettrico. Starace lascerà l’incarico domani, al termine di due anni di mandato, quando l’assemblea dell’associazione si riunirà a Firenze per nominare il nuovo presidente.

Condividendo questo obiettivo, il manager ribadisce che tra le priorità di Enel c’è la crescita anche attraverso acquisizioni di reti di distribuzione all’estero: come in Sudamerica, dove il gruppo italiano potrebbe essere interessato a rilevare gli asset del gruppo Sempra, in Perù e in Cile, del valore stimato di 3 miliardi di dollari. «Sono società di taglio medio piccolo che ci possono interessare perché vicine ad altre reti che possediamo, come nel caso di Lima. Pensiamo che entro la fine dell’anno la procedura competitiva determinerà un esito», chiosa Starace. Secondo il manager l’indebitamento netto del gruppo Enel, giunto a quota 45 miliardi nel primo trimestre, «non desta alcuna preoccupazione ormai da tre anni. L’importante è il rapporto tra il debito netto e l’Ebitda: e nel piano industriale al 2021 questo rapporto è previsto in calo».

È un panorama molto variegato quello rappresentato da Eurelectric in Europa. Quando il manager italiano è arrivato alla guida di quel mondo lo ha trovato diviso, concentrato su posizioni difensive verso la generazione termoelettrica, poco attento al ruolo della distribuzione e con scarsa capacità di incidere nel processo decisionale del Parlamento e della Commissione europea. «Tra le prime cose che ho cercato di fare al mio arrivo è stato individuare i temi che potessero unire - racconta Starace -. Non è stato difficile far convergere le posizioni sulla convinzione che l’elettricità sia l’energia del futuro e che nel mondo se ne diffonde lo sviluppo a patto che sia a basso costo e che sia decarbonizzata. È stato un po’ più complicato coagulare il consenso sul fatto che la decarbonizzazione è un processo irreversibile e inevitabile».

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Ci sono però alcuni studi in base ai quali nei prossimi anni, anche in virtù del processo di riduzione delle emissioni di CO2, i prezzi dell’energia elettrica invece saliranno. «Non siamo d’accordo. Eurelectric ha fatto eseguire un articolato studio a McKinsey nel quale sono dimostrati due aspetti importanti - spiega -. Che la decarbonizzazione nel settore dell’energia elettrica è in corso e non richiede più fattori incentivanti. Di conseguenza, iniettando nel sistema energia a costo marginale nullo (come è quello delle fonti rinnovabili), pur tenendo in conto che c’è necessità di bilanciare le reti in maniera diversa, questo provoca un calo del prezzo dell’energia all’ingrosso e una sua progressiva stabilizzazione nei confronti delle variabili delle commodity petrolifere. Questo fenomeno rende possibile un utilizzo dell’energia elettrica che spiazzi anche quello dei combustibili fossili in altri settori, come i trasporti, il riscaldamento/raffrescamento e alcuni processi industriali importanti».

Un principio, questo, che secondo il manager è stato capito dagli operatori di tutti i paesi europei, anche quelli con una importante impronta termica e a carbone e con una forte presenza mineraria ed estrattiva. Anche se per arrivare all’obiettivo ci vorrà tempo e il processo non sarà omogeneo ovunque. «Entro il 2050 avremo reso neutrale dal punto di vista delle emissioni di CO2 il settore - dice Starace -. Questa cosa è stata accettata ed è stato un incredibile successo, perché prima era impensabile e incomunicabile. Il processo di sensibilizzazione è partito dalle utility più grandi, con la sottoscrizione di un documento da parte degli amministratori delegati. In esso si afferma che la transizione si deve fare senza far salire i costi. Per questo si chiede a policy makers e stakeholders di andare in questa direzione. Ad esempio, smettendo di dare incentivi alle fonti fossili. Mentre l’associazione approdava a queste conclusioni, la Commissione europea stava portando avanti direttive come il Clean energy package, il Market design, il Mobility package, che andavano nella stessa direzione. Eurelectric ha svolto un ruolo di supporto, aiutando la Commissione a sostenere i target di elettrificazione dei trasporti che altrimenti avrebbe avuto difficoltà a far passare. E dando un importante contributo di contenuti al processo e non di semplice lobbying».

Ora l’obiettivo è focalizzato sulle reti di distribuzione. «Chi lavora nelle reti di alta tensione non può tenere conto dei milioni di impianti distribuiti sul territorio, non li vede neanche – evidenzia Starace -. Dunque diventa fondamentale il ruolo del distributore. Certo, le posizioni nei vari paesi europei su questo fronte sono alquanto diversificate. Italia e Spagna sono più avanti, altri sono più indietro».Come la Germania.

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Ma le reti di distribuzione sono in grado di sopportare il carico che arriverà dal progressivo aumento dell’elettrificazione? «Bisogna tenere conto in quanto tempo avverrà il fenomeno - chiosa il manager -. In un arco di tempo di 20 anni è un processo sostenibile. Le reti vanno adattate, ma non necessariamente triplicate. Le reti europee sono le migliori e meglio distribuite sul territorio quindi non è problema di presenza fisica, ma di come vanno trasformate e soprattutto digitalizzate».

C’è chi sostiene che in Italia Enel stia riducendo l’impegno nella manutenzione e il potenziamento delle reti di distribuzione privilegiando lo shopping all’estero. «Non è così - ribatte Starace -. Nei prossimi tre anni investiremo nelle reti nazionali 3,6 miliardi (di cui 2,4 miliardi per i nuovi contatori digitali, ndr). Facciamo acquisizioni all’estero proprio perchè l’esperienza della rete italiana ci dimostra quanto convenga investire nelle reti. Ogni rete non digitalizzata per noi ha un valore prospettico molto importante, perché sappiamo quanto valore può generare una volta digitalizzata. Nessuno oltre noi oggi ha un’idea chiara di quale sia il valore di questo processo, perché ancora per qualche anno saremo probabilmente l’unica azienda al mondo che ha un’esperienza di questo genere». Del resto proprio le acquisizioni hanno consentito in passato a Enel di fare quel salto dimensionale che la rende la prima azienda italiana per capitalizzazione, come ha ricordato Fabio Tamburini nell’editoriale del 12 maggio sul Sole 24 Ore.

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