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Energia, il coronavirus minaccia il primato degli Usa

Donald Trump sognava di imporre il predominio energetico degli Stati Uniti nel mondo. Ma l’industria dello shale ora è in crisi e comincia a subire i colpi della concorrenza

di Sissi Bellomo

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Donald Trump sognava di imporre il predominio energetico degli Stati Uniti nel mondo. Ma l’industria dello shale ora è in crisi e comincia a subire i colpi della concorrenza


3' di lettura

Rischia di svanire l’indipendenza energetica appena conquistata dagli Stati Uniti. L’export di gas liquefatto, «molecole di libertà» che dovevano conquistare il mondo, è crollato di un terzo. E anche le forniture di petrolio a stelle e strisce cominciano a calare, mentre le importazioni di Washington si sono impennate come non facevano da un quarto di secolo.

Colpa del coronavirus, che ha sconvolto gli equilibri sul mercato. Ma la situazione che si è venuta a creare potrebbe avere strascichi duraturi, costringendo gli Usa ad accantonare l’aspirazione al predominio assoluto sulla scena mondiale dell’energia, uno dei cardini delle politiche di Donald Trump.

Un ulteriore ostacolo peraltro si affaccia all’orizzonte: le tensioni sulla questione di Hong Kong rischiano di precipitare nuovamente le relazioni commerciali con la Cina, che solo da poco (e in modo ancora molto timido) è tornata ad acquistare materie prime dagli Usa.

Con la domanda di petrolio e gas che minaccia di rimanere debole a lungo e le società dello shale che faticano a reggersi in piedi, Washington non può permettersi di snobbare il mercato cinese.

Difendere la posizione è già diventato difficile per i produttori a stelle e strisce, che hanno iniziato a subire gli assalti della concorrenza persino a casa propria. Nella settimana al 22 maggio sono sbarcati negli Usa 7,2 milioni di barili al giorno di greggio importato dall’estero, un incremento del 40%, il più alto mai osservato dal 1996.

In parte si tratta delle petroliere che l’Arabia Saudita aveva aveva spedito quando era ancora impegnata nella guerra dei prezzi: solo da Riad sono arrivati 1,6 mbg, quasi il triplo rispetto alla norma. Ma gli Usa hanno importato più greggio anche da Canada, Messico, Iraq e persino dalla Nigeria, che produce barili leggeri e poco solforosi, molto simili allo shale oil. Nella stesso periodo le esportazioni di Washington sono scese a 3,2 mbg, il minimo da un mese. Si tratta comunque tuttora di volumi molto consistenti. Niente a che vedere con la débâcle sul mercato del gas.

Con i prezzi del combustibile ai minimi storici in Europa (e inferiori a quelli dell’Henry Hub) gli Usa si stanno rivelando il fornitore più fragile. O comunque quello costretto a farsi carico dei sacrifici per riequilibrare domanda e offerta.

Gli impianti di Gnl statunitensi, che fino ad aprile lavoravano a pieno ritmo, ora sono utilizzati solo al 65% della capacità fa notare IHS Markit, una riduzione che si riflette sull’export. «L’inevitabile è accaduto – commenta il direttore esecutivo Terrell Benke – Stiamo assistendo a un evento storico: il Gnl Usa assume il nuovo ruolo di swing supplier».

È probabile che la ritirata del Gnl americano continuerà. Potrebbe anzi andare di male in peggio. Pechino, che ad aprile ha ricevuto la prima metaniera dagli Usa dopo 13 mesi di digiuno, potrebbe interrompere di nuovo gli acquisti spot. Intanto, nella totale assenza di potenziali clienti, gli investimenti in nuovi impianti di liquefazione vengono rinviati sine die.

I fornitori Usa, che offrono clausole contrattuali molto flessibili, si sono visti cancellare dai clienti l’ordine di 20 carichi per giugno e a luglio dovrebbero saltarne 40-50. In Europa – dove il gas «made in Usa» era riuscito a imporsi persino durante il lockdown – la tendenza ora si è invertita: su un totale di 6,34 milioni di tonnellate consegnate a maggio (pari a 8,8 miliardi di metri cubi) solo il 15,6% proveniva dagli Stati Uniti contro il 23,6% di aprile, stima S&P Global Platts Analytics. Le forniture americane hanno perso la convenienza di un tempo.

Il Qatar (con prezzi indicizzati alle passate quotazioni petrolifere) ha invece difeso bene la quota di mercato, confermandosi primo fornitore in Europa con il 27,7%. E la Nigeria ha conquistato il 13,5%, realizzando il miglior risultato mensile nella storia.

Il 2019 ha segnato l’apice della rivoluzione shale negli Usa. Non solo la produzione di petrolio e gas ha raggiunto livelli record, ma Washington dopo 67 anni ha recuperato il ruolo di esportatore netto di energia. Contando tutte le fonti e i prodotti, dunque anche il carbone o la benzina, le sue vendite all’estero hanno raggiunto 23,6 quadrilioni di British thermal units (quads) – il massimo storico, secondo l’Energy Information Administration (Eia) – superando le importazioni di 0,8 quads.

Si è trattato del più grande capovolgimento dagli anni ’80, afferma l’Eia, perché solo nel 2018 la bilancia commerciale dell’energia Usa era invece in deficit per 3,6 quads. Non è detto che la tendenza riesca a rimanere la stessa.

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