Interventi

Energia e materie prime, è ora di ridurre la dipendenza dall’estero

di Guido Crosetto e Gianclaudio Torlizzi

(Cultura / AGF)

4' di lettura

Sta provocando qualche grattacapo agli operatori finanziari la reazione del dollaro a seguito della pubblicazione del dato sull’inflazione Usa relativo al dicembre dello scorso anno: malgrado l’indice ai prezzi alla produzione abbia toccato il 7%, il biglietto verde sembra aver interrotto la fase di apprezzamento in vigore da quasi un anno. È probabile come dietro la dinamica vi sia una semplice decongestione del forte ipercomprato maturato dopo mesi di rialzi a loro volta determinati dalla grande accelerazione dell’economia Usa rispetto al resto del mondo nella seconda metà del 2021. Oppure che il dollaro abbia intanto già scontato i tre rialzi ai tassi di interessi prefigurati dalla Fed e che abbia avviato una fase di stand-by. Tuttavia, sta emergendo anche una scuola di pensiero secondo cui l’inflazione americana potrebbe aver già toccato o comunque essere vicina al picco. Una tesi, questa, che trova parziale sostegno dall’andamento della curva dei tassi di interesse che, mostrando un’insolita inversione, prefigurerebbe addirittura una recessione. Il driver dietro questa scommessa affonda nelle radici della Storia: quando scoppiò la Spagnola nel 1917, l’inflazione sfiorò in Europa il 20% negli anni successivi, per poi virare in deflazione a partire dal 1921. Un paragone ancora più recente è quello di inizi anni 80 del secolo scorso quando, a seguito della crisi petrolifera, l’indice dei prezzi al consumo negli Usa passò dal +7% del 1978 al +14,8% nel marzo 1980. La fiammata fu tale da indurre l’allora presidente della Fed Paul Volcker a intraprendere una violenta azione di restrizione monetaria. Certamente, nel momento in cui l’emergenza pandemica sarà riassorbita, una frenata sui prezzi sarà nella logica delle cose. A differenza però del passato, oggi intervengono due elementi di novità che rischiano di pregiudicare il ritorno dei prezzi ai livelli pre-pandemici: lo sfaldamento delle supply chain da un lato e le politiche climatiche dall’altro.

Sul primo fronte, è opportuno evidenziare come i grandi mutamenti climatici in atto manterranno le catene di fornitura strutturalmente tese. Il 2021 ha dato un primo assaggio degli scenari con cui dovremmo confrontarci nel futuro: sono bastati alcuni mesi caratterizzati dalla siccità per mettere in deficit il mercato energetico cinese, provocando l’arresto di produzione di materiali fondamentali per l’industria mondiale, come il magnesio e il silicio. Sul secondo punto, invece, che il green deal contribuisca ad alimentare le pressioni inflazionistiche non sembra più essere una tesi minoritaria. Le politiche climatiche non sembrano essere insomma un vero e proprio “pasto gratis”, in quanto comportano una serie di tensioni strutturali sia sul lato dell’offerta (riduzione degli investimenti in carbone, gas e petrolio e conseguente aumento della bolletta energetica che a sua volta si traduce in tagli produttivi nei settori energivori), sia su quella della domanda (aumento dei consumi dei metalli come rame, nichel, litio e cobalto in ragione dello sviluppo delle auto elettriche). Ecco dunque che, in uno scenario come quello che si delinea per i prossimi anni di pressioni inflazionistiche in rialzo, la mission dei governi che si avvicenderanno sarà quella di adottare tutte le politiche necessarie per stemperarle il più possibile. Per farlo occorre agire su due fronti: ridurre la dipendenza dai fornitori esteri di energia e di materia prima, ripristinando al tempo stesso le capacità produttive. Sul fronte energetico, perseguire un’attenta azione di diversificazione rimane la strada maestra. La sospensione del processo di certificazione del Nord Stream 2, mettendo in crisi l’intero mercato energetico europeo, evidenzia l’utilità di stipulare nuovi accordi di fornitura di lungo termine con quei Paesi alternativi alla Russia, come Egitto e Libia. Sebbene poi estrarre più gas dall’Adriatico rappresenti sicuramente una strada da percorrere, è bene altresì evidenziare come un passo importante sarà anche quello di mettersi nelle condizioni come Paese di trarre beneficio dal Gnl statunitense. Tuttavia, senza la costruzione di nuovi gassificatori, sarà impossibile sfruttare le nuove opportunità.

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Sul versante industriale rappresenterebbe invece un messaggio di grande forza da parte dello Stato avviare un’azione di coordinamento per lo sviluppo del settore dell’acciaio che passi sia attraverso la costruzione di nuovi porti e il miglioramento di quelli esistenti (è inaccettabile che oggi molti operatori siderurgici prediligano lo scalo di Koper confinante a quello di Trieste) sia il recupero di almeno parte della produzione persa negli ultimi 10 anni. La difficoltà che lo Stato continua a fronteggiare nel dossier dell’ex Ilva dimostrano quanto profondi possano essere i danni di una mancata una visione di lungo termine su un comparto così strategico per il Paese. Ma la condizione in cui versa l’impianto di Taranto non è isolata. Anche Piombino oggi non naviga in buone acque. Ecco pertanto che rappresenterebbe un primo ma importante segnale se il governo che avrà in mano le redini del Paese dopo le elezioni presidenziali avviasse un’azione di rilancio del polo toscano non semplicemente cercando un compratore (ancor meno straniero), ma inserendolo all’interno di un quadro complessivo di rilancio del settore siderurgico italiano.

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