BIOMAsSE

Energia dal legno, vale 4 miliardi e 70mila addetti

Sono 9,1 milioni i generatori a biomasse installati nel 2018. Ora la sfida è la sostituzione degli apparecchi obsoleti anche in chiave di sostenibilità. Se ne parlerà a Progetto Fuoco, la fiera di settore

di Maria Chiara Voci

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Sono 9,1 milioni i generatori a biomasse installati nel 2018. Ora la sfida è la sostituzione degli apparecchi obsoleti anche in chiave di sostenibilità. Se ne parlerà a Progetto Fuoco, la fiera di settore


4' di lettura

Per chi vive nel contesto di una grande città si tratta di una tecnologia meno conosciuta. Tuttavia – essendo l’Italia un territorio in gran parte rurale – i generatori a biomassa sono molto diffusi nel nostro Paese e nella maggioranza dei casi riguardano un contesto di tipo residenziale. Parliamo di 9,1 milioni di apparecchi installati nel 2018 (erano 9,4 milioni nel 2014, ma a incidere sulla flessione è stata la dismissione degli apparecchi obsoleti) per un settore che vale 4 miliardi di euro con 14 mila imprese coinvolte nella filiera «dal bosco al camino» e una ricaduta occupazionale di 72 mila impiegati, di cui 43 mila diretti e 29 mila legati all’indotto.

A fotografare il comparto sono i dati diffusi dall’Aiel – l’Associazione italiana energie agroforestali – in vista di Progetto Fuoco, la 12° edizione della principale fiera di settore, che, inaugurata mercoledì, chiuderà sabato 22 febbraio. La tecnologia – che pure è stata al centro di grandi polemiche sulle emissioni in ambiente, ma che sta compiendo un grande sforzo per il rinnovamento degli apparecchi e per innescare la cultura della corretta manutenzione e di un corretto uso di combustibile – è, in alcuni casi, molto vantaggiosa. Soprattutto in alcune situazioni, ad esempio laddove non c’è possibilità di allaccio con la rete del gas metano. Oltre che, come spiega l’Aiel «perchè permette un aumento della gestione dei boschi e 1 ettaro di bosco gestito genera in 300 anni un risparmio di CO2 10 volte maggiore del risparmio conseguibile da una foresta “abbandonata”».

Ma cosa si intende con tecnologia a biomassa?
La definizione arriva dal combustibile. La biomassa comprende tutti i residui che provengono sia da coltivazioni agricole e dalla deforestazione che da attività industriali di lavorazione del legno e della carta oltre agli scarti di origine biologica, la legna che si può ardere, i rifiuti di tipo urbano e ciò che si può trasformare in energia elettrica, in maniera diretta o mediante specifici trattamenti. Le caldaie a biomassa sfruttano questi combustibili non fossili per produrre, bruciando, energia. Nell’uso civile, le caldaie a biomassa sono soprattutto quelle che impiegano combustibile di origine vegetale: la legna, il cippato (pezzetti di legno ricavati da scarti di segherie o da potature) o il pellet (scarti della lavorazione del legno resi in cilindretti pressati). In alcune aree agricole sono diffusi anche impianti alimentati con gli scarti di specifiche lavorazioni, come ad esempio quelli che derivano dalla produzione di olio di oliva in Liguria o dalla coltivazione di nocciole in Piemonte. Si tratta, tuttavia, di contesti e situazioni di nicchia.

Definito il carburante, che tipi di impianti sono quelli a biomassa?
Si va dai tradizionali caminetti e dalle stufe fino a modernissime caldaie a servizio di unità singole o di palazzi e complessi. Ovviamente la funzione – a seconda dell’impianto cui ci riferiamo – è differenziata. Una caldaia a biomassa è indicata per sostituirne una con altra tecnologia, non così per un camino.
Parlando di impianti di riscaldamento e per la produzione di acqua sanitaria, la scelta della soluzione ottimale dipende dalle condizioni di partenza dell’immobile e dalla logistica di approvvigionamento. Ad esempio, va verificata la presenza in uno stabile di una canna fumaria dedicata e messa a norma. I generatori a cippato sono in genere indicati per grandi sistemi centralizzati, come quelli per un condominio o per reti di teleriscaldamento che collegano più edifici, perché richiedono la presenza di un grosso silos, dove conservare il combustibile (che pur essendo di per sé il più economico, non viene venduto “al minuto” e ha un elevato costo di trasporto).
Per questa ragione, questa tecnologia è impiegata in genere per impianti al di sopra dei 100 KWh. Parliamo ad esempio di sistemi a servizio alberghi, agriturismi o imprese agricole. Per impianti unifamiliari, le caldaie a legna (oggi le più moderne arrivano a rendimenti anche al di sopra al 90%, sono dotate di accensione automatica, sono modulabili e s'interfacciano con un termostato) richiedono però una certa manutenzione. Gli impianti a pellet, una tecnologia importata da una ventina d’anni nel nostro Paese dall’Austria, sono senz’altro la soluzione più in crescita: consentono gestioni completamente automatizzate (come una caldaia a gas), senza grandi manutenzioni o la necessità di una pulitura costante e residui di cenere minimi. L’approvvigionamento è semplice: i pellet sono venduti in sacchetti e possono essere acquistati in moltissimi supermercati, lontano anche dal luogo di produzione originaria. Per questo, come conferma l’Aiel, ormai gli apparecchi a pellet rappresentano il 75% del totale di quelli venduti nel nostro Paese. Anche se – per via della quota di legna dei caminetti – nel 2018 sono state vendute oltre 12 milioni di tonnellate di legna da ardere contro 3,2 milioni di tonnellate di pellet e 1,4 di cippato.

A cambiare le regole recenti del mercato della biomassa c’è – infine – la questione della sostenibilità ambientale. Un punto che sarà molto sottolineato a Progetto Fuoco ( dove saranno 782 le aziende espositrici da 40 Paesi e oltre 71 mila i visitatori attesi). Non a caso il programma della fiera prevede oltre 60 – tra convegni, workshop, pitch di startup, dimostrazioni pratiche e occasioni di formazione e aggiornamento – a partire dal convegno di apertura «Green New Deal ed energia rinnovabile dal legno. Politiche, numeri, azioni per accelerare la transizione energetica» organizzato da Aiel, Piemmeti Spa, Ministero dell'Ambiente e Progetto PrepAIR, con lo scopo di elaborare una strategia di lungo termine.
«Un processo di formazione e cultura avviato – spiega Aiel –. Nel 2018, con gli incentivi del Conto Termico, è stata possibile la sostituzione di 46 mila stufe obsolete, quasi il doppio dell’anno precedente quando erano state 24 mila. Questo cambio ha evitato l’immissione in atmosfera di circa 2.200 tonnellate annue di particolato (PM) e di circa 160mila tonnellate annue di CO2 equivalente. Meno inquinamento nell’aria delle nostre città, dunque, e con margini di miglioramento molto importanti: se si sostituissero tutti i vecchi impianti domestici a legna con moderne tecnologie si garantirebbe una riduzione delle emissioni di polveri sottili derivanti dalla combustione domestica di biomasse di almeno il 70%».

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