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Energia, mezza Europa fa da sé. Sale l’onda del protezionismo

Crescono i timori sui flussi da Norvegia, Francia, Germania (e Svizzera): la solidarietà su cui vacilla la politica Ue ancora prima dell'inverno. E gli Usa studiano nuovi divieti all'export

di Sissi Bellomo

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4' di lettura

Nella tempesta perfetta che minaccia la nostra sicurezza energetica è partito l’assalto alle scialuppe di salvataggio. Mors tua vita mea, come dicevano gli antichi romani. Così, prima ancora dell’inverno, il principio di solidarietà che dovrebbe guidare l’Europa attraverso la crisi ha già iniziato a vacillare.

Oggi si grida allo scandalo per il piano da 200 miliardi di euro con cui la Germania conta di mettersi in salvo da sola, a prescindere da quanto vorranno o potranno fare le istituzioni comunitarie, paralizzate da mille veti incrociati. Critiche sono arrivate anche da due esponenti di spicco dell’esecutivo Ue, i commissari Thierry Bréton e Paolo Gentiloni, che questa settimana in una lettera aperta hanno esortato ad un’azione comune perché «solo una risposta europea può proteggere la nostra industria e i cittadini».

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«Dobbiamo proteggere il nostro mercato unico ed evitare la frammentazione», ha esortato per l’ennesima volta venerdì Ursula von der Leyen, la presidente dell’esecutivo Ue, dopo che il vertice informale di Praga si è chiuso con un nulla di fatto.

Le insidie al principio di solidarietà – formalizzato nell’Articolo 122 del Trattato di Lisbona, con un riferimento esplicito proprio all’energia – non derivano soltanto da fughe in avanti come quella tedesca. Già da tempo le sirene del protezionismo energetico si stanno facendo sentire, dentro e fuori dai confini europei. E con l’arrivo del freddo il loro canto rischia di diventare irresistibile.

Ci sono casi estremi come quello dell’Ungheria di Viktor Orban, che mentre l’Europa subisce carenze di gas russo si è assicurata da Gazprom forniture più abbondanti e a condizioni più favorevoli che in passato. Ma anche Paesi considerati capisaldi della Ue sono tentati dal “si salvi chi può”.

La Francia ha smentito di avere un piano per sospendere per due anni le esportazioni di elettricità in Italia. Ma questo non significa che possiamo dare per scontate le forniture nel caso in cui i problemi ai reattori nucleari d’Oltralpe dovessero persistere. Quanto al gas, Parigi continua a opporsi alla costruzione del MidCat: gasdotto di soli 190 km a cavallo dei Pirenei con cui la Spagna – che dispone di ben sette terminal per il Gnl – potrebbe fare da hub per il resto d’Europa. «Non capisco perché saltelliamo intorno a questo tema come capre dei Pirenei», si è spazientito il presidente Emmanuel Macron di fronte alle richieste di giustificare un “no” tanto ostinato. Spagnoli, portoghesi e ora anche i tedeschi insistono sull’importanza dell’infrastruttura, ma Parigi non molla: il MidCat in vista della decarbonizzazione è inutile, insiste, e comunque non sarebbe pronto per questo inverno.

Il sospetto di molti è che l’Eliseo subisca pressioni dall’industria del nucleare o che tema la concorrenza spagnola sui mercati del Gnl. Protezionismo energetico, insomma. Lo stesso che ha indotto la Norvegia ad annunciare possibili limitazioni all’export di elettricità, per via dei bacini idroelettrici impoveriti dalla siccità estiva. Il Paese scandinavo non solo oggi non solo è diventato il primo fornitore di gas dell'Europa, ma è anche un esportatore di elettricità di cui sarebbe difficile fare a meno.

Di elettroni la Germania ne esporta più ancora di Oslo (soprattutto verso Francia e Austria). E anche Berlino quest’inverno potrebbe ridurre le forniture all’estero se avrà difficoltà a soddisfare il mercato domestico: l’ha dichiarato proprio questa settimana all’Ft Hendrik Neumann, chief technical officer di Amprion, il maggior operatore della rete tedesca.

Il rischio che le esigenze nazionali siano fatte passare avanti è ancora più alto quando si tratta di Paesi extra Ue. In Gran Bretagna a giugno la National Grid aveva detto che in caso di carenze invernali avrebbe fermato l’export di gas. All’epoca aveva anche precisato di considerarla un’eventualità remota, ma proprio in questi giorni Ofgem (il regolatore britannico) ha avvertito di una possibile «emergenza gas» nei mesi freddi, che costringerebbe a razionare l’energia persino alle famiglie, con blackout di tre ore. Ora è Londra a implorare solidarietà: in un editoriale sul Times la premier Liz Truss ha chiesto all’Europa di non interrompere l’export di energia verso il Regno Unito.

Sollevano qualche apprensione anche il transito di gas e le esportazioni di elettricità dalla Svizzera, entrambi cruciali per la sicurezza energetica in Italia: la confederazione elvetica ha messo in guardia i cittadini dal rischio di blackout e non c’è alcun accordo con la Ue che preveda comportamenti solidali.

L’onda del protezionismo intanto guadagna forza persino negli Usa, dove il caro energia (pur con prezzi molto più bassi che da noi) è un problema politico sempre più delicato. La Casa Bianca pochi giorni fa ha chiesto al dipartimento dell’Energia di analizzare l’impatto di un eventuale bando alle esportazioni di benzina e diesel. Un’ipotesi che ha subito scatenato una levata di scudi da parte dei raffinatori, ma che guadagna forza dopo il maxi taglio alla produzione petrolifera deciso dall’Opec+ e quando manca appena un mese alle elezioni di midterm. Le pressioni dell’opinione pubblica per “tenere in casa” gli idrocarburi a stelle e strisce (gas compreso) stanno montando già da mesi.

Un gruppo di governatori della East Coast ha scritto alla Casa Bianca: «Apprezziamo che l’amministrazione lavori con gli alleati europei per espandere le esportazioni di combustibili in Europa, ma un simile sforzo si dovrebbe fare per il New England». La segretaria all’Energia Jennifer Granholm – che già a luglio aveva esortato i raffinatori ad esportare meno carburanti per ricostituire le scorte in patria – ha risposto di essere «pronta ad usare tutta la cassetta degli attrezzi» pur di evitare una crisi energetica negli Usa.

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