sfilate uomo

Da Louis Vuitton a Rick Owens, energia protagonista in passerella a Parigi

Le collezioni per l’A-I 2021 hanno l’obiettivo di sovvertire lo stile casalingo e impigrito che domina durante i mesi del lockdown

di Angelo Flaccavento

Louis Vuitton

3' di lettura

E se invece che bradipi casalinghi impigriti e sciatti diventassimo tutti cavernicoli festaioli con la clava di paillettes e i panni tagliati con la scure? Le strade della moda sono infinite, e così le possibilità di reinvenzione. Tanto, al momento, è solo concesso di immaginare, e allora tanto vale dar di matto.

«La sconfitta è pensarci, tra sei mesi o più, sul divano, con un pigiama o qualcosa di simile - dice Jonathan Anderson -. È troppo facile, una idea troppo pigra. Piuttosto, mi interessa esplorare i territori di un nuovo primitivismo». Suona combattivo mentre racconta la collezione JW Anderson con la quale mercoledì si è aperta la kermesse parigina della moda uomo. Digitale, naturalmente. Ma Anderson, che ha l’indipendenza radicata nel pensiero, sulla piattaforma della Chambre ha solo rilasciato un breve statement video, mandando invece agli ospiti giganteschi poster, da toccare e appendere: i look della collezione, scattati da Juergen Teller addosso a due modelli e all’attrice Sophie Okonedo (la precollezione donna è inclusa nel lotto).

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È una moda pensata per divertirsi, quella che Anderson immagina e Teller mette in scena in situazioni surreali - vegetali per le mani e pose bislacche - che ricordano le One minute sculptures di Erwin Wurm: forme geometriche, volumi giganti, pellicce colorate da Flintstones e bagliori acrilici. Il tutto, senza chiare distinzioni tra lui e lei, perché della fluidità di guardaroba JW è paladino da sempre.

Rick Owens sceglie Getsemani come titolo della collezione. Una prova tesa e drammatica, che presenta in streaming nel calendario parigino, sfilando però davanti al Tempio Votivo del Lido di Venezia, sacrario o ossario militare dalla potente architettura razionalista, nel quale giacciono i caduti delle due guerre mondiali. «Il Getsemani era l’orto nel quale Gesù si raccolse in preghiera la notte prima della crocefissione: un luogo di disagio e spaesamento prima del giudizio finale - spiega. - Il periodo che stiamo tutti vivendo è di attesa di una risoluzione, sia essa catastrofica o razionale, in una suspense dalla drammaticità quasi biblica, primitiva e profana».

Ritorna anche qui l’idea di primitivo: inteso come energia primordiale, ma anche come stratificazione di volumi da uomo delle caverne - con lo strascico e gli stivali-trampolo da rockstar glam, sia ben chiaro. Gli uomini di Owens, sotto la cappa con il cappuccio - un saio invero biblico, ma di cashmere double - avvolti in grossi maglioni con maniche penzolanti, sigillati dentro aderenti tute di pelle o giubbotti con colli che coprono la faccia e, chiusi all’uopo, separano dal mondo, sembrano aver definitivamente abbandonato la cosiddetta civiltà. Non sono festaioli, ma irradiano energia: di chi, nell’attesa, non si rammollisce sul divano, ma fa, crea, con le mani.

Virgil Abloh, direttore artistico della collezione uomo di Louis Vuitton, non è un tecnico della moda, ma di certo non gli mancano intelligenza e abilità nel convincere. Presenta la collezione attraverso una accattivante video performance, con poesia vocale di Saul Williams, che è un dipanarsi di stereotipi umani all’incrocio nei flussi della vita.

La macchina scenica è congegnata al millimetro, ma questa volta non è solo storytelling: Abloh sembra aver raggiunto la maturità espressiva, una semplicità diretta al di là del logo e delle trovate. Tagli netti, volumi, innesti sensibili di colore. Sono degne di nota, e in qualche modo esplicative, alcune parole che usa: il concetto di non design, ovvero di capi così archetipici da non avere quasi autore, e la distinzione tra turista e purista, ovvero tra outsider e professionista. Nella glorificazione del viandante predicatore - un turista di sorta - Abloh parla chiaramente di sé, e convince.

Louis Vuitton, indagine sul viandante contemporaneo

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Sotto lo slogan “Never change - Even Change”, Homme Plissé, la linea ideata da Issey Miyak e il cui successo crescente nasce dalla sintesi acuta di design innovativo ed estrema facilità d’uso, continua a proporre un guardaroba modulare di oggetti di complessa semplicità. La fascinazione è tutta nel processo della piegatura e plissettatura, arte primitiva risolta con mente avveniristica: una tecnica che Miyake esplora da sempre, mostrata in parte nella breve e toccante video-presentazione.

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