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Energia, reti, aziende strategiche: la mappa dei capitali cinesi in Italia

A fine 2019 presenti in Italia 405 gruppi cinesi con partecipazioni in 760 imprese italiane e 43.700 occupati

di Marco Ludovico

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(foto Agf)

A fine 2019 presenti in Italia 405 gruppi cinesi con partecipazioni in 760 imprese italiane e 43.700 occupati


4' di lettura

Un’onda impetuosa e inarrestabile. Finanziamenti, investimenti, imprese, occupazione: la penetrazione economica cinese in Italia è irrefrenabile, in aumento continuo senza eccezioni. La mappa aggiornata spicca nella relazione appena approvata del Copasir (comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) sulla tutela degli asset finanziari nazionali strategici. Nel documento c’è un apposito addendum sulla Cina, frutto delle audizioni di Aisi e Aise al comitato parlamentare e dei report di intelligence economica.

«Tassi di crescita costanti nel tempo»

«La penetrazione di capitali provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese in Italia (includendo anche gli investimenti provenienti da Hong Kong e Macao) - si legge nel documento - ha mostrato tassi di crescita costanti nel tempo». Con due modalità: «1) aumento dei flussi di investimenti diretti esteri provenienti dalla Cina; 2) aumento della percentuale di proventi finanziari, derivanti da imprese italiane a controllo cinese che l'azionista di riferimento decide di reinvestire nel nostro Paese, invece che reinviare in Cina».Sia che si tratti di investimenti di capitali cinesi in aziende fondate in Italia da soci italiani con il successivo l'ingresso di soci di Pechino nel capitale azionario con partecipazioni di rilievo - investimenti in gergo «brownfield» cioè frutto di riconversione - sia che si tratti di investimenti in aziende fondate in Italia da cittadini o aziende di nazionalità cinese ovvero filiali di società cinesi - investimenti «greenfield» - a fine 2019 «risultano direttamente presenti in Italia 405 gruppi cinesi, di cui 270 della Repubblica Popolare Cinese e 135 con sede principale a Hong Kong, attraverso almeno un'impresa partecipata. Le imprese italiane partecipate da tali gruppi sono in tutto 760 e la loro occupazione è di poco superiore a 43.700 unità, con un giro d'affari di oltre 25,2 miliardi di euro».

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«Acquisizioni nei settori a più alto valore aggiunto o più strategici»

Le attività delle imprese italiane a partecipazione cinese sono diversificate e si dividono tra i principali comparti. Nota il documento del comitato presieduto da Raffaele Volpi (Lega), relatori Enrico Borghi (Pd) e Francesco Castiello (M5S): «Le acquisizioni avvengono con sistematicità ad ogni livello, nei settori a più alto valore aggiunto o più strategici». Si segnalano «multinazionali come StateGrid e ChemChina. La prima ha da diversi anni una significativa quota del 35 per cento nella finanziaria delle nostre reti energetiche elettriche – Cdp Reti S.p.A. – che controlla Snam, Terna, Italgas. ChemChina, invece, è detentrice della maggioranza (45 per cento) delle quote di Pirelli & C. S.p.A».Di più: «Energia, reti, aziende ad alto potenziale strategico e innovative vedono una grande concentrazione di capitali cinesi» anche se «il flusso si è recentemente interrotto con la pandemia da Coronavirus». Si ricorda come «la Shangai Electric Corporation ha comprato – già nel 2014 – il 40 per cento di Ansaldo Energia S.p.A. (con sede a Genova), mentre quote di Eni, Tim, Enel e Prysmian sono sotto il controllo della People's Bank of China, la banca centrale della Repubblica Popolare Cinese». Altre grandi imprese italiane con quote detenute dai cinesi sono «Intesa SanPaolo, Saipem, Moncler, Salvatore Ferragamo, Prima Industrie».

La ragnatela finanziaria e la distribuzione sul territorio italiano

La relazione sottolinea come «nell'ambito degli investimenti di capitali cinesi nel nostro Paese non si possono trascurare gli investimenti effettuati attraverso fondi di investimento, società di gestione del risparmio, società fiduciarie italiane ed estere o società finanziarie, le quali in qualche modo schermano l'identificazione del titolare effettivo degli investimenti. Si pensi che il fondo sovrano cinese China Investment Corporation (CIC) realizza i propri investimenti in Europa prevalentemente attraverso alcune catene societarie di diritto lussemburghese».La distribuzione territoriale delle imprese partecipate cinesi «si concentra per i 4/5 del totale nelle regioni settentrionali. Spicca la Lombardia, che ospita 258 imprese a capitale cinese, pari a oltre il 46 per cento del totale. Seguono il Lazio con 68 imprese, l’Emilia-Romagna con 54, Piemonte e Veneto con 40 ciascuna». Da notare poi come «sul territorio italiano operano – secondo i dati del Registro delle Imprese – 50.797 imprenditori nati nella Repubblica Popolare Cinese. In base ai dati raccolti, quasi 20mila imprenditori cinesi sono attivi nel commercio e 17mila nel manifatturiero. Ci sono poi oltre 7mila imprese dell'hotellerie e ristorazione, e oltre 4mila nei servizi alla persona».

Urso (Fdi) vicepresidente Copasir: «Attenzione alle mire su Taranto»

Adolfo Urso, vicepresidente Copasir, nota come «si osservano mire significative dei cinesi sul porto di Taranto con progetti e investimenti sulla piattaforma logistica ma anche di tipo produttivo e commerciale. Nei loro programmi c’è anche il porto di Brindisi e di Gioia Tauro». Poi il senatore Urso allarga la visuale: «La relazione sugli asset strategici finanziari è un allarme tra gli allarmi, tutti minacciosi. Ci sono stati gli attentati a Nizza e a Vienna, la rotta migratoria su Lampedusa è ormai riconosciuta a rischio da tutti, c’è una recrudescenza dell’emergenza sanitaria ed economica con problemi evidenti anche nella gestione dell’ordine pubblico».In questo scenario Urso ha presentato un’interrogazione parlamentare: «Vi sono ormai tre, e a breve quattro, posizioni vacanti di vicedirettori in Aise, Aisi e Dis. Va aggiunta la scadenza in dicembre del direttore del Dis e del comandante generale dei Carabinieri». Lo stallo sulle nomine secondo Urso «meramente strumentale è assolutamente inaccettabile soprattutto per quanto riguarda i vertici dei servizi perchè occorre assicurare, oggi più che mai, ai comparti operativi e strategici della sicurezza nazionale di agire con pienezza e lungimiranza in un momento così difficile per la Nazione».

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