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Energia, di Stefano: contro i rischi Ucraina e Libia diversificare le fonti

Per il numero due della Farnesina la crisi in Ucraina criticità da affrontare in tempo con scelte lungimiranti

di Gerando Pelosi

(Imagoeconomica)

5' di lettura

Diversificare le fonti di approvvigionamento di energia e aumentare progressivamente la quota delle rinnovabili. Solo così per il sottosegretario agli Esteri, Manlio di Stefano si potrà fare fronte all'attuale crisi energetica e all'aumento dei prezzi. Come spiega al Sole 24 ore il numero due della Farnesina la crisi in Ucraina e la situazione di instabilità in Libia rappresentano elementi di criticità da affrontare in tempo con scelte lungimiranti. Di qui la necessità di privilegiare partenership solide come quelle con Algeria e Azerbaijan. E l’Italia può svolgere in Europa la funzione di hub energetico vista della transizione energetica che vedrà in futuro una diminuione della quota di gas.

Sottosegretario, quali sono oggi le priorità della politica energetica nazionale?

In questo momento di fortissima crisi energetica, con i consumatori allo stremo e molte imprese che producono sotto costo per via del prezzo dell'energia, la priorità nazionale è una ed è estremamente chiara: calmierare in emergenza il costo di bollette e carburanti adottando, al contempo, soluzioni strutturali per stabilizzare il mercato. Per contribuire a fare questo chi si occupa di geopolitica deve partire da una considerazione fattuale: il nostro Paese è un importatore netto di energia e, come tale, dipende dalle forniture straniere e in particolare dal gas russo, che costituisce ancora la maggior parte dei nostri consumi. Per incrementare la stabilità dell'approvvigionamento è quindi necessario diversificare fornitori e fonti, ed è questo l'obbiettivo dell'Italia oggi e in vista del prossimo inverno. Parallelamente, e con uno sguardo di medio-lungo periodo, l'Italia sta incrementando la produzione di energia rinnovabile ai fini del raggiungimento dell'obbiettivo di neutralità climatica al 2050, così come previsto dal Green Deal europeo. Stiamo inoltre puntando sull'idrogeno – in particolare quello “verde” – che potrà anche essere trasportato adattando le reti già esistenti, inclusi i gasdotti internazionali.

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Ma cosa vuol dire esattamente diversificare le fonti di energia?

In seguito alla crisi ucraina del 2014, è stato aperto il Corridoio Meridionale del Gas per rifornire l'Europa di gas azero tramite il gasdotto Trans-Adriatico (TAP), infrastruttura che, pur essendo entrata in funzione solo nel dicembre 2020, sta già mitigando il prezzo del gas sul mercato interno in questo periodo di forte crisi. Non solo: per la prima volta, grazie al TAP, siamo stati in grado di esportare gas verso la Francia. Adesso osserviamo che, rispetto alle prime settimane del 2021, in questo inizio d'anno la Russia ha quasi dimezzato i flussi di gas destinati a noi tramite la rotta ucraina, e questa minaccia alla nostra sicurezza energetica, probabilmente dettata anche da considerazioni di ordine politico, richiede interventi urgenti a tutela dei nostri interessi. Un eventuale conflitto in Ucraina, che insieme ai nostri partner stiamo cercando di evitare in ogni modo, deteriorerebbe ulteriormente il quadro.

Anche la crisi libica è un'altra area critica per le forniture energetiche..

Altro nostro fornitore è la Libia, alla quale siamo legati dal gasdotto Greenstream; purtroppo, però, per poter ragionare di incremento dei flussi di gas è necessario che il Paese divenga più stabile, e di certo gli eventi di queste ultime settimane non aiutano.

Ma nei confronti dell'Asia Centrale e del Caucaso, il nostro Paese si muove da solo o d’intesa con l'Unione Europea?

Ci muoviamo in entrambi i modi, ma sempre con l'obbiettivo di instaurare e preservare rapporti mutualmente vantaggiosi con riguardo sia al mercato degli idrocarburi che quello delle energie rinnovabili. A questo proposito, grazie al grande apprezzamento di cui gode il nostro Paese e alla loro reputazione, le imprese e le università italiane possono garantire un importante valore aggiunto ai partner dell'area centro-asiatica e caucasica. È probabile, in ogni caso, che la dimensione europea della collaborazione potrà acquistare maggiore importanza in futuro se, come tutti auspichiamo, la nuova strategia “Global Gateway” proposta dall'Unione Europea come modello alternativo alla “Via della Seta” cinese si dimostrerà competitiva e concorrenziale.

L’Italia acquista gas prevalentemente da Russia e Algeria. I Paesi dell’Asia Centrale e del Caucaso possono avere un ruolo in queste dinamiche?

Oggi l'Italia dipende per quasi il 96% dei suoi consumi di gas da fornitori stranieri, e in primis da Russia e Algeria. Mentre l'Algeria si sta dimostrando un partner più che affidabile, temiamo che negli ultimi mesi la Russia stia manipolando i flussi di gas verso l'Europa attraverso Ucraina, Bielorussia e gasdotto North Stream 1 sulla base di obbiettivi geopolitici, e non solo di dinamiche di mercato più o meno ordinarie. È evidente che non possiamo rimanere indifferenti verso questo tipo di forzature collegate anche a decisioni che, come quelle sull'attivazione del gasdotto North Stream 2, non dipendono direttamente da noi. Dobbiamo quindi sterilizzare questi rischi e porvi rimedio quanto prima. Da qui nasce l'interesse, già manifestato ai nostri partner azeri, a raggiungere al più presto possibile la piena operatività del TAP. Più lontana nel tempo, ma non per questo irrealistica, è la prospettiva di collegare alla rete gas europea anche il Turkmenistan, quarto Paese al mondo per riserve, attraverso un gasdotto off-shore che lo colleghi all'Azerbaijan tramite il Mar Caspio.

Non come l’Ucraina ma una situazione di instabilità la sta vivendo anche il Kazakistan. Quali sono i rapporti con quel Paese in termini di accodi energetici?

Il Kazakistan è il nostro quinto fornitore di petrolio (7% del nostro import). ENI è presente nel Paese sin dal 1992 ed opera ancora nel giacimento di Karachaganak e come parte del consorzio PSA nel giacimento di Kashagan, uno dei più estesi al mondo, situato nei pressi di Atyrau, sulle rive del Mar Caspio. Anche in Kazakistan, in seguito alla decisione delle Autorità locali di sviluppare il potenziale eolico e solare del Paese ai fini della transizione ecologica e nel rispetto degli obbiettivi climatici assunti in ambito internazionale, l'interesse si sta gradualmente spostando dal settore degli idrocarburi a quello delle rinnovabili. Con riferimento all'eolico, in particolare, ENI ha realizzato un parco da 48MW nel Paese e ha in programma altri progetti, incluso un impianto fotovoltaico da 50MW.

Vi sono altri progetti finalizzati a incrementare le importazioni nazionali di gas?

Quello che ci interessa oggi è rispettare senza ritardi il programma verso la transizione ecologica procurandoci, nel frattempo, tutto il gas necessario a mantenere la stabilità di forniture e prezzi. L'ottica è quindi quella di renderci sempre più indipendenti dai fornitori che presentano importanti fattori di rischio geopolitico e privilegiare invece partnership solide e stabili come quelle con Algeria e Azerbaijan. Quanto ad altri scenari alternativi mi viene in mente il progetto di gasdotto EastMed per il trasporto di gas dai giacimenti israelo-ciprioti alla Grecia, che però gli Stati Uniti hanno recentemente privato del loro supporto. Altra opzione è ricorrere al GNL (gas naturale liquefatto) e alla rigassificazione, ma quelli sono scenari principalmente economici e molto poco geopolitici. Certo è che gli obbiettivi climatici stabiliti dall'Unione Europea e accettati da tutti i Paesi membri provocheranno inevitabilmente un calo strutturale e graduale nei consumi europei di gas nel lungo periodo. Sino ad allora, tuttavia, è ragionevole pensare che i consumi globali di gas continuino a rimanere elevati e che il gas avrà una funzione centrale nel percorso di transizione. In questo quadro e con queste premesse, il nostro Paese può e deve assumere il ruolo strategico di vero e proprio hub energetico.

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