Combustibili verdi

Energivori e utility, imprese in corsa per produrre biogas

Dalle Cartiere di Guarcino a Frosinone moltiplicate le produzioni di bioenergie

di Jacopo Giliberto

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3' di lettura

Per esempio, le Cartiere di Guarcino, in provincia di Frosinone. Fra le tantissime energie con il prefisso “bio”, come i bioliquidi, il biometano e le biomasse, sono una quindicina le aziende che ricavano l’energia fai-da-te con grandi centrali elettriche e termiche alimentate da biocombustibili liquidi, come gli scarti degli oleifici, i grassi vegetali, il liquido estratto con la rigenerazione dei filtri dell’industria agroalimentare. Un’altra cinquantina di imprese produce energia da bioliquidi in impianti di dimensioni inferiori al megawatt.

I bioliquidi e il legname

«In tutto, si tratta in Italia di impianti per circa 200 megawatt», osserva Alessandro Brusa, consigliere dell’associazione confindustriale Elettricità Futura il quale segue con attenzione il segmento dei bioliquidi.

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Ma i combustibili non fossili sono una gamma amplissima, diffusa «e purtroppo sottovalutata e spesso addirittura contrastata. I bioliquidi, quasi come se non esistessero», protesta Brusa.

Poca considerazione anche per le biomasse come gli scarti di segheria usati da diversi Comuni nelle Alpi per gli impianti di teleriscaldamento dei centri abitati.

L’associazione Fiper ha studiato con attenzione le centrali termiche alimentate con materiale legnoso in val Pusteria e val Venosta (Alto Adige), oppure le esperienze in diversi centri abitati della Lombardia come a Sondalo (Sondrio), ma anche Leinì (Torino) oppure Londa (Firenze).

Mirata alla produzione elettrica è invece la centrale del Mercure a Laino (Cosenza), alimentata con legname da silvicoltura, anch’essa oggetto di contestazioni dei comitati “del no”.

I freni dei comitati Nimby

Anche il biometano è stato spesso trattato con fastidio dalle norme e con intolleranza dai comitati “nimby” che si oppongono a qualsiasi nuovo progetto di impianto.

Il più recente caso di opposizione fra i 180 “no al biometano” censiti finora da Francesco Ferrante, un esperto di comunicazione ecologica, è quello di Matera dove viene contestato un impianto di biogas nella zona industriale della Martella.

Le utility dei servizi pubblici locali sono quelle più impegnate nel ricavare energia “bio” perché hanno la materia prima più abbondante da far fermentare, cioè il fango che i depuratori estraggano dalle acque di fogna oppure i rifiuti umidi separati dai cittadini nella raccolta differenziata, quella che una delle troppe sigle inventate dai burotecnici chiama Forsu, cioè frazione organica dei rifiuti solidi urbani.

I progetti nel biometano

Per esempio nel piano industriale al 2030 il gruppo A2A ha previsto investimenti per 600 milioni di euro per costruire impianti per il recupero di biogas e biometano. L’obiettivo è arrivare a 60 impianti (ora sono 20) di cui almeno cinque con treni di liquefazione per ottenere bio-Gnl, con una produzione di 200 milioni di metri cubi l’anno.

Il gruppo lombardo ora sta completando gli impianti di Lacchiarella (Milano) e Cavaglià (Biella), che entreranno in esercizio fra circa sei mesi. Inoltre, sono alle fasi finali gli iter autorizzativi per gli impianti di Bedizzole (Brescia), fra quelli contestati dai comitati “del no”, e Anagni (Frosinone).

Al biometano guarda anche il gruppo Hera, che prevede di raddoppiare la produzione arrivando a 16,8 milioni di metri cubi nel 2025. Dopo l’impianto di Sant’Agata Bolognese, il cui metano fra l’altro viene usato per alimentare le auto a gas, Hera si è alleata con il mondo industriale. Insieme con il gruppo alimentare Cremonini, a Spilamberto (Modena) sarà prodotto metano biologico partendo dagli scarti dell’industria alimentare. Il depuratore di Corticella (Bologna) diventa un centro sperimentale: tra un anno l’energia elettrica rinnovabile e l’acqua depurata produrranno idrogeno, da combinare con il carbonio della CO2 e trasformare in un idrocarburo non fossile di sintesi.

Il biogas è una delle produzioni cui punta l’Iren, multiutility attiva principalmente nel Nord Ovest. Oggi ha biodigestori a Cairo Montenotte (Savona) e Santhià (Vercelli); uno in costruzione a Gavassa (Reggio Emilia) e uno autorizzato a Saliceti (La Spezia). Questi impianti sono mirati a produrre gas da immettere nei metanodotti della Snam.

Con un investimento di 16,6 milioni, l’impianto di Cairo Montenotte viene ingrandito per arrivare a 6 milioni di metri cubi di metano. Nei prossimi mesi l’impianto di Santhià arriverà a produrre 5 milioni di metri cubi. Da fine anno Gavassa produrrà 9 milioni di metri cubi di metano.

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