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Eni accelera sul riciclo dei rifiuti, tecnologia per trasformarli in olio

Syndial, il braccio ambientale del gruppo, diventa Eni Rewind e punta su nuovi business e estero . L’ad Grossi: la società ha una solida expertise e vuole crescere ancora

di Celestina Dominelli

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4' di lettura

Un nuovo nome che porta con sé, per dirla con le parole dell’amministratore delegato Paolo Grossi, «un cambiamento radicale e di lungo periodo». Perché Syndial, la società ambientale di Eni nata nel 2003 con la ridenominazione dell’allora Enichem, dopo il conferimento delle sue attività produttive a Versalis, per gestire sostanzialmente le demolizioni degli stabili e la bonifica dei siti “ereditati” da fallimenti industriali e dall’Enimont, da oggi diventa Eni Rewind e punta lo sguardo, in Italia e all’estero, oltre i confini del gruppo, dove finora si è concentrato il suo business: dalle bonifiche di tutte gli impianti di Eni in Italia (dall’upstream alla raffinazione, alle stazioni di servizio) allo smaltimento e recupero dei rifiuti industriali, fino all’ultimo step, la trasformazione della frazione organica dei rifiuti urbani (il cosiddetto “Forsu”) in bio olio e acqua attraverso la tecnologia proprietaria Eni Waste to Fuel.

L’ad Grossi: sviluppate tecnologie e competenze importanti
«Il perimetro delle nostre attività si è progressivamente ampliato nel corso degli anni - spiega il numero uno Grossi al Sole 24 Ore - e ci ha portato a sviluppare tecnologie e competenze molto importanti, nonché relazioni con il territorio estremamente significative, indispensabili per portare avanti nel tempo, in stretto raccordo, con le amministrazioni e le comunità locali, progetti di recupero industriale anche molto complessi». Una crescita evidente, dunque, certificata in primis dai numeri dal momento che la società gestisce attualmente costi ambientali per il gruppo per oltre 800 milioni di euro l’anno, ha 200 cantieri attivi e conta sul lavoro diretto di oltre mille persone.

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«È in questo contesto - aggiunge l’ad - che abbiamo deciso di cambiare la denominazione dell’azienda in Eni Rewind recuperando innanzitutto il nome del gruppo in modo da facilitare l’identificazione con Eni e mandare un segnale forte all’esterno, ma anche a dipendenti e stakeholder. Con l’obiettivo di marcare anche qui un cambio di passo rispetto al passato e all’idea che l’attività core dell’ex Syndial rappresentasse qualcosa da nascondere e da non valorizzare. Oggi, invece, Eni vuole metterci la faccia come peraltro ha sempre fatto visto che siamo tra le poche compagnie oil&gas a non aver esternalizzato la bonifica dei nostri siti».

La società cambia nome e diventa Eni Rewind
Il nuovo nome ingloba poi un termine preso in prestito dall’inglese che è insieme un acronimo ma anche una sintesi efficace della filosofia aziendale: remediation & waste into devolopment, vale a dire bonifiche e gestioni rifiuti (e acque) come opportunità di sviluppo. «La parola “rewind” che in italiano significa riavvolgere il tempo - chiarisce Grossi -, racchiude innanzitutto il nostro passato, che si è evoluto nel tempo e da risoluzione di un problema è diventato opportunità di sviluppo e capacità di restituire una “seconda vita” ai siti bonificati. Il cambio di nome rinvia, però, altresì al futuro della nostra società che è rappresentato anche dai business più recenti in un assetto complessivo perfettamente allineato alla nuova mission di Eni all’insegna della sostenibilità ambientale e dell’economia circolare».

Un combinato disposto, dunque, fatto da una solida expertise, tecnologie all’avanguardia e grande capacità di dialogo e confronto con i territori, che Eni Rewind vuole mettere ora ulteriormente a valore sia in Italia che all’estero, dove la società di Grossi è sbarcata, dallo scorso anno, per mettere a disposizione delle consociate estere di Eni le proprie competenze e tecnologie. «In Iraq - racconta - stiamo sviluppando con i colleghi dell’upstream attività di ingegneria impiantistica e gestione di progetti di trattamento delle acque, tra cui alcuni finalizzati alla potabilizzazione per la città di Bassora. E lo stesso stiamo facendo in Nigeria dove stiamo portando avanti progetti per il trattamento delle acque e attività di bonifica».

La scommessa sull’estero e il business dei rifiuti
Opportunità di sviluppo che Eni Rewind è pronta a replicare in altri Paesi anche con clienti terzi, come pure in Italia dove la società è proprietaria di circa 4mila ettari di aree, di cui oltre il 50% già bonificate (e in parte destinate anche ai progetti “green” del gruppo portati avanti dal suo “braccio” Eni New Energy), e gestisce oltre 40 impianti di trattamento di acque di falda (da Assemini, in Sicilia, a Porto Torres, da Brindisi alla Val D’Agri) in modo da massimizzarne il reimpiego. Un altro, fronte, quello del lavoro sulle risorse idriche che Eni Rewind punta a consolidare insieme al recupero dei rifiuti organici. «La tecnologia proprietaria Eni waste to fuel - prosegue Grossi - è attualmente in sperimentazione presso l’impianto pilota avviato nel dicembre 2018 a Gela. A marzo, poi, abbiamo firmato un protocollo d’intesa con Cdp per promuovere lo sviluppo e la gestione di questo tipo di impianti su scala industriale».

La prospettiva allargata, però, sta già marciando. «Eni Rewind - sottolinea il ceo - ha già avviato un confronto con Veritas, la multiutility veneta che si occupa della gestione dei rifiuti nell’area veneziana e non solo, per esportare anche lì la nostra tecnologia. Trattandosi di un servizio pubblico, sarà ovviamente messo a gara, ma noi presenteremo il nostro progetto su Porto Marghera a inizio del 2020». Le ricadute sono le seguenti: ogni impianto, il cui costo varia da 60 a 70 milioni a seconda del sito e della tipologia di servizio, può assicurare il trattamento 150mila tonnellate annue, vale a dire la Forsu prodotta da circa 1,5 milioni di abitanti.

Nuovi impianti nei prossimi quattro anni
«Si tratta di una soluzione ottimale per molte città italiane che si trovano a dover affrontare il tema della gestione dei rifiuti. L’interesse c’è - chiosa Grossi -, stiamo già dialogando con 4-5 tra Comuni e Regioni che vorrebbero sfruttare la nostra tecnologia e puntiamo a costruire almeno altri 3 impianti nei prossimi 4 anni». Un ulteriore passo avanti che potrà beneficiare anche delle norme sulla cessazione della qualifica di rifiuto (“end of waste”) approvate ieri dalla Camera in via definitiva nell’ambito del decreto “salva imprese”.

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