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Eni, la filiera agroindustriale come leva per trasporti green

di Ce.Do.

(Murilo - stock.adobe.com)

3' di lettura

Per capire quali sono le nuove leve di Eni per accelerare la decarbonizzazione del settore dei trasporti, bisogna riavvolgere il nastro fino a metà ottobre quando dal porto di Mombasa, in Kenya, è partito il primo cargo di olio vegetale per la bioraffinazione prodotto nel Paese africano dal gruppo guidato da Claudio Descalzi e diretto alla bioraffineria di Gela: 2.500 tonnellate entro la fine del 2022 per poi salire rapidamente a 20mila tonnellate nel 2023.

L’olio vegetale è prodotto nell’agri-hub di Makueni, l’impianto inaugurato a luglio dall’Eni, dove avviene la spremitura di sementi di ricino, di croton e di cotone. Si tratta di agri-feedstock (materie prime agricole) non in competizione con la filiera alimentare, coltivati in aree degradate, raccolti da alberi spontanei o derivanti dalla valorizzazione di sottoprodotti agricoli, in modo da offrire opportunità di reddito e accesso al mercato a migliaia di agricoltori. Nel centro, si producono poi anche mangimi e biofertilizzanti, derivati dalla componente proteica dei semi, a beneficio delle produzioni zootecniche, contribuendo così alla sicurezza alimentare. Senza contare che la filiera e tutti gli agri-feedstock sviluppati in Kenya sono stati certificati secondo lo schema di sostenibilità Iscc-Eu (International Sustainability and Carbon Certification), uno dei principali standard volontari riconosciuti dalla Commissione europea per la certificazione di biocarburanti. Eni è stata così la prima azienda al mondo a certificare il ricino e il croton e a consentire a un cotonificio africano di raggiungere un simile traguardo.

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«Stiamo sviluppando un innovativo modello di integrazione verticale alle bioraffinerie, con importanti ricadute socio-economiche sulle comunità rurali e benefici ambientali per i territori in cui lavoriamo - spiega al Sole 24 Ore il direttore Ccus, Forestry e Agri-Feedstock di Eni, Luigi Ciarrocchi -. In Kenya collaboriamo con circa 25mila agricoltori per produrre la materia prima da cui estrarre l’olio vegetale, che poi viene valorizzato in Italia nelle bio-raffinerie di Gela e Marghera. Così garantiamo reddito addizionale e accesso al mercato agli agricoltori, assicurando il diritto di accesso alla terra. Al tempo stesso, stabilizziamo e riduciamo l’esposizione al rischio per una parte significativa dei volumi di feedstock necessari, in uno scenario particolarmente volatile sia in termini di prezzi che di disponibilità di materia prima». Un risultato raggiunto, prosegue Ciarrocchi, «grazie al nostro modello di business che, da un lato, ci permette di controllare tutta la filiera industriale, dagli stabilimenti che lavorano i semi oleaginosi (agri-hub) alla bioraffineria e, dall’altro, di supportare e monitorare l’attività degli agricoltori, promuovendo le migliori pratiche agricole nelle fasi di coltivazione».

Il Kenya ha fatto da apripista per le iniziative di Eni nella catena agro-industriale che, al momento, includono anche Congo, Mozambico, Angola, Costa d’Avorio, Benin, Ruanda e Kazakistan. Per questi Paesi, come per l’Italia, il gruppo ha avviato degli studi di fattibilità con l’obiettivo di condurre nelle realtà più mature una prima fase di attività agricola a partire dal 2022, per poi procedere con la costruzione di impianti di spremitura di semi per la bioraffinazione. Fondamentale per lo sviluppo di agri-feedstock destinati alla bioraffinazione risulta, poi, anche l’accordo triennale sottoscritto dall’Eni con l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena) per accelerare la transizione energetica nei Paesi esportatori di fonti fossili, in modo da promuovere l’integrazione del continente africano nella catena del valore dei biocarburanti.

Un’integrazione via via crescente, dunque, che punta ad assicurare, attraverso la rete di agri-hub sviluppati dal gruppo nei Paesi africani, il 35% dell’approvvigionamento delle proprie bioraffinerie entro il 2025. Oltre al Kenya, dove dovrebbe nascere anche una bioraffineria, attualmente in fase di studio e la prima in Africa a produrre biocarburanti, la rete targata Eni comprende, come detto, altre tessere: dal Congo che ospiterà, tra l’altro, una rete di impianti per la produzione di olio di ricino su scala industriale (per arrivare entro il 20226 a 170mila tonnellate di olio l’anno e a 200mila nel 2030), al Benin dove il gruppo, in asse con il governo, punta a sviluppare colture oleaginose per alimentare il sistema di bioraffinazione, andando a valorizzare i terreni marginali e non in conflitto con la filiera alimentare, fino alla Costa d’Avorio dove il faro sarà altresì puntato anche sulla raccolta e sulla valorizzazione di scarti naturali e oli di cucina usati.

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