L’inchiesta

Eni Nigeria, perquisizioni a Milano, Roma e Catania. Gdf a casa di Verdini

Inchiesta lombarda su presunto falso complotto e depistaggio connessi al caso Amara. L’ex deputato di Forza Italia non risulta indagato

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Eni Nigeria, la guardia di finanzia effettua perquisizioni in tutta Italia. Anche a casa di Verdini (Reuters)

Inchiesta lombarda su presunto falso complotto e depistaggio connessi al caso Amara. L’ex deputato di Forza Italia non risulta indagato


3' di lettura

Indagini su presunto falso complotto e depistaggio: perquisizioni da parte dei militari della guardia di finanza di Milano tra il capoluogo lombardo, Roma e Catania, tra le sedi dell’Eni e la casa dell’ex parlamentare di Forza Italia Denis Verdini, quest’ultimo tuttavia non indagato. Nell’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Laura Pedio e dal pm Paolo Storari, risultava già indagata anche la stessa società del cane a sei zampe. Il caso, per il quale di recente è stata chiesta la proroga della indagini, ha tra i «protagonisti» Piero Amara, ex legale esterno di Eni arrestato nel 2018 in un’inchiesta congiunta Roma-Messina che ha patteggiato tre anni per vicende collegate.

Eni: «Noi parte lesa»
Immediata la replica della società petrolifera. «Eni è certa che gli accertamenti della magistratura inquirente, nella cui attività la società ripone assoluta e incondizionata fiducia, consentiranno di ulteriormente chiarire l’estraneità della società alle ipotesi investigative avanzate allo stato. Per quanto riguarda l’ipotesi relativa al cosiddetto “depistaggio”, Eni ribadisce la fermissima convinzione di essere parte lesa».

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Perquisizioni a casa di Verdini
Anche l’ex parlamentare di Forza Italia Denis Verdini, da quanto si è saputo, è stato oggetto, in qualità di «terzo» non indagato, delle attività di acquisizione e perquisizione del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Gdf di Milano nell’inchiesta su presunte attività di depistaggio per condizionare l’inchiesta sul caso Eni-Nigeria, attraverso anche le denunce a Trani e Siracusa di un complotto inesistente contro l’ad Claudio Descalzi.
L’ultima operazione riguarderebbe, in particolare, presunte «utilità» all’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara e all’ex manager (licenziato nel 2013) Vincenzo Armanna, imputato nel processo Eni-Nigeria assieme, tra gli altri, all’ad Descalzi. Utilità affinché tacessero sulla sospetta partecipazione all’ipotizzato falso complotto da parte, tra gli altri, di Claudio Granata, capo del personale Eni, e dell’avvocato Michele Bianco.

Il caso Opl-245 Nigeria
Questi ultimi due tirati in ballo dallo stesso Armanna anche nel corso del processo con al centro la presunta maxi tangente sul giacimento petrolifero Opl-245 in Nigeria, con dichiarazioni in aula che hanno provocato, tra l’altro, la dura reazione dello stesso Bianco, che si è lamentato ad alta voce, smentendo. Tra le persone oggetto delle acquisizioni e perquisizioni, oltre anche a Granata e Bianco, figurano, da quanto si è appreso, pure Alfio Rapisarda, capo security Eni, e un avvocato-collaboratore di Amara, Alessandra Geraci. Agli indagati sono stati contestat,i in un decreto di una trentina di pagine, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere, «induzione a non rendere dichiarazione o rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria» e corruzione tra privati.

La proroga delle indagini
Il procuratore aggiunto Laura Pedio e il pm Paolo Storari nelle scorse settimane hanno chiesto e ottenuto la proroga della complessa indagine, strettamente collegata con altri filoni aperti dalle Procure di Roma e Messina. Proroga da cui è risultato indagato, tra gli altri, per corruzione tra privati anche l’ex numero due di Eni Antonio Vella. Già nei mesi scorsi, tra l’altro, sempre a seguito di un’altra perquisizione della Gdf, era emerso che, secondo i pm, attraverso una delle società del gruppo Eni, la «Ets trading & shipping», sarebbero arrivati all’avvocato Amara 25 milioni di euro affinché tacesse sul coinvolgimento di manager Eni nelle attività di «inquinamento probatorio», attuate dallo stesso Amara tra il 2015 e il 2016.

Le mosse di Amara
Soldi arrivati, in particolare, secondo le indagini, alla società Napag, riconducibile ad Amara. Era indicato già mesi fa, poi, negli atti dell’indagine che sarebbe stato, secondo l’accusa, l’ex capo dell’ufficio legale e dirigente Eni, Massimo Mantovani, a dare «le indicazioni necessarie» all’avvocato Amara «per l’organizzazione dell’attività di depistaggio» attraverso «i fatti denunciati sia a Trani che a Siracusa», che «venivano costruiti ad hoc al fine di delegittimare le indagini milanesi» su Eni-Nigeria, con imputato l’ad Claudio Descalzi, «e di ostacolare lo
svolgimento».

Il presunto ruolo di Verdini
Tra l’altro, nel complicato intreccio di indagini tra Milano, Roma e la Sicilia, l’ex parlamentare Verdini è accusato dalla Procura di Messina di aver ricevuto come finanziamento illecito circa 300mila euro dall’avvocato Amara, lui stesso già coinvolto nell'inchiesta sul cosiddetto «Sistema Siracusa» con l’avvocato Giuseppe Calafiore e con al centro indagini e fascicoli «pilotati».

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