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«Eni pronta per i sustainability bond a sostegno della trasformazione verde»

Il cfo Francesco Gattei: «Il successo dei bond ibridi conferma che gli investitori vedono Eni molto forte»

di Celestina Dominelli

4' di lettura

La strategia è la seguente: «Disporre di una gamma di strumenti che ti fanno correre senza subire gli impatti o le difficoltà generati dal Covid-19 in termini di opportunità di cassa. E utilizzarli per andare a catturare l’enorme potenziale presente sul mercato». Ha le idee chiare il nuovo cfo di Eni, Francesco Gattei, in carica da due mesi dopo un lungo e solido percorso interno, e in questa intervista, la prima da quando ha assunto l’incarico, delinea le prossime mosse del gruppo che ha appena piazzato due bond ibridi per complessivi 3 miliardi, il più grande collocamento di questo tipo mai emesso da una corporate italiana. E che si prepara, all’inizio del 2021, a battere la strada di un transition o sustainable bond.

Perché questa doppia emissione in una fase così complicata di mercato?

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Non l’abbiamo fatto per esigenze di liquidità visto che su quel fronte eravamo già coperti con 18 miliardi in cassa, lo stesso ammontare del 2019, ma perché volevamo raggiungere una nuova stratificazione di finanziatori o investitori rispetto ai due segmenti tradizionali con cui già ci muovevamo: il classico mondo equity e gli obbligazionisti tradizionali. In questo modo, abbiamo aperto una nuova dimensione di liquidità e di finanziamento qualora fosse necessario, incrementato la nostra flessibilità finanziaria e rafforzato la struttura patrimoniale senza andare a diluire i nostri azionisti e senza impattare particolarmente sul leverage.

La domanda per i vostri titoli ha toccato i 14 miliardi. Se l’aspettava?

È la dimostrazione che gli investitori a 5 e a 9 anni vedono una Eni molto forte e solida. Lo testimonia anche il fatto che entrambe le tranche, anche l’emissione più lunga a 9 anni e con un orizzonte temporale al 2029, ha registrato richieste per 7 volte l’offerta iniziale, segno che gli investitori credono nella nostra strategia a lungo termine. E lo abbiamo verificato anche il giorno prima, quando ho fatto attività di marketing della nuova emissione: il 70-80% delle domande erano legate alla trasformazione energetica, ai rendimenti, alla strategia di transizione e ai target. Siamo dentro una sorta di verifica reale su quanto l’azienda è credibile nel proprio percorso evolutivo.

Avete ancora in canna 2 miliardi di potenziali nuovi bond. Quando arriveranno?

Non ci saranno altre emissioni nell’immediato. Siamo usciti con una richiesta iniziale di 2-2,5 miliardi, l’abbiamo alzata a 3 miliardi e non ci siamo spinti oltre proprio perché non abbiamo un’esigenza di liquidità. Il nostro piano naturalmente è di arrivare ai 5 miliardi deliberati dal board e lo faremo in linea con l’esecuzione della strategia: la deadline è entro giugno 2022 e quello è l’orizzonte temporale per ulteriori emissioni. Intanto ci godiamo i benefici di questo collocamento che ci ha consentito di ridurre di dieci punti il leverage, ora a 0,27 rispetto allo 0,37 di fine giugno.

Grande apprezzamento del mercato per i bond, ma il titolo Eni in Borsa fatica a risalire sopra i 7 euro. Come spiega questa differenza?

La verità è che abbiamo davanti due dinamiche diverse. Il mercato obbligazionario ibrido ha un orizzonte temporale di medio-lungo termine, si confronta con i rendimenti di quel mercato e riconosce che il nostro rischio rendimento è molto attrattivo e che l’azienda è robusta. L’azione sconta una dinamica di rischio rendimento diversa, perché c’è un’enorme incertezza sui tempi di recupero della domanda. Senza contare che l’incertezza prefigurata dall’oil&gas, in linea con altri comparti industriali tradizionali, è meno attrattiva rispetto ad altri settori equity con chiavi di lettura molto positive come le nuove tecnologie.

Nel futuro di Eni ci saranno anche transition o sustainable bond?

Assolutamente sì, dobbiamo allargare la nostra cassetta degli attrezzi. Storicamente l’oil&gas era un business in surplus che lavorava quasi completamente con l’autofinanziamento. Oggi questo mondo non esiste più e noi, come compagnia energetica, abbiamo un percorso di trasformazione che si gioca su due lati della dimensione societaria: quello industriale più “classico”, con la divisione Natural Resources che dovrà progressivamente decarbonizzare i cicli industriali anche attraverso la Ccs (cattura e stoccaggio di anidride carbonica, ndr), e l’altro segmento, Energy Evolution, che andrà a decarbonizzare anche i prodotti. Perciò dobbiamo costruire questi nuovi strumenti non per aggiungere semplicemente un insieme di investitori o finanziatori, ma per dare un messaggio di coerenza e chiedere al mercato una sorta di “certificazione” della nostra performance.

Quali tempi prevede per la prima emissione di questo tipo?

Per prima cosa dobbiamo identificare, e lo stiamo già facendo, un set di obiettivi, una tassonomia di quelli che sono i nostri target di sostenibilità. Una volta definiti, offriamo al mercato la possibilità di individuare le metriche chiave su cui strutturare dei “loan” (prestiti, ndr), in maniera diretta con le banche, o dei bond, direttamente sul mercato, selezionando un mix ponderato di alcuni di questi obiettivi. Questo percorso sarà messo in pista nell’arco dei prossimi 6 mesi. Di conseguenza il primo strumento finanziario di questo tipo potrebbe arrivare all’inizio del 2021.

Volete allargare la vostra “cassetta degli attrezzi”. Cosa manca?

Nell’ambito della trasformazione finanziaria che stiamo disegnando, siamo molto interessati a replicare veicoli analoghi a quello che abbiamo costruito in Norvegia con Var Energi, in cui abbiamo fatto confluire i nostri asset insieme a quelli di Point Resources, società detenuta da un fondo di private equity. La nuova realtà ha poi rilevato gli asset upstream di ExxonMobil diventando il secondo operatore della Norvegia. Così facendo è possibile deconsolidare delle attività e conferire a queste nuove società una loro autonomia e una capacità di azione che consente di attrarre finanziamenti e moltiplicare le opportunità a propria disposizione.

Dove replicherete il modello?

È una strada percorribile nei Paesi più evoluti. Penso all’upstream nel Regno Unito e negli Stati Uniti o ancora nella stessa Norvegia. Ma una simile esperienza si potrebbe replicare anche in Italia guardando al business delle rinnovabili.

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