energia

Eni punta sul Medio Oriente con un piano da 4,3 miliardi

Focus sugli Emirati Arabi: pronti 2,2 miliardi di euro al 2022 per l’upstream

di Celestina Dominelli


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3' di lettura

È il frutto di una necessaria diversificazione geografica su cui il suo numero uno, Claudio Descalzi, ha incentrato una fetta molto importante della strategia. Ma è soprattutto una grande scommessa vinta se, in 16 mesi, Eni ha messo a segno un ricco bottino nella penisola arabica: sedici accordi firmati tra Bahrain, Oman e soprattutto Emirati Arabi Uniti, per 117mila chilometri quadrati di nuove concessioni. Con ulteriori opportunità alle viste se, come risulta, il gruppo dovesse partecipare anche alle gare che il Qatar lancerà a novembre per individuare i partner stranieri nel percorso di espansione della produzione di gas naturale liquefatto (a partire dal maxi progetto del North Field).

Non stupisce dunque che il top manager abbia voluto riunire, per la prima volta, cda, analisti, investitori e stampa a casa del nuovo alleato, il colosso nazionale emiratino dell’oil&gas Adnoc, nella nuova torre che domina la suggestiva passeggiata della Corniche, nel cuore di Abu Dhabi, per raccontare la svolta e il lungo lavoro di preparazione che si porta dietro. «Sono stato qui almeno quattro volte nell’ultimo mese – rimarca più volte Descalzi – e abbiamo fatto venti workshop con i loro tecnici per spiegare il vantaggio tecnologico di Eni». Un vantaggio decretato dai numeri (7300 brevetti per oltre 350 progetti, ricorda il ceo), che ha consentito al gruppo di conquistare la fiducia e l’asse con gli Emirati. «Fino a tre anni fa, Eni non era presente nel Paese, oggi è riconosciuta come un nostro vero grande partner e ha dimostrato capacità uniche», è l’endorsement dell’ad di Adnoc, Sultan Ahmed al Jaber, non molto dissimile da quello che qualche ora dopo, alla cena di gala organizzata dal gruppo, arriverà anche dal ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei, accorso a celebrare i successi italiani con i vertici di Mubadala Petroleum, altro braccio dei potenti emiratini e partner di Eni in Egitto.

Descalzi, affiancato dalla presidente Emma Marcegaglia e dalla prima linea (Alessandro Puliti, capo della produzione, Luca Bertelli per l’esplorazione e Giuseppe Ricci per la raffinazione), incassa e snocciola l’impegno che Eni è pronta a mettere in campo: 2,5 miliardi di dollari di investimenti nell’upstream (2,2 miliardi di euro) da qui al 2022, solo nella penisola arabica (di cui il grosso sui promettenti blocchi conquistati ad Abu Dhabi). Oltre la metà dello sforzo, pari a 4,7 miliardi di dollari (4,3 miliardi di euro) destinato a tutto il Medio Oriente, per arrivare a produrre a regime (2024) 400mila nuovi barili di olio al giorno in quota al gruppo. Un contributo che Descalzi quantifica in un miliardo in più di flussi di cassa disponibili (free cash flow) non appena la “macchina” di Eni nell’area andrà a pieni giri.

Una virata non da poco quindi, verso un Paese che ha fretta di crescere ancora: Adnoc vuole salire dagli attuali 3,8 milioni di barili giornalieri a 5 milioni nel giro di un decennio e punta a raddoppiare la sua capacità di raffinazione (oggi poco sopra i 900mila barili al giorno). Gli Emirati, poi, hanno riserve enormi (con quasi 98 miliardi di barili sono settimi al mondo) e un profilo molto congeniale all’Eni targata Descalzi: alta produttività degli asset, rischi praticamente azzerati e, soprattutto, bassi costi operativi, ma anche un grande interesse per progetti innovativi come quelli di economia circolare. Ecco perché l’ad lo considera, a tendere, uno dei driver principali con l’Egitto e la Norvegia dove, come noto, Eni è in pole position per aggiudicarsi la ricca dote di ExxonMobil nell’upstream.

Prospettive assai rosee, insomma, che premiano la tenacia di Descalzi nell’aver spinto al massimo per entrare nell’area dalla porta principale. Una strada che, con il recente acquisto del 20% di Adnoc Refining, ha garantito al gruppo anche un piede nel complesso di Ruwais: la quarta raffineria al mondo per capacità, a 200 chilometri da Abu Dhabi, che ha già assicurato un grande sprint a Eni (aumentando del 35% la sua capacità di raffinazione globale e del 40% entro il 2024) e che promette nuovi record. Come Al Reyadah, impianto all’avanguardia di Adnoc che stocca l’anidride carbonica prodotta dall’acciaieria locale per iniettarla nei campi onshore del gruppo, riducendo l’emissione in atmosfera. Un altro binario, quest’ultimo, su cui l’expertise di Eni è pronta a dire la sua.

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