spettacoli

Enigmatica e pensosa la danza di Naharin in «Venezuela»

La Batsheva Dance Company a Vicenza e Brescia

di Silvia Poletti


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«Venezuela» lo spettacolo di Ohad Naharin del 2017 presentato dalla Batsheva Dance Company

2' di lettura

REGGIO EMILIA. È un lavoro pensoso Venezuela lo spettacolo di Ohad Naharin del 2017 che la Batsheva Dance Company ha presentato in prima nazionale al Valli, in apertura di una breve tournée italiana che ha toccato Vicenza e Brescia. Perché pensoso?

Perché il coreografo israeliano dissemina la coreografia di segni cupi, che non possono che rimandarci (e ancor più oggi) alla situazione politica globale e alle condizioni degli individui che ogni giorno possono scontrarsi con violenze e ingiustizie. Pochi segni, si diceva, ma inequivocabili: in una sequenza replicata nella seconda parte con una variabile, i danzatori sfilano lentamente lasciando cadere a terra dei rettangoli di stoffa bianca, con i quali pian piano avvolgono, come in sudario, un compagno a terra. La variatio ripropone la medesima scena, quei rettangoli di stoffa con cui coprono il danzatore però non sono più bianchi, ma diventano bandiere – e tra queste c'è anche quella palestinese.

Nel tessuto della coreografia alcuni interpreti intonano la parola rappata di Dead Wrong, lavoro postumo di Notorius B.I.G. che ci grida in faccia il delirio metropolitano delle nostre vite, cadenzato da brutalità senza senso. Nella prima parte del lavoro, poi, la danza si sviluppa sul tappeto musicale dominato da un De profundis gregoriano; mentre nella seconda botte rock si alternano a sinuose musiche arabe. Segnali casuali, o indizi e suggestioni che Naharin intesse nella coreografia per stimolarci a pensare oltre la scena? Del resto coreografo ‘umanista', che fa della verità del corpo e della forza gentile della danza un elemento di connessione e comunione tra le persone, Naharin non può non “comunicare” qualcosa, insinuare domande, dirci cosa “sente”.

E come era già avvenuto in Last work, passato in Italia lo scorso anno, anche qui si percepisce un'inquietudine meditabonda ben evidente anche nella danza, dove per una volta la potenza viscerale dei movimenti tipici del suo stile implode invece che deflagrare. L'idea del pezzo- replicare esattamente (o quasi) la coreografia nelle due parti del lavoro, modificando solo alcuni inserimenti di danzatori e appunto le basi sonore, luci e gli oggetti- ne è certo l'elemento più eclatante: ci sono momenti strepitosi, come la corsa che attraversa il palcoscenico e si trasforma nell'inconfondibile unisono alla Naharin con logica di costruzione esemplare; e poi i movimenti d'insieme -gruppi compatti che si muovono oscillando braccia e busti; uomini che portano in groppa le compagne come cammelli nel deserto. Ogni tanto si spariglia con esplosioni dinamiche inattese: vedi la sequenza di mambo eseguita come fanno i ballerini sportivi, ancheggiamenti e smorfie comprese. O con cadute a terra degli uni amorevolmente accudite dagli altri.

Ma di Venezuela resta soprattutto il senso dolente della futilità del nostro arrabattarci che ti accompagna anche dopo le acclamazioni finali. Che Naharin ci stia avvertendo, allora, che stiamo tutti ballando sull'orlo di un vulcano?

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