Persone

Enrico Braggiotti, il banchiere che anticipò l’era delle fusioni

di Carlo Marroni


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3' di lettura

La terra dove nacque segnò la sua esistenza. Per tutta la sua lunga vita di banchiere Enrico Braggiotti - scomparso ieri all’età di 96 anni - rimase profondamente legato alla Turchia, e poi di seguito al Marocco, dove aveva a lungo lavorato, e poi al mondo francese. Con lui se ne va una delle memorie storiche di un’epoca, la cui tradizione è stata raccolta dal gruppo Intesa Sanpaolo, il gruppo nato da una serie di aggregazioni successive, un processo sistemico in qualche modo prefigurato dallo stesso Braggiotti, forse il primo fra tutti, alla fine degli anni 80.

Nasce nella città di Zonguldak, sul Mar Nero, nel gennaio del 1923, anno chiave nella storia della Turchia: pochi mesi dopo, Mustafa Kemal Atatürk diventa presidente e il grande Paese diventa laico e avvia un percorso di agganciamento dell’Occidente, come si vede mai completato. Il padre è dirigente della Banca Ottomana, ma la famiglia in quei mesi lascia la Turchia, forse per il peggioramento del clima interno, che fu segnato da forti scontri. Per una curiosa coincidenza in quegli anni a Costantinopoli, poi Istanbul opera in banca anche Bernardino Nogara - sarà il primo presidente dello Ior nel 1942 - che nella città sul Bosforo dirige la Società Commerciale d’Oriente, emanazione della Comit. C’era forse un destino già scritto, o forse no, ma la famiglia si trasferisce a Montecarlo, che poi diverrà la sua casa fino alla fine. Dopo la Comit, prima a Casablanca dove nascerà il figlio Gerardo, anche lui banchiere - poi Milano e in giro per il mondo, ma la carriera vera la costruisce in sede, dirigendo l’ufficio titoli, che un tempo raggruppava tutto, dalla Borsa ai titoli di Stato, fino all’investment bank. Tanti affari, molti utili, la carriera va veloce.

L’uomo - ricordano le persone che gli hanno lavorato a fianco, ormai tutti ritirati - aveva una spiccata capacità di intessere relazioni, soprattutto internazionali, e agganciare i business. È negli anni 70 che nasce per impulso della Comit la Compagnie Monégasque de Banque, che presiederà dopo l’uscita dalla banca, e che entrerà poi nell’orbita di Mediobanca. Poi nel 1988, appena divenuto presidente dopo quattro anni da amministratore delegato, decide il salto: a New York la Irving Bank è sotto attacco della Bank of New York e la Comit fa il passo verso l’acquisizione. Un fatto mai accaduto fino ad allora. Non solo: la svolta è la crescita per acquisizione, che le banche italiane non conoscevano. Le cose filano lisce e pareva cosa fatta fino a quando non interviene la Federal Reserve che impone il fermo. Motivo: la Comit era controllata dall’Iri, holding industriale agli occhi degli americani e negli Stati Uniti questo tipo di mescolanze non è consentito in base al Bank Holding Company Act del 1956. Banca e industria, insomma, devono camminare separate e quindi se la Commerciale fosse voluta andare avanti, l’Iri avrebbe dovuto cedere le attività manifatturiere. La Comit rinuncia, ma Braggiotti nell’assemblea degli azionisti del 1989 a piazza Belgioioso si leva un sassolino, butta sul tavolo la questione e ipotizza che si debba pensare a un “distacco” da Via Veneto, se si vuole crescere nel mondo. Forse un’eresia, all’epoca, ma non nel quadrilatero di piazza Scala. Lascia l’anno dopo e va a Montecarlo, attivo per un quindicennio ancora con la Compagnie. Una stagione breve quindi al vertice - specie rispetto al suo grande predecessore Raffaele Mattioli, che conobbe da vicino - ma significativa per molti versi. La stagione che seguirà sarà segnata dalla privatizzazione - dove Mediobanca giocherà un ruolo chiave - e poi dalle offerte di acquisto prima come soggetto e poi come oggetto, dentro Intesa.

Scrisse Romano Prodi, commentando le memorie di Braggiotti: «La Comit era “non politica”, nel senso che pur essendo sempre presente nella vita del Paese, si faceva scudo dell’alta qualificazione professionale del suo personale per creare una classe dirigente che non rispondeva a logiche di provenienza politica. Tra questi i migliori venivano scelti con un forte coinvolgimento di Mediobanca, che gestiva direttamente, attraverso le sue partecipazioni gli affari più delicati». Per Prodi «il modello Comit servì in questo senso un po’ a tutto il Paese in quanto in Italia si creò un certo rispetto nei confronti delle grandi banche da parte della politica».

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