enzo mari (1932-2020)

Enzo Mari: «Un progetto è tale solo se scontenta qualcuno. Altrimenti è pornografia»

Il maestro del design italiano, l’ossessione della forma, della diversità, e un futuro di lavoro condiviso

di Sara Deganello

La serie della natura: N°1: La Melaì, Enzo Mari per Danese (courtesy Danese Milano)

2' di lettura

È morto Enzo Mari, maestro del design italiano. Riproponiamo un’intervista pubblicata sul Sole 24 Ore il 16 aprile 2008, all’apertura del Salone del Mobile. Sono passati 12 anni, allora si era nel mezzo della crisi generata dai mutui subprime, eppure le sue risposte risultano ancora attuali, tanto più alla luce della pandemia in corso.

Che cosa significa essere designer oggi?

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Occorre definire cosa intendiamo con questa parola. Il designer dovrebbe essere colui che si occupa della qualità della forma. Dovrebbe elaborare progetti che hanno come unica ragion d'essere un'ossessiva diversità. Il lavoro di progettazione non può accontentare tutti. Anzi, un progetto è tale solo se scontenta qualcuno. Altrimenti è pornografia. Oggi il designer lavora prevalentemente per il mercato del lusso. La crisi in atto non sembra intaccare il lusso nei suoi aspetti deteriori. Nell'ostentazione del costo, nell'assenza di intelligenza della storia rimarrà sempre la stessa pornografia.

E nei suoi aspetti migliori?

Se il lusso mi mette nella condizione di produrre cose decenti di alta qualità formale, allora lo trovo accettabile. Purtroppo oggi mi sembra che la prima accezione del termine sia prevalente.

Cosa può dunque fare un designer?

Decondizionare il gusto del pubblico da ciò che è solo spreco, per traghettare la società verso un futuro di lavoro condiviso. Ciò significa anche uscire fuori dalla mentalità da pc che allude a un sogno collettivo di comoda ignoranza, dove si crede a una fantasmagorica tecnologia come a un'arcaica divinità.

Come si fa a superare questo stato?

Smettendo di raccontare palle. Non serve continuare a giustificare una fase di lavoro già finita da anni. Il design è stato un'avanguardia negli anni Trenta del secolo scorso. Era un'utopia coltivata da pochi, che si proponevano di produrre oggetti giusti per una società di giusti: oggetti che non fossero merci ma cose essenziali, umane, capaci di indicare una trasformazione possibile. Ancora oggi un progetto è buono solo se modifica i comportamenti esistenti.

Proposta di Autoprogettazione (1973) alla Triennale di Milano nella mostra “Enzo Mari curated da Hans Ulbrich Obrist”

Un lavoro a cui è rimasto affezionato?

Quello in cui tutte le persone coinvolte nella produzione (a qualsiasi livello: dall'imprenditore all'operaio) l'hanno sentita come propria. Ricordo in modo positivo tutti i progetti in cui il dialogo tra le varie parti è stato proficuo: emanavano speranza e sogni. Autoprogettazione è uno di questi: io davo suggerimenti per realizzare oggetti e poi altri continuavano al mio posto, in un regime di totale partecipazione.

C'è un'idea che ci può aiutare ad uscire dalla crisi?

I giovani designer, appena laureati, dovrebbero decidere di fare gli imprenditori. I capitani d'azienda che credono profondamente in quello che fanno sono, nella mia esperienza, ormai pochissimi. Occorre dunque una nuova generazione di imprenditori. Giovani appassionati, fatevi avanti!

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