PAOLO COLAGRANDE

Epica normalità, burocratica tragedia

di Lorenzo Tomasin


2' di lettura

La vita dispari di Paolo Colagrande funziona così: al centro c’è un personaggio dalla vita complessivamente normale, se la normalità include, come è da credere, una serie di anomalie riconducibili in fondo alla condizione di imperfetto adattamento alla vita che accompagna costitutivamente gli umani, i quali pure ne sembrano inconsapevoli. Questa vita non meriterebbe nemmeno di essere raccontata se non lo fosse nel modo efficacissimo in cui ci si presenta qui. La vita «dispari» (perché appunto segnata ab origine da sintomatiche forme di scarto rispetto a un’ordinata normalità astrattamente intesa) è quella di Buttarelli, protagonista invariabilmente cognominato e osservato attraverso il filtro deformante di sguardi (quello del narratore di fondo, ma soprattutto quelli dei conoscenti-testimoni che di continuo prendono la parola senza che il lettore nemmeno se ne accorga), che ne stravolgono la descrizione virando verso derive surreali dall’effetto di solito esilarante.

La scrittura di Colagrande trova continui effetti allucinatorî nell’accostamento tra situazioni descritte e lingua impiegata per descriverle: le une e l’altra partono invariabilmente in direzioni divergenti, cosicché ad esempio il grigiore quotidiano si trova investito da una precisione vertiginosa e quasi scientifica, di sapore gaddiano («L’istinto assiste impotente alla catastrofe, nascosto da latitante, girovago e zingaro qua e là, dentro la cascata enzimatica degli ormoni»); oppure la degenerazione patologica è passata al filtro di un’ironia distaccata e canzonatoria (è il tono familiare e disinvolto in cui appunto s’infiltrano nel testo, senza preavviso, i commenti dei bislacchi testimoni della vita di Buttarelli, massime dell’onnipresente Gualtieri). La normalità borghese viene verbalizzata con toni epici, mentre drammi o addirittura tragedie rotolano in descrizioni quasi freddamente burocratiche che ne allontanano la concretezza con l’effetto di un cannocchiale rovesciato. Pagine come quelle in cui Colagrande rivisita la storia della torre di Babele (nientemeno) o rende conto di una riunione tra professori di una scuola media meritano così la stessa ammirata attenzione del lettore. Per questa via, la scrittura di Colagrande si stacca risolutamente dal realismo convenzionale e pigro (lo io-io-io dell’autofiction ombelicale, variamente declinata) che troppo spesso ammorba la narrativa italiana dei nostri giorni. E merita, più d’altri, di essere letto.

«La vita dispari»

Paolo Colagrande

Einaudi, Torino, pagg. 284, € 19,50

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