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Equilibrio e crescita, perché le imprese lasciano la Borsa

Nell’ultimo anno, il numero delle società che ha abbandonato Borsa Italiana è in aumento

di Claudia Imperatore

(AdobeStock)

3' di lettura

Nell’ultimo anno, il numero delle società che ha abbandonato Borsa Italiana è in aumento.

In alcuni casi (Atlantia e Autogrill), il delisting è dovuto a operazioni di acquisizione; in altri, alla volontà delle società di perseguire strategie di crescita ad alto tasso di innovazione. È il caso di Tod’s che ad agosto ha avviato la procedura di delisting da Piazza Affari per accelerare lo sviluppo del gruppo nel medio e lungo termine.

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Investimenti in R&D e progetti innovativi sono rischiosi per le società quotate perché i loro risultati sono incerti e non immediati. Tale prospettiva è in contrasto con le richieste del mercato e molti investitori che si aspettano, invece, profitti ogni trimestre, penalizzando le imprese che non raggiungono questo obiettivo. Da qui il dibattito su come incentivare gli investitori a essere più “pazienti” e adottare una prospettiva di più lungo termine che possa consentire alle imprese quotate di continuare a innovare. A tal fine e per ridurre le conseguenze negative dello short-termism, l’Unione europea ha recentemente introdotto le Shareholder rights directive I and II che incoraggiano il coinvolgimento degli azionisti a lungo termine, per esempio facilitando il flusso di informazioni tra società e investitori. In recepimento delle direttive, Paesi come Italia, Francia, e Spagna hanno permesso alle imprese di introdurre azioni che conferiscono più diritti di voto agli investitori permangono all’interno dell’impresa per un certo periodo di tempo (in Italia 2 anni). L’obiettivo è incentivare gli investitori ad adottare un orizzonte temporale di investimento più lungo ed essere più “pazienti”. Negli Stati Uniti, la Sec (l’autorità che regola i mercati statunitensi al pari della nostra Consob) ha utilizzato un approccio simile approvando nel 2019 la creazione del Long-term stock exchange, un nuovo mercato azionario che, come il nome suggerisce, è rivolto a imprese e investitori che condividono una visione a lungo termine. Una delle disposizioni chiave del nuovo mercato è la possibilità per le imprese di adottare dual-class structure (ossia azioni con diritto di voto plurimo) da destinare ai cosiddetti insider, ossia fondatori o membri familiari.

Alla base delle disposizioni, vi è l’idea che i fondatori delle imprese e/o le loro famiglie sono meno interessati ai risultati nel breve periodo e più disposti ad accettare perdite oggi per investire in progetti innovativi e ottenere risultati in futuro. Alcuni studi, infatti, mostrano che imprese gestite dal fondatore e/o con dual-class structure sono più innovative. Pertanto, dare maggiore potere ai fondatori attraverso azioni con maggiori di diritto di voto garantirebbe il perseguimento di strategie più innovative e il mantenimento di una visione strategica di lungo periodo.

Il caso del delisting di Tod’s è interessante perché l’azienda ha entrambe le caratteristiche identificate dai legislatori, autorità di mercato e accademici come promotrici dell’innovazione e di un orizzonte temporale di lungo termine: Tod’s ha introdotto nel suo statuto le azioni con voto maggiorato nel 2017 e rappresenta una delle imprese familiari quotate più importanti e famose. Pertanto, la scelta di Diego Della Valle di dire addio a Piazza Affari sembra suggerire che avere azionisti dominanti con una prospettiva di lungo termine non è sempre sufficiente a perseguire progetti innovativi e con risultati incerti nel breve periodo. Anche in presenza di azioni di controllo, le imprese quotate sono esposte alle pressioni del mercato e dei piccoli investitori. Le autorità contribuiscono a questo processo richiedendo alle imprese di comunicare un numero sempre maggiore di informazioni sempre più frequentemente e ad adottare molteplici strumenti di governance per proteggere gli interessi di tutti gli azionisti. Non c’è, quindi, da stupirsi se il numero delle imprese quotate sia in costante calo, e se sempre più queste sono controllate dai loro fondatori attraverso dual-class share o strumenti simili. Allo stesso tempo, operazioni di private equity e venture capital per finanziare startup sono sempre più frequenti. Alla luce di questi trend, sembra che più che adottare strumenti per spingere gli short-term investor a essere più long-term oriented, bisognerebbe consentire a long-term oriented investor di mantenere la loro visione, proteggendoli dalle eccessive pressioni del mercato. Una preoccupazione lecita è che questo darebbe via libera ai long-term investor a perseguire i loro interessi a scapito degli altri. Trovare un equilibrio non è semplice. L’esperimento statunitense del Long-term stock exchange potrebbe essere utile da questo punto di vista, ma, come per l’innovazione per le aziende, ci vorrà ancora un po’ di tempo.

Docente di contabilità e bilancio Università Bocconi

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