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Erdogan in Italia: tutti i punti di attrito tra Turchia e Ue dalla Siria ai diritti umani

di Roberto Bongiorni

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Il presidente turco Recep Rayyp Erdogan (a sinistra) con il capo dello Stato italiano Sergio Mattarella


4' di lettura

Forte di tre argomenti convincenti - la spinosa questione sullo status di Gerusalemme, uno strategico accordo sui migranti che pare tenere, e solidi rapporti commerciali tra i due Paesi (con promettenti sviluppi per il futuro) - il presidente turco Recep Tayyp Erdogan è arrivato a Roma per una breve visita. Confidando, se non di ricucire i difficili rapporti tra Bruxelles e Ankara, quantomeno di riavvicinarsi ad alcuni importanti partner economici europei.

Italia possibile mediatore?
Scegliere l’Italia equivale a puntare su un Paese per inclinazione orientato all’adesione di Ankara alla Ue. Comunque meno ostile e diffidente rispetto ad altre potenze europee. L’incontro con Papa Francesco ha poi permesso al presidente turco di ergersi ancora una volta a paladino non solo della causa palestinese, ma anche dello status della Città santa. Tema caro al Vaticano. D’altronde, la decisione (6 dicembre 2017) di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, e la troppo morbida reazione saudita, sono stati un’opportunità offerta su un piatto d’argento che Erdogan non ha mancato di sfruttare.

Ma in verità sono ancora pochi i punti di incontro, e molte invece le incomprensioni, tra Turchia e Unione Europea. A partire dal tema dei diritti umani, passando per un poco chiaro ruolo giocato nello scacchiere mediorientale (soprattutto nel conflitto siriano), fino all’ultima offensiva militare contro il distretto curdo-siriano di Afrin. Dove la Turchia punta a sconfiggere le milizie curde dello Ypg ed eventualmente formare una zona di sicurezza sul confine.

La crisi siriana
Iniziamo da quest’ultima crisi. Per Erdogan le Ypg non sono altro che terroristi, ovvero la longa manus in Siria del Pkk, movimento separatista curdo nella lista delle organizzazioni terroristiche di diversi Paesi, tra cui Israele, Ue ed Europa. Ma per gli Stati Uniti sono finora stati gli alleati più efficienti e fedeli nella guerra contro l’Isis. Per l’Europa non sono comunque organizzazioni terroristiche.
Difficile che Erdogan ottenga il sostegno per una campagna militare agli occhi di altri Paesi controversa.

I diritti umani
A mettere i bastoni tra le ruote è poi l’atteggiamento estremamente critico delle prime due potenze europee, Francia e Germania, sulla situazione politica e umanitaria interna della Turchia. Obtorto collo, forse Erdogan prima o poi dovrà digerire il riconoscimento di Parigi e Berlino del genocidio armeno da parte della Turchia (argomento tabù). Ma le loro accese critiche al giro di vite sulla libertà di stampa e sui diritti, e le migliaia di arresti scattati dopo il golpe contro Erdogan (15 luglio 2016), facilitati dal perdurante stato di emergenza, appaiono per ora un ostacolo insormontabile.
Lo ha ribadito il presidente francese Emmanuel Macron, quando lo scorso 5 gennaio, in occasione della visita di Erdogan, ha risposto: «È importante che la Turchia resti ancorata alla Convenzione europea dei diritti umani», aggiungendo che l’attuale contesto non permette «alcun progresso» sul percorso di adesione della Turchia alla Ue. «È evidente che dobbiamo uscire dall’ipocrisia secondo cui si possono aprire nuovi capitoli: non è vero»
Pochi mesi prima la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva sottolineato come la Turchia stesse «rapidamente allontanandosi dal rispetto del diritto», prospettando la potenziale sospensione fino alla chiusura (cosa finora non avvenuta) dei colloqui di adesione.

Il gelo con Germania e Olanda
Il punto più basso era stato però toccato quando Germania, Olanda (che ha appena ritirato formalmente il suo ambasciatore da Ankara) e Austria avevano vietato, a inizio 2017, i comizi che alcuni ministri turchi avevano in programma presso le comunità turche residenti in Europa per sostenere la campagna sul referendum costituzionale per rafforzare i poteri del presidente. Erdogan aveva reagito dando loro dei “fascisti”.

Olanda ritira l'ambasciatore in Turchia

È ormai una situazione di stallo. Bruxelles è consapevole dell’importanza, e dell’indispensabile ruolo geopolitico della Turchia. Un Paese dotato di un grande esercito che funge da tappo di contenimento verso una regione che ribolle, dove è in corso una guerra incancrenita.

Nonostante le perplessità che aveva sollevato in principio presso alcuni Paesi europei, l’accordo sui migranti raggiunto con il Governo di Ankara nel 2016, con un relativo pacchetto di 6 miliardi di euro da investire in progetti di accoglienza e integrazione per i rifugiati, sta tenendo.

I molti motivi di attrito
I punti di attrito sono però tanti e tali da rendere remota la possibilità che la crisi diplomatica tra Europa e Turchia possa sbloccarsi in breve tempo
Irritato per l’attesa e per le critiche mosse al suo Governo, in difficoltà anche sul fronte politico interno, Erdogan sembra aver perso la pazienza. L’Europa sa che Erdogan si sta allontanando. E non sta facendo nulla per trattenerlo.
Erdogan a sua volta sa che la porta per l’adesione alla Ue è per ora chiusa. E non sta usando argomenti convincenti per farla riaprire. Tutt’altro. Il presidente turco non ha mai nascosto le sue ambizioni: portare la Turchia a divenire una potenza militare e politica capace di confrontarsi con i maggiori interlocutori della politica mondiale. In quest’ottica sta guardando sempre più a Oriente. A Cina e Russia, ma cercando di riallacciare i rapporti anche con Paesi turcofoni che facevano parte dell’Unione Sovietica.

Adesione alla Ue congelata
Insomma, l’adesione all’Unione europea è di fatto congelata. E la “partnership strategica” proposta da Macron è un surrogato che non piace a Erdogan.
Se c’è una crisi diplomatica che vede Stati Uniti ed Europa quasi sulla stessa linea sono proprio i difficili e controversi rapporti con Ankara. Agli Stati Uniti non è affatto piaciuto che in settembre Ankara abbia acquistato dalla Russia il sistema missilistico s-400. Né il costante riavvicinamento tra Vladimir Putin ed Erdogan. Confermato dal via libera di fatto del Cremlino, che controlla lo spazio aereo sulla regione di Afrin, all’aviazione militare turca.
Per quanto Mosca resti un partner economico irrinunciabile, soprattutto dal punto di vista energetico, il nuovo sodalizio tra Putin ed Erdogan è visto con sospetto anche dall’Europa
I tempi non sono ancora maturi.

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