ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùla guerra in libia

Nuovi raid aerei presso Tripoli Ribelli siriani in aiuto ad al-Serraj

L’uomo forte di Bengasi, il generale Haftar, intensifica la presa sulla capitale mentre il presidente turco Erdogan si prepara a inviare truppe

Libia nel caos, Erdogan pronto a mandare le truppe

L’uomo forte di Bengasi, il generale Haftar, intensifica la presa sulla capitale mentre il presidente turco Erdogan si prepara a inviare truppe


4' di lettura

Il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Bengasi, non molla la presa. La sua aviazione è tornata a colpire nella regione di Tripoli, concentrandosi in particolare su Zawiya, a sud della capitale libica, dove ha sede il complesso petrolifero più importante della Libia occidentale e dove i bombardamenti di giovedì 26 dicembre hanno causato almeno tre vittime.

L’offensiva del generale ha spinto le forze del governo di unità nazionale di Fayez al-Serraj - riconosciuto dalla comunità internazionale - ad accettare l’offerta di aiuto delle milizie turkmene impegnate nella guerra siriana a fianco della Turchia e contro il regime di Bashar Assad. Si tratta della cosiddetta Brigata Sultan Murad: secondo informazioni di alti funzionari libici e turchi, riportate dall’agenzia Reuters, il contributo dei ribelli siriani non si qualificherebbe come schieramento ufficiale di forze turche. Per quelle, il presidente Recep Tayyip Erdogan attende l’autorizzazione del Parlamento.

Il raìs aveva rivelato le proprie intenzioni giovedì, affermando di aver ricevuto una richiesta di aiuto da Tripoli. E ora il conflitto tra il governo di unità nazionale di al-Serraj e il generale Haftar - sostenuto tra gli altri da Russia ed Egitto - è sul punto di esplodere in una più ampia crisi regionale. «C’è un invito, lo accettiamo», ha detto il 26 dicembre Erdogan rivolgendosi ai membri del proprio partito. La missione militare sarebbe il passo successivo all’invio di armamenti turchi alla Libia, documentati dalle Nazioni Unite e in violazione dell’embargo.

Non appena il Parlamento riaprirà, ha detto Erdogan, il decreto sull’invio di uomini in Libia verrà messo in agenda: ottenuta l’autorizzazione, l’8 o il 9 gennaio si potrebbe già aprire la strada al dispiegamento. Da giorni il confronto tra i due schieramenti in cui è spaccato il Paese - alimentati da combattenti forniti dai rispettivi alleati - non fa che avvicinarsi pericolosamente al punto di non ritorno. E ora le date di cui parla Erdogan diventano come un ultimatum per la diplomazia, che deve accelerare i tempi.

La telefonata Putin-Conte
Per questo nel pomeriggio di giovedì il presidente Vladimir Putin ha sentito per telefono il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, impegnato nell’estremo tentativo dell’Unione Europea di ricondurre le parti al negoziato. La situazione in Libia, hanno concordato Putin e Conte, deve essere risolta in modo pacifico. I due leader si sono ripromessi di tenersi in costante aggiornamento: questa crisi rischia di rimettere di nuovo in rotta di collisione Putin ed Erdogan, un legame già messo seriamente alla prova in Siria.

Conte ha parlato anche con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, altro alleato di Haftar nella parte orientale della Libia: in una nota la presidenza egiziana, denunciando interferenze straniere negli affari interni libici, ha sottolineato che l’Egitto sostiene la stabilità e la sicurezza della Libia, e sostiene l’esercito libico nella lotta al terrorismo.

I mercenari russi
Da Tunisi, dove Erdogan aveva compiuto una visita a sorpresa il giorno di Natale, il ministro degli Interni del governo di Tripoli Fathi Bashagha è sembrato smentire l’invito ai turchi, almeno per il momento: «Se la situazione si deteriora - ha dichiarato Bashagha - noi avremo il diritto di difendere Tripoli e i suoi residenti: estenderemo quindi una richiesta ufficiale al governo turco per sostenerci militarmente, per poter espellere lo spettro delle forze mercenarie». Da tempo è nota la presenza in Libia, a fianco di Haftar, di contractors russi dell’oscuro gruppo Wagner, già presente in Siria e in diversi Paesi africani. Insieme ad altri mercenari provenienti dal Sudan, e con l’appoggio di droni di fabbricazione cinese inviati dagli Emirati arabi, i russi stanno aiutando l’uomo forte di Benghasi ad avanzare verso il centro di Tripoli, conquistando alcuni sobborghi meridionali.

E qui, un raid aereo ha colpito nel pomeriggio di giovedì la città di Zawiya:  l’ufficio stampa delle forze militari a Tripoli parla di morti e feriti, tra cui donne e bambini, tre vittime confermate anche dal centro di emergenza e supporto medico della città, a circa 50 km ad ovest della capitale. Un altro raid, riferiscono i media locali, ha colpito il porto nei pressi della raffineria, la più importante nella Libia occidentale.

«La Russia - ha detto Erdogan giovedì ad Ankara - è presente (in Libia) con 2.000 combattenti Wagner. Il governo ufficiale li ha invitati? No! Stanno aiutando un signore della guerra (Haftar), mente noi stiamo accettando un invito dal legittimo governo del Paese. Ecco la differenza». Sul fronte opposto a quello sostenuto da Mosca, la Turchia ha stretto in novembre due accordi distinti con il governo di al-Serraj: il primo mette le basi a una cooperazione militare e di sicurezza, il secondo definisce i rispettivi confini marittimi nel Mediterraneo orientale, e stabilisce un’alleanza che strappa la Turchia al suo isolamento.

Quanto alla Tunisia, in un comunicato della presidenza si fa sapere che «la Tunisia non accetterà di essere parte di alcuna alleanza o schieramento». La visita di Erdogan era stata criticata da vari partiti e dal potente sindacato dei lavoratori Ugtt. Di ritorno da Tunisi, Erdogan ha detto di aver definito un accordo tra Turchia e Tunisia per sostenere il governo di al-Serraj.

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