SCONTRO CON GLI USA

Erdogan risponde alle sanzioni di Trump e mette a rischio l’economia turca

di Vittorio Da Rold

Il presidente turco Rec Tayyp Erdogan con la moglie Emine (Afp)

3' di lettura

Il presidente Recep Tayyip Erdogan in un discorso tenuto sabato ad Ankara, ha detto di aver dato istruzioni per congelare tutti i beni dei ministri degli Interni e della Giustizia degli Stati Uniti in Turchia, «Se ne hanno». Non ha menzionato direttamente il procuratore generale Jeff Sessions o il ministro degli Interni Ryan Zinke ma il riferimento era chiaro.

Nello stesso discorso, ha esortato gli Stati Uniti a non lasciare che le sue questioni politiche colpiscano l'economia. «Non vogliamo estendere le questioni politiche e giudiziarie alla dimensione economica che danneggia entrambe le parti», ha detto Erdogan dopo aver definito le sanzioni statunitensi «assurde». Poche ore prima, il Segretario di Stato americano Michael Pompeo aveva detto che era fiducioso che la Turchia avrebbe liberato il pastore evangelista Brunson nei prossimi giorni.

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Già, ma l'escalation continua. Due giorni dopo che gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni senza precedenti al proprio alleato Nato, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha risposto nello stesso tono annunciando ritorsioni analoghe.

Economia ad alto rischio
Infuriato dalla detenzione da parte della Turchia di un pastore protestante americano per accuse di terrorismo e spionaggio, il presidente degli Stati Uniti ha imposto sanzioni a due dei ministri di governo di Erdogan. Un passo che, in gran parte simbolico, è stato però sufficiente per far decidere agli investitori esteri di vendere titoli e valuta turchi. C'è una diffusa aspettativa che siano in arrivo misure più severe. Sabato, la Turchia ha risposto bloccando il patrimonio in Turchia di due segretari di gabinetto degli Stati Uniti.

Sta succedendo di tutto a un'economia che era già nella categoria ad alto rischio. La lira era crollata di oltre il 20 percento anche prima delle sanzioni di Trump. Le aziende che si sono indebitate in dollari stanno lottando per ripagare i loro debiti. L'inflazione sta andando fuori controllo e viaggia intorno al 16 per cento.
Se non ci dovesse essere una svolta diplomatica con la liberazione del pastore Andrew Brunson, gli analisti si aspettano ulteriori azioni americane che potrebbero imporre costi economici ulteriori.

Lista nera in arrivo?
Gli Stati Uniti potrebbero seguire lo schema applicato in Russia approntando una «lista nera dei maggiori imprenditori che sostengono Erdogan», secondo Richard Nephew, esperto di sanzioni energetiche alla Columbia University di New York.
Probabili obiettivi potrebbero includere alcuni dei costruttori dei “mega progetti” di Erdogan: oltre 200 miliardi di dollari di investimenti in aeroporti, ponti e un nuovo canale marittimo, su cui il presidente si affida per sostenere la crescita. Tutti questi oligarchi turchi potrebbero ritrovare i loro beni congelati sui mercati internazionali.

Il piano della Turchia di acquistare sistemi di difesa missilistica dalla Russia è destinato a far scattare una serie separata di sanzioni americane. Poi c'è l'istituto di credito statale Halkbank, che ha subito le sanzioni dopo che uno dei suoi dirigenti è stato incarcerato negli Stati Uniti per non aver rispettato le sanzioni iraniane.

«Una multa in linea con le precedenti violazioni potrebbe essere di miliardi di dollari, abbastanza per innescare una corsa a vendere la lira», ha detto Max Hoffman, un direttore associato presso il Center for American Progress.
In altre circostanze, «il governo turco avrebbe probabilmente pagato l'ammenda, per mantenere l'accesso ai mercati finanziari statunitensi», ha affermato. «Nel contesto delle sanzioni di Brunson, quel calcolo potrebbe cambiare».

Tendenze autoritarie
«Il vero pericolo risiede nella mentalità di entrambi i leader, che hanno tendenze autoritarie», ha detto Brian O'Toole, un analista all'Atlantic Council di Washington. «L'atteggiamento belligerante dei due leader potrebbe rapidamente degenerare».
A guardare nervosamente i segnali di escalation sarà la banca centrale della Turchia. Il Governatore Murat Cetinkaya ha già alzato di 500 punti base i tassi quest'anno per sostenere la lira. Ma ha sorpreso gli investitori il mese scorso decidendo che non erano necessari ulteriori aumenti.

Erdogan, che ha promesso di assumere un controllo più diretto sulla politica monetaria dopo la sua rielezione a giugno, è un feroce avversario di tassi elevati. Ma con le sanzioni americane «è probabile che la lira cali ulteriormente, rafforzando la necessità di aumenti dei tassi», secondo Jason Tuvey, economista di Capital Economics a Londra. «Dato il contesto del grande deficit della bilancia delle partite correnti della Turchia e la dipendenza dagli afflussi di capitali esteri, esiste un rischio reale di un stress macro ancora più grave».

Soglia critica
Diversi grandi gruppi industriali hanno già chiesto di ristrutturare il debito per decine di miliardi di dollari, spingendo le banche a elaborare un nuovo regolamento per richieste simili in futuro. Le banche turche hanno circa 100 miliardi di dollari di debito estero in scadenza nei prossimi 12 mesi, secondo Inan Demir, economista alla Nomura International di Londra. Demir ritiene che con le sanzioni Usa ad Ankara sia «stata superata una soglia critica».

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