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Ergastolo ostativo, un tema su cui riflettere in vista del pronunciamento della Corte costituzionale

Il 22 ottobre la Corte costituzionale misurerà la legittimità del regime ostativo applicato all’ergastolo

di Andrea Pugiotto *


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3' di lettura

Come dopo una frana, tutto si è finalmente sedimentato: rigettato il ricorso del governo, la sentenza Viola c. Italia pronunciata il 13 giugno scorso dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo è definitiva. È certo, quindi, che il cosiddetto ergastolo ostativo previsto nel nostro ordinamento penitenziario vìoli l’articolo 3 Cedu.

La sua riforma s’impone, trattandosi di un problema strutturale che riguarda tre ergastolani su quattro (1.255 a fronte di 1.790 condannati a vita). Diversamente, l’Italia sarà oggetto di reiterate condanne a Strasburgo, in ragione dei tanti ricorsi siamesi di ergastolani non collaboranti cui è precluso per legge l’accesso a qualsiasi beneficio penitenziario.

Nei giorni scorsi, in un crescendo wagneriano, contro questo esito è stato scagliato di tutto: dallo scenario di boss e killer mafiosi liberi di circolare per le strade all’accusa di cedimento dello Stato alla criminalità organizzata, dai corpi nuovamente martoriati di Falcone e Borsellino al perentorio invito alla Corte europea di «dichiarare da che parte sta nella lotta alla mafia». Una «sentenza papello», è stato urlato in prima pagina. Sono allarmi giustificati?

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La risposta è nella lettura di quanto realmente deciso a Strasburgo. I Giudici europei non hanno contestato la collaborazione con la giustizia quale via privilegiata di accesso ai benefici penitenziari. Semmai, hanno negato la tenuta logica e giuridica della preclusione assoluta ai benefici penitenziari per l’ergastolano non collaborante. Perché tacere, pur potendo parlare, spesso è una scelta obbligata per mettere al riparo da ritorsioni sé stessi o i propri familiari. Perché dopo venti o trent’anni di reclusione in carcere non si ha più nulla di utile da confessare. Perché la collaborazione può nascondere una finta dissociazione mirante a ottenere i benefici di legge. Perché la risocializzazione può desumersi da altre condotte concludenti diverse dalla delazione. Meglio, allora, una valutazione del giudice di sorveglianza, caso per caso, in luogo di un generalizzato automatismo penitenziario.

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Qui è il punto critico del regime ostativo applicato all’ergastolo: se non collabora, il reo è presunto omertoso, dunque irrecuperabile alla società, criminale perinde ac cadaver. Quando invece – come scrivono i giudici di Strasburgo – non si può «privare una persona della sua libertà, senza operare al tempo stesso per il suo reinserimento e senza fornirgli una possibilità di riguadagnare un giorno questa libertà».

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Ecco perché in Europa sono vietate pene perpetue non riducibili, indipendentemente dalla gravità del reato commesso. Un “fine pena mai” è contrario alla dignità umana, scudata dal divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti scolpito nell’articolo 3 Cedu. Un divieto - è bene ricordarlo a chi pure dovrebbe saperlo - che non ammette né deroghe né sospensioni, neppure «in caso di guerra o di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione» (art. 15 Cedu).

La frana non si fermerà qui. È facile prevedere rinnovati e più catastrofici smottamenti a ridosso del 22 ottobre, data in cui la Corte costituzionale misurerà la legittimità del regime ostativo applicato all’ergastolo.
Gli echi della sentenza Viola si sentiranno fino a Roma, perché è fortemente indiziata di incostituzionalità la legge che vìoli gli obblighi derivanti dall’adesione alla Cedu, specialmente se la giurisprudenza di Strasburgo è consolidata e riguarda espressamente il nostro paese. Come in questo caso.

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Sono passati sedici anni da quando – con la sentenza n. 135/2003 – la Corte respinse come infondata la quaestio sull’ergastolo ostativo. Da allora, i giudici costituzionali hanno corretto il tiro. Oggi, il principio di progressività trattamentale e di flessibilità delle pene, l’accesso ai benefici penitenziari, la valutazione di un giudice sul percorso rieducativo del singolo detenuto, il divieto di rigidi automatismi penitenziari sono - tutti e ciascuno - «in attuazione del canone costituzionale della finalità rieducativa della pena» (sent. n. 149/2018). Se questo è il volto costituzionale della pena, difficile non vedere nell’ergastolo ostativo un suo sfregio.

Attingendo al sapere e alla saggezza di giuristi come Francesco Palazzo e Vladimiro Zagrebelsky se ne è discusso all’Università di Ferrara il 27 settembre scorso, in vista dell’atteso pronunciamento della Corte costituzionale. Grazie all’ospitalità de Il Sole 24 Ore, si vuole proseguire quella riflessione. Lo si faccia sine ira et studio: un tema drammatico come il carcere a vita, cioè fino alla morte, lo pretende. Buona discussione.

* Ordinario di Diritto costituzionale, Università di Ferrara

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